A Mirella con affetto

Scritto il 20 aprile 2015 nella sezione Blog

Cara Mirella,
questo articolo è dedicato a te.
Ho ritenuto necessario rispondere alle tue perplessità prima di riprendere le riflessioni lasciate aperte nel mio ultimo post.
Ti ringrazio per aver condiviso con noi i tuoi pensieri; sapere di suscitare interessanti riflessioni nei miei lettori, mi riempie di gioia e non posso che ringraziarti per questa nuova occasione di approfondimento.

Devo dire che sono arrivati commenti molto interessanti relativi all’articolo “Il consiglio di lettura”. A Silvia e ad Angela, che pure suggerivano spunti intriganti per nuove analisi, ho risposto in modo esauriente sotto i loro commenti, ma il tuo intervento, cara Mirella, è così articolato che ho sentito la necessità di concederti (e concedermi) più spazio.
Mi piacerebbe che questo articolo fosse la testimonianza di come ogni mia riflessione nasca dall’incontro quotidiano con il pubblico della libreria e dai numerosi appuntamenti nelle scuole, per darvi conferma di quanto il confronto con voi lettori sia per me di estrema importanza.
Se c’è una cosa che mi preme, mentre scrivo, è riuscire a trasmettervi l’umiltà delle mie riflessioni. Sono consapevole che esprimendo con forza i miei pensieri e mettendoli nero su bianco, io possa darvi l’impressione di avere tutte le risposte in tasca, ma non è così. Il confronto con voi è per me vitale: cresco insieme a voi e questo blog non esisterebbe senza il pubblico affezionato della libreria, senza le domande delle maestre e dei genitori, senza le parole delle amiche, senza lo sguardo dei bambini, di mio figlio, degli amici di Mirtillo.
La capacità di mettere in relazione le persone è una delle qualità del libro (non solo per bambini) di cui non potrei fare a meno. Il libro contiene storie, voi siete fatti di storie, Mirella stessa ne ha raccontate molte nel suo commento; e ogni volta che scrivo cerco di riportarvi un pezzetto della mia.

 

Cara Mirella,
Rad -Lab Lena Andersonleggere e regalare albi illustrati, anche se non si è più bambini, è un gesto che spesso suscita negli adulti un pò di imbarazzo, ma come lettrice prima e come libraia poi, posso assicurarti che trovo il tuo approccio al libro molto felice.
Chi ha sancito che le illustrazioni appartengono solo ad un immaginario bambino? Chi ha deciso che, al contrario, la fotografia (che pur racconta il mondo per immagini) è solo per adulti? In generale mi sembra che la contemporaneità si esprima più per immagini che attraverso il testo scritto e che sia ora di far cadere le barriere intorno ai molteplici alfabeti visivi a nostra disposizione per poterci approcciare liberamente e con rinnovato senso critico all’universo figurativo.

 

Nonostante il repertorio di una libreria specializzata sia oggi, in fatto di albi illustrati, molto ricco e stimolante, il bambino in libreria (generalmente) sceglie ciò che più gli è familiare. Anche il bambino più amato, seguito, curato appartiene al mondo e capisce da subito cosa il mondo (adulto) sceglie e sancisce che sia giusto per lui. Soprattutto in età prescolare questa influenza culturale è molto forte e a mio avviso anche legittima. Non che io approvi l’immagine d’infanzia che oggi si vuole veicolare (anzi! Ho molte perplessità al riguardo), ma non posso nemmeno pensare di estrapolare il bambino dalla realtà in cui vive e credere che il suo potentissimo istinto di autoconservazione non lo spingerà a scegliere ciò che lo farà sentire al sicuro, protetto e soprattutto, parte di una storia comune.
Lena Anderson Rad-Lab articolo blogIl bambino come l’adulto è un essere narrante e in quanto tale sa (ad un livello non del tutto consapevole) riconoscere la realtà come un intreccio di storie; perché noi raccontiamo storie continuamente. Che se ne parli bene o male, Peppa Pig, per esempio, rimane una storia largamente condivisa. Il bambino la ritrova sulle labbra della mamma, della nonna, degli amici… una storia condivisa è una delle rassicurazioni più potenti della nostra società e in generale di ogni umanità.

 

Questo non vuol dire che l’adulto non possa offrire al bambino alfabeti visivi diversi, atti ad approfondire lo sguardo e a stimolare quei pensieri di cui tu, cara Mirella, sei una testimone entusiasta. I bambini in età scolare poi, sono maggiormente in grado di elaborare gusti personali e cercare storie di cui sentono la necessità (parlerò in seguito di cosa intendo quando dico che un libro non debba, a mio avviso, soddisfare un bisogno) ed è bello leggere quello che scrivi a proposito delle visite puntuali della tua classe in biblioteca.
Nonostante il gusto personale e le passioni di ogni bambino e al di là della forte influenza che le storie condivise esercitano su ciascuno, io resto del parere che l’adulto abbia il dovere di presentare ai bambini anche sguardi diversi. Leggendo il mio blog appare chiaro che io non sono favorevole al “pur che legga”, ma nemmeno mi voglio ergere a censore di Geronimo Stilton o di Dario di una Schiappa: non credo nel mettere i bambini davanti ad un “aut aut”, ma di proporre loro, oltre a Geronimo, anche un libro di più elevata qualità.
Lena Anderson Articolo blog radice-labirintoPersonalmente ritengo che sia Geronimo che “Diario di una schiappa” siano libri pessimi, scritti male, ammiccanti e accondiscendenti, ma sono anche consapevole del fatto che siano una storia largamente condivisa e in quanto tale gli riconosco un valore relazionale; sarebbe però un errore proporre solo questi libri. L’adulto deve ritrovare il coraggio di farsi carico delle scelte per i più piccoli perché è giusto che siano le persone con maggiore esperienza ad indicare la strada ai più giovani.
Se ci capita tra le mani il libro in cui Geronimo interpreta l’Odissea, prendiamo subito l’iniziativa e presentiamo ai ragazzi anche l’Ulisse di Pommeaux o l’Odissea riscritta da Tonino Guerra; oppure, senza timore, indossiamo le parole del grande Omero, magari ritrovate in una scrittura che ci ha colpito e commosso, e senza libro, narriamo l’incredibile viaggio di Ulisse ai bambini con la nostra voce, seguendo il ritmo di cuore e parole.
Che rivoluzione sarebbe!
Per fare questo però occorre che l’adulto si approcci al libro senza imbarazzi e senza pregiudizi, cercando le storie e le illustrazioni in cui lui per primo, sente vibrare qualcosa. Come possiamo pensare di trasmettere la bellezza di una storia o di un’illustrazione se noi in primis non ne siamo coinvolti?
L’adulto è spesso timoroso nell’esprimere al bambino il proprio parere: teme di turbarlo o di incidere con troppa forza su un’attività considerata “di piacere”. Il libro non può essere un dovere (quando lo diventa allontana immediatamente il lettore, grande o piccolo che sia), ma non per questo non possiamo provare a forzare un po’ la mano e inserire nella libreria di un bambino un libro diverso dagli altri. Può essere un libro più complesso, che piace a noi o che ci ha incuriosito. Una libreria varia e ricca sarà una grande risorsa per il bambino.
Lena Anderson Rad-Lab 1Se vostro figlio vuole mangiare solo pasta al pomodoro, non gli offrirete mai altro per paura che non mangi più? Non riterrete invece opportuno proporgli anche piatti diversi? Certo, perché sapete che le verdure fanno bene e che una dieta variata è la base per una corretta alimentazione; di conseguenza proverete le ricette più fantasiose per invogliarlo ad assaggiare anche altri sapori. Bene, la stessa cosa vale per i libri, né più né meno.
Quindi auspico, cara Mirella, che tu possa continuare ad acquistare libri e albi illustrati per te stessa perché questa tua passione sarà per i tuoi allievi una fonte lieta a cui rinfrescare l’immaginazione.

 

E se è vero che il senso critico si sviluppa nel confronto e non nella negazione, perché non sottolineare l’importanza di tornare ad una vera recensione del libro per bambini e ragazzi?
Tu dici che non vuoi influenzare il lettore con un parere negativo, ma da questa tua affermazione sono portata a credere che un pensiero negativo abbia più peso di un pensiero positivo. E’ così, oppure uno sguardo è capace di influenzarci indipendentemente dal fatto che sia favorevole o sfavorevole?
Pensare che un atteggiamento critico sia oggi così bistrattato mi preoccupa moltissimo perchè credo ci sia molto valore nel guardare le cose con onestà, ammettere gli errori e con maggior consapevolezza iniziare a costruire di nuovo. Amo sentire il parere di persone competenti e mi importa ben poco se la loro idea è diversa dalla mia. Una vera recensione inoltre non è fatta per demolire, ma per costruire.
Lena Anderson Rad-Lab MirellaCi siamo talmente abituati a ragionare solo attraverso uno spettro luminoso che abbiamo disimparato a cogliere il valore dell’ombra. Come scrivevo nell’articolo ritengo che oggi siamo largamente abbagliati dal libro per bambini. Un pensiero critico non influenzerà il lettore meno di una lettura positiva, entrambi gli sguardi sono validi e legittimi se il fine non è quello di imporre una visione, ma allenare la mente a ragionare tenendo conto che la realtà è sempre fatta da più punti di vista: è un esercizio faticoso oltre che stupido, continuare a negare la parte d’ombra. Ogni epoca ha i suoi tabù, ma oggi allontaniamo i nostri bambini da concetti quali il dolore, la morte, la paura, la frustrazione; siamo diventati dei reazionari. Queste cose esistono e più le ricacciamo nel fondo del pozzo, più la loro eco ci tornerà potente e smisurata. Non voglio dire che recensire davvero un libro possa in qualche modo cambiare in modo eclatante una società, ma è sempre positivo, a mio avviso, allenare al cambiamento la propria “forma mentis”.

 

Per quanto riguarda la mia affermazione che i libri non devono soddisfare dei bisogni, mi riferivo soprattutto alla strumentalizzazione che oggi si fa delle storie. Mi ritrovo perfettamente in quello che scrivi, Mirella: molti libri ci vengono in aiuto, ci curano, ci salvano addirittura; ma tutto questo avviene con estrema spontaneità. Leggendo un libro ritroviamo una parte di noi, o scopriamo una parte di noi.
Lena Anderson Radice-LabirintoCapita che i pensieri di uno scrittore fossero già nella nostra mente, ma non con la stessa forza e lucidità. Tutto questo accade sempre in maniera imprevedibile. Chi leggerebbe un libro di cui conosce già i pensieri? E con pensieri non intendo la storia: la trama di un romanzo la si può pure conoscere prima di aprire la copertina, ma quello che non sappiamo è dove ci condurrà l’autore, come avrà interpretato i personaggi, come esprimerà il suo punto di vista. Se dopo la prima lettura, sentiamo l’esigenza di rileggere un libro amato é perché sappiamo che il libro era talemente ricco e profondo da permetterci ancora nuove scoperte.
Soddisferà un bisogno di curiosità? Certo, ma anche molto altro.
Oggi vedo che si tende, nella letteratura per ragazzi, a dichiarare i contenuti, a finalizzare la lettura, a strumentalizzare parole e immagini. In questo senso il libro non soddisfa per me nessun bisogno, perché un buon libro, prima di aprirlo, non sai mai quali corde potrà toccare (o non toccarne nessuna).
Un buon libro è come un sipario chiuso: prima che si apra, tutte le storie sono possibili.
Le storie poi non sono mai state scritte per curare, guarire, lenire, consolare; hanno questa funzione implicita nel loro essere storie. Tramandare, ricordare, interpretare… questo fanno le storie costruendo da sempre un ponte sul baratro delle grandi domande dell’esistenza. E se la storia è buona, non ha bisogno di dichiarare i suoi intenti, e la magia accadrà ugualmente. Non possiamo prendere in mano un libro e pensare: qui troverò la soluzione, la cura, ciò che fa al caso mio. Certo può succedere, ma rimarrà un mistero perché accadrà (e per ognuno poi in modo diverso).
Forse in qualche modo tutti noi ci avviciniamo al libro come anime bisognose, ma il libro è una Baba Jaga, né buono né cattivo: se meriteremo il fuoco ce ne farà dono, altrimenti ci ridurrà in cenere.

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