Laboratorio di narrazione in libreria – POSTI ESAURITI

Quando: 07/05/2017 ore 10:00 - 17:00

Dove: Libreria Radice-Labirinto


I posti per il laboratorio sono esauriti. Una nuova edizione è prevista per Domenica 11 Giugno.

A grande richiesta

Domenica 7 Maggio 2017
dalle ore 10 alle ore 17

si terrà presso la libreria Radice-Labirinto un

Laboratorio di narrazione

condotto da Alessia Napolitano

 

Illustrazione di Phoebe Wahl

Illustrazione di Phoebe Wahl

Raccontami

una giornata intorno al focolare

Ricordi

Il mio trisnonno si chiamava Massimiliano, era nato nel 1873 a Guiglia, un paesino degli appennini modenesi, e non aveva frequentato la scuola elementare. Faceva il contadino e alla sera, nella stalla, tra l’alito caldo delle mucche e il profumo del fieno, raccontava ai suoi numerosi nipoti le storie della vita agreste e le fiabe della tradizione.
“Quante ne sapeva!” mi dice oggi la mia cara nonna che di anni ne ha 87. “Noi ci sedevamo intorno a lui e il nonno raccontava e raccontava. Ah se potessi ricordarmele tutte!”.
Quand’ero piccola la mia famiglia condivideva la casa dei nonni, noi in una stanza e i genitori di mia madre nella camera di fronte alla nostra; il resto -cucina, salotto e bagno- erano in comune. Il nonno faceva il ferroviere così lo Stato gli aveva concesso di abitare nella casa cantoniera della stazione centrale di Modena, una casa rossa dove adesso ci sono gli uffici dei Carabinieri. Le finestre del salotto e della camera dei nonni davano direttamente sui binari. Poiché mio padre ancora studiava e mia madre lavorava come impiegata, io passavo molto tempo con la nonna e a volte, quando i miei genitori litigavano, andavo a dormire nel suo letto.
Ricordo le lenzuola ruvide di cotone, l’odore del nonno sul cuscino e le mie fiabe preferite: Prezzemolina, dove compariva il Pitofè – “Non ho mangiato né bevuto, il Pitofè non ho veduto” – e La bella dai capelli d’oro, dove le stoviglie parlavano e la scopa faceva la spia alla strega.
Mentre la nonna raccontava al buio, io guardavo le luci che gli scuri disegnavano sul soffitto e sentivo i treni passare, distinguendo quelli merci da quelli per i passeggeri. La stanza da letto della nonna era la più fredda della casa – ancora oggi lei non accende il calorifero dove dorme – e io mi rincantucciavo contro il suo corpo soffice avvolto in una camicia da notte di flanella, infilavo i miei piedi tra le sue gambe e cercavo di rimanere il più immobile possibile per non uscire dal confine caldo ricavato tra le lenzuola gelide.

L’importanza dell’imprinting

In un momento storico dove l’albo illustrato è diventato quasi l’unico libro che si propone ai bambini in età prescolare, non è facile parlare di narrazione. In libreria bisogna sempre specificare ai genitori che si prenotano per Il focolare delle fiabe, che una narrazione non è né una lettura ad alta voce né tanto meno una “lettura animata”; e anche dopo mesi e mesi che, assistono, insieme ai figli, alle mie narrazioni, chiedono ancora se possono prenotarsi per la prossima “lettura”. A costo di sembrare pedante, specifico ogni volta che non si tratta di una lettura, ma di una narrazione, di una fiaba raccontata a memoria. “Beh sì – aggiungono allora – quella.” Quella. Quella strana cosa – quell’antico rito – che i genitori non sanno più riconoscere.
Sono dunque arrivata alla conclusione che per capire il valore di una fiaba raccontata a memoria e distinguerla da una lettura ad alta voce bisogna aver avuto un imprinting. Non solo: se durante l’infanzia, qualcuno ha narrato per noi una fiaba, un mito o una storia, sarà poi molto più facile riscoprirsi narratori e riaccendere la fiamma del proprio focolare domestico, perché qualcosa di estremamente potente si imprime nell’immaginazione, un incanto che travalica il tempo e sa riemergere quando richiamato. (Naturalmente anche la lettura condivisa fin dalla più tenera età ha la sua importanza, ma in un qualche modo l’incantamento del racconto orale è più forte e può, parimenti al libro, contribuire a formare i lettori di domani, mentre non sono certa del contrario, cioè che se si è avuta un’educazione alla lettura si diventi poi, con altrettanta facilità, dei narratori). Ma che ne è oggi del racconto orale?

Siamo esseri narranti

Ogni essere umano ha il diritto di essere accompagnato nella consapevolezza di percepirsi come un essere narrante. Ognuno di noi è infatti la somma delle storie che ha vissuto o ascoltato, storie che come nel mito, si intrecciano continuamente.
Da sempre nel bosco della fiabe si nasconde un patrimonio collettivo di saperi e competenze che ha trovato nella metafora il modo più semplice ed efficace di palesarsi.

La fiaba è una miniera di tesori, un luogo fertile in cui seminare le esigenze della propria immaginazione.
Le fiabe anche nei loro aspetti più grotteschi e oscuri, ci educano ad affinare l’istinto, il senso critico e l’intelligenza. Le fiabe, dall’alba dei tempi, costruiscono in noi un cuore intelligente.

Strumento principe in tale processo è il racconto orale attraverso il quale si riconquista la forza del pensiero e la capacità di immaginare. Rafforzando l’immaginazione e la volontà le storie diventeranno la fonte primaria di ispirazione, mondi dai confini indefiniti nei quali rincorrere la propria voglia di scoprire e domandare.

C’è stato un tempo in cui narrare era un gesto quotidiano e in cui le fiabe rotolavano come biglie dorate di bocca in bocca. Cosa resta oggi del rito del focolare? C’è spazio nella contemporaneità per l’illud tempus, ovvero per raccontare un tempo mitico e originario a cui tutto il repertorio fiabesco fa riferimento?
Pare che la volontà di educare l’occhio attraverso le immagini (si pensi al fiorire dell’albo illustrato) sia oggi più forte della volontà di educare l’orecchio. Eppure Platone diceva che anche la fonè è immagine ed è quindi in grado di disegnare, attraverso il suono e la voce, il mondo.
Perdere la ricchezza del repertorio della tradizione orale significa diventare schiavi di una cultura generalista, spesso priva di contenuti che, sfruttando il nostro vuoto narrativo, crede di poterci raccontare qualsiasi cosa.

Aspirazioni

Il racconto del focolare è un racconto intimo che non ha nulla a che vedere con l’attorialità né tanto meno con l’animazione. E’ un rito che avvicina i bambini al proprio immaginario interno, che semina la bellezza delle parole, che apre le porte alla narrativa e all’ascolto. E se dobbiamo dimenticare ogni velleità attoriale (è proprio necessario a mio avviso per instaurare un vero legame tra il bambino, la storia e il narratore), il racconto orale esige però la sapienza delle parole. Posseggono ancora le parole gli adulti che non leggono più? Gli adulti che non leggono solo albi illustrati, ma un romanzo, un saggio, un articolo di giornale. E i bambini che leggono solo gli albi illustrati sono capaci di ascoltare storie più lunghe? Per fortuna il focolare è un luogo di quiete, dove il tempo si dilata, dove si impara la pazienza, virtù necessaria se si vuole educare nei bambini un orecchio d’oro e nel narratore una lingua sapiente. Bisogna provare e riprovare, narrare e narrare. Le parole del focolare si costruiscono, parole che nascono nel caldo di una stalla e che possono anche essere semplici senza per questo risultare povere. Le parole del mio trisnonno Massimiliano io non ho potuto ascoltarle, ma immagino fossero precise, scarne e splendenti come quelle che Calvino o i fratelli Grimm attinsero dal repertorio popolare italiano e tedesco. Penso fossero le stesse parole delle fiabe di mia nonna.
Risuonano ancora in me, tanto che io, oggi, come narratrice aspiro al loro bagliore quieto, alla loro intonazione mai affettata, al loro suono pulito e vero.
Ho assistito molte volte a narrazioni impeccabili e non di meno fatte con il cuore, ad opera di persone sensibili e preparate, ma per quanto riguarda il mio percorso personale di narratrice non ho mai trovato una vera consonanza tra questa modalità più teatrale e il repertorio fiabesco che sento l’urgenza di tramandare. Il focolare è l’unica dimensione a cui aspiro quando narro, spogliando la mia voce di ogni enfasi per dare suono e colore alle parole della fiaba restando me stessa. Un’operazione di semplificazione che richiede costante vigilanza e cura, una narrazione che impone alla memoria di non fissarsi, ma che, al tempo stesso, esige parole precise. Narrare nel focolare è per me fonte di piacere e di gioia, guardare negli occhi chi mi ascolta e sentire che il solco narrativo si disegna vivo e vibrante tra me e i bambini, mi permette di instaurare con loro una relazione affettiva profonda. E questo non avviene solo con i più piccoli, seppure spesso molto più disponibili all’incanto, ma anche con gli adulti, a cui le fiabe non devono essere mai negate. E’ vero però che narrare richiede allenamento, anche il nonno Massimiliano, senza saperlo, si allenava ogni giorno alla scuola della stalla. Per narrare bisogna articolare il pensiero, imparare a vedere prima di enunciare; ma queste capacità – che per alcuni sono innate – si possono senza dubbio coltivare, e risulteranno utili non solo nel raccontare una fiaba, ma in molti altri ambiti, perché saper parlare significa incantare, guidare, spronare, incuriosire, tenere l’attenzione. E sappiamo bene, per esempio, quanto bisogno di incantamento ci sia a scuola!

Percorso

A partire dalle fiabe della tradizione nordica e italiana getteremo luce sul repertorio fiabesco. Protetti dalla fiamma benevola della Baba Jaga, figura straordinaria e liminare tra il buio e la luce, getteremo le basi per un’educazione estetica, ovvero un’educazione al sentire, coltivando in noi un cuore e un orecchio d’oro.

Durante la giornata si narrerà e si lavorerà con il corpo e la voce.
Si cucirà e canterà. Si scriverà e si starà in ascolto.

Tempi

Il laboratorio dura 6 ore.
Avrà inizio alle ore 10 e terminerà alle ore 17 con una pausa dalle 13 alle 14.

Costi

La quota per ogni iscritto è di 60 euro. La libreria rilascerà una ricevuta e, su richiesta, un attestato di partecipazione.
Minimo 8 partecipanti, massimo 12 partecipanti.

Brevi note biografiche

Alessia Napolitano è libraia presso la libreria per l’infanzia Radice-Labirinto di Carpi. Svolge percorsi di formazione sulla buona letteratura per l’infanzia all’interno delle scuole ed enti pubblici, scrive per diverse riviste specializzate in letteratura per l’infanzia, cura il blog “Le stanze del labirinto” e a marzo del 2016 firma il testo del suo primo albo illustrato (Il Cosario, Edizioni Corsare). E’ una cantastorie.

Alessia Napolitano

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