I dilemmi di un libraio #6

Scritto il 31 marzo 2015 nella sezione Blog

Questo post segue I dilemmi di un libraio #1, I dilemmi di un libraio #2, I dilemmi di un libraio #3, I dilemmi di un libraio #4 e I dilemmi di un libraio #5.

Cari lettori,
in quest’alba di primavera mi sono ritrovata ancora una volta a riflettere sul mestiere di libraia. Fuori le gemme si aprono al sole di marzo e riempiono la sera di quell’aroma inconfondibile che si può avvertire già all’inizio di febbraio, subito dopo la Candelora. Ieri notte, di ritorno da una formazione, viaggiavo con il finestrino dell’auto abbassato per le strade basse della campagna, cercando di cogliere il profumo sottile e sfuggente delle cose e delle creature appena nate. E come sempre succede quando per qualche minuto, in completa solitudine, l’universo ti si rivela con maggiore intensità, anche la musica nello stereo si è sintonizzata, regalandomi un brano in perfetta sintonia con il mio sentire. Ed eccola lì, nuda e rivelata la fragile bellezza del mondo e dopo tante parole spese per maestre e genitori mi trovo a domandarmi se domani mio figlio viaggerà di notte, per la campagna e coglierà tutto questo commuovendosi come faccio io ora.
Penso a mio figlio e abbraccio nello stesso istante tutti i bambini che ho incontrato e incontrerò; e penso all’umanità che procede e retrocede, alle storie dentro i libri, al significato del mio mestiere.
Mi sono interrogata sul senso profondo di ciò che faccio e domandando ho avuto in cambio, da questo marzo pieno di germogli, solo altre domande.

Il sesto dilemma riguarda il libro e il futuro.

Cosa può un libro?

Illustrazione di Gabriel Pacheco

Illustrazione di Gabriel Pacheco

Si potrebbe pensare che questa sia una domanda scontata per un libraio o che un tale quesito il libraio se lo ponga solo all’inizio della sua carriera, quando cioè decide di aprire una libreria.
Ebbene non è così, almeno non per me. Nel primo dilemma ho specificato che vendere un libro non è come vendere una pentola. Il libro non è un oggetto inanimato: in quanto contenitore di storie il libro è capace di intrecciare una relazione con il lettore creando scenari da abitare e pensieri da condividere. Aprendo un libro, apriamo un dialogo con noi stessi e questo vale anche per un bambino. Dunque proporre una storia al lettore significa offrirgli un modo di guardare il mondo, metterlo davanti ad uno specchio dove poter vedere non solo il suo volto, ma anche quello di molti altri.
Un libro può molto in questo senso, ma dopo due anni di libreria mi domando che impatto possa avere davvero sulla vita di un bambino.

Mi pongo questa domanda dopo aver accennato nel quinto dilemma, alle montagne di libri che certe mamme comprano online, dopo aver richiamato alla memoria papiri di bibliografie, milioni di consigli di lettura e aver udito un’eco lontana di un qualche articolo in cui leggevo che l’unica fetta dell’editoria che non conosce crisi (o quasi) è quella dedicata a bambini e ai ragazzi. Non ultime arrivano ad alimentare i miei dubbi, alcune recenti riflessioni sulla rilevanza o meno dei blog di letteratura per l’infanzia, sulle buone e cattive pratiche di promozione alla lettura e sulla prossima fiera del libro per ragazzi che si terrà a Bologna i primi di aprile.
I momenti di sconforto esistono, e per quanto la confusione ci possa apparire uno strumento poco utile, in realtà è la pietra miliare su cui costriamo le nostre consapevolezze. Confondersi, chiedere, domandarsi sono processi sempre necessari al nostro cammino. Io mi sono chiesta se non ci sia oggi un eccessivo fanatismo intorno al libro per bambini e se questo processo di glorificazione dell’albo illustrato non ci stia allontanando dalla giusta percezione dell’infanzia.
Può sembrare paradossale che nel momento di massimo sforzo e attenzione verso i bambini ci si trovi a constatare una distanza tra noi e loro.

Illustrazione di Arianna Vairo

Illustrazione di Arianna Vairo

Quello che è certo è che sono arrivata ad un punto di stanchezza verso il libro e credo che questo punto di rottura sia molto importante per una libraia; problematico certo, ma estremamente arricchente. Mantenere una certa distanza dal libro mi permette di sentire meglio i bambini e guardare al futuro con più lucidità. A volte ho l’impressione che il libro per l’infanzia diventi il fine e non il mezzo attraverso cui indagare la vita. Il fine non può coincidere con il fatto che il bambino si affezioni, cerchi e ami il libro. Il fine dovrebbe essere che il bambino possa diventare, un domani, un adulto consapevole di se stesso e del mondo che lo circonda. Il libro è solo uno dei tanti mezzi attraverso i quali fornire gli strumenti necessari.

Spesso osservo i ragazzi che sostano sotto il portico della libreria; gruppi di amici e amiche dai tredici ai quindici anni di età. Parlano male, non gettano mai un occhio alle nostre vetrine, si prendono in giro e si mandano al diavolo. Mi sento molto vecchia mentre scrivo queste cose, e mi chiedo se sia una condizione atavica dell’adolescenza quella di non essere più compresa appena si fa un passo fuori dal cerchio dei suoi anni. Eppure guardando quei ragazzi non posso fare a meno di chiedermi cosa ne sarà dei piccoli lettori che oggi frequentano la libreria. Quindici anni fa, molte librerie erano già attive sul territorio, molti genitori hanno letto ai loro bambini, molti hanno comprato montagne di libri. Cosa rimane?
Sono andata più volte a parlare con quei ragazzi, ho chiesto loro se leggevano e se avevano progetti per il futuro. Risposta: di leggere non se ne parla, e in quanto ai progetti, bèh, c’è poco da stare allegri.

Cosa può un libro?

Illustrazione di Christian Schloe

Illustrazione di Christian Schloe

Può aprire l’immaginazione, può allargare gli orizzonti, può darci una chiave di lettura e farci venire dei dubbi, utilissimi dubbi.
Se ripenso ai dubbi più belli che ho avuto a partire dai libri, mi affiorano alla mente storie ricche, complesse, piene di curve.
Ho letto ad alta voce qualche giorno fa per quei ragazzi; li ho invitati ad entrare in libreria, a sedersi. Alcuni non sono entrati, altri mi hanno ascoltato sogghignando. Sono pur sempre adolescenti, mi sono detta. Quando gli ho chiesto se gli era piaciuto il brano che avevo letto per loro, non hanno saputo rispondere. Gli ho detto che non erano a scuola e che potevano dire ciò che desideravano. Sono rimasti in silenzio. Poi hanno detto che dovevano andare e sono usciti con un segnalibro ciascuno. Dietro al segnalibro una frase tratta da “La foresta Radice-Labirinto” di Calvino, dove si racconta l’incontro tra una foresta e una città.
La libreria è stata per qualche minuto la loro città e quei ragazzi una foresta ingarbugliata, piena d’anfratti, levigata dagli anni. Anni di vuoto, di libri scintillanti, ma forse troppo vacui.

Là fuori il mondo è potente, molto più potente di un libro. Il libro per bambini oggi è quasi un miraggio di bellezza, ma dopo il miraggio la sete rimane e il deserto sembra ancora più arido. Mi domando se il futuro del libro stia andando nella direzione giusta, se sia così importante parlare di promozione alla lettura leggendo libri che spesso si dimenticano di ciò che serve davvero per affrontare il mondo là fuori. Non parlo dei romanzi per gli adolescenti, alcuni libri di narrativa usciti negli ultimi anni sono molto intensi e profondi; parlo degli albi per i bambini più piccoli, della moda di servire loro, su piatti dorati, alfabeti visivi splendidi, dimenticando però, in fondo alla dispensa, le storie.
Leggiamo e leggiamo, leggiamo ad alta voce, animiamo, teatralizziamo, ma spesso la nostra bocca si riempie di parole vuote e del tutto inconsistenti.

 

Illustrazione di Chiara Carrer

Illustrazione di Chiara Carrer

Siamo più o meno consapevolmente legati all’idea che se un bambino legge e ascolta è intelligente, mentre uno che non legge e non ascolta non lo è; molti genitori vanno in ansia per questo, anche se a volte fanno fatica a confessarlo. L’intelligenza a cui si fa riferimento quando si parla di libri, è legata alla capacità di attenzione e a quella di cogliere il significato generale; di conseguenza si pensa che un bambino deve capire quello che legge e per questo il libro deve sempre essere proporzionato alla sua età.
Mi chiedo dunque dove collocare la bellezza delle parole, la musicalità della prosa, il fascino della voce. Non sono fattori altrettanto potenti per farci avvicinare ad una storia?
Ma visto che il significato è l’unica cosa che conta preferiamo non dare ai bambini piccoli libri lunghi perché sono difficili e stancano, e riempiamo le loro stanze con libri brillanti, splendidi, ricchi di immagini e figure, ma dai cui testi sono sgusciate via le storie.
Sono davvero i più adatti questi libri per i bambini piccoli?
Se ci rispondessimo di no e volessimo dare davvero ad un bambino un libro a sua misura, ci accorgeremmo presto che nell’editoria italiana manca completamente una bella collana 0-3 anni che riporti al piccolo lettore storie verosimili, con poche figure magari, ma capaci di raccontare con dolcezza la quotidianità. Le poche volte in cui la quotidianità viene narrata è per esporre qualche problematica: la paura del buio, l’arrivo di un fratellino, separarsi dalla mamma quando si va all’asilo ecc.
Non mi trovo mai a leggere dell’avventura di un cane che ha mangiato una torta appena sfornata, la storia di un trattore rosso che si è inceppato tagliando l’erba, la colazione della domenica mattina o di un pic-nic sull’erba. E mi piacerebbe che in tutte queste storie i protagonisti fossero dei bambini, non dei maiali, o dei conigli, o degli orsi.

 

illustrazione di Arianna Vairo

illustrazione di Arianna Vairo

Mi chiedo se il libro non stia andando verso un periodo “barocco”, quando la meraviglia era il fine ultimo dell’opera d’arte. E molti albi illustrati sono una magnifica opera d’arte. E’ sana la meraviglia, ma vorrei poter dare in mano ai bambini anche storie in grado di seminare in loro il seme della compassione, della giustizia, della tenerezza.
Quando parlo di perido barocco non intendo che un libro dal segno grafico e pulito vada nella direzione giusta. Intendo che si punta più a suscitare stupore e a coltivare l’amore per il bello, più che offrire storie.
Quanti libri sulle emozioni vengono sfornati ogni anno? Sugli abbraccci, sull’amore, sull’amicizia? Quanti pochi sul quotidiano dei bambini?
Là fuori c’è il mondo ed è molto più forte del mondo dentro ai libri. E non sto negando il Meraviglioso come genere letterario, come luogo della metafora e del sogno; sto deplorando la meraviglia fine a se stessa.

Abbiamo gli occhi pieni di stelle quando entriamo in un libreria per bambini, quando sfogliamo un albo, quando riconosciamo la bellezza di certi segni; ma cosa serve ai bambini oggi per il loro futuro? Quali semi possiamo donargli affinchè là fuori il mondo possa prendere una strada migliore?
Disquisiamo sui libri, sugli stili, parliamo di pedagogia, di percezione dell’immagine, ma a volte ci intrappoliamo da soli in reti splendenti.
Ultimamente mi capita di fare formazione a genitori e insegnanti portandomi dietro una trentina di libri; li dispongo in bella vista sui tavoli e inizio a parlare. A fine serata ne ho fatti vedere sei, sempre quei sei: Leo e Lia di Laura Orvieto, Il libro delle meraviglie di Hawtorne, Piccolo blu e piccolo giallo di Leo Lionni (alternato ad Alessandro e il topo meccanico), Racconti per bambini di Tolstoj, Valentina e i segreti della natura di Lena Anderson e E sulle case il cielo di Giusi Quarenghi. Leggo storie e leggo poesie perché questo è quello in cui credo, quello di cui credo i bambini abbiano soprattutto bisogno oggi.

Illustrazione di Joanna Consejo

Illustrazione di Joanna Consejo

L’albo illustrato è un prodotto magnifico, costruisce alfabeti visivi, dipinge scenari e si articola in storie lievi, sognanti. Non deve mancare nella libreria di un bambino; attraverso l’albo forse il bambino diventerà adulto sviluppando un senso critico sulla realtà che lo circonda, imparerà a leggere le immagini con puntualità e si farà interprete del suo tempo.
(Attenzione però: questo esubero di albi illustrari si inserisce perfettamente nella nostra contemporaneità; l’editoria per ragazzi si serve di una naturale predisposizione del bambino nato in una società che veicola le storie quasi esclusivamente con le immagini, per stampare migliaia di libri all’anno. Certo l’albo ha un ritmo più lento rispetto alla televisione, ma non adopera un linguaggio differente per quanto molto più raffinato e articolato.)
Tuttavia non possiamo educare gli occhi a discapito delle orecchie e del cuore, perché noi siamo prima di tutto esseri narranti e in quanto tali abbiamo bisogno di storie per costruire il nostro futuro. Abbiamo bisogno di parole belle, di profondità, di allenare il muscolo dell’immaginazione, di iniziarci alla vita attraverso le fiabe.

Il quinto dilemma finisce così con una serie di “forse”.

Forse il lettore dovrebbe essere più esigente, forse gli editori dovrebbero puntare ai libri con più storie e meno immagini, forse i librai dovrebbero stare all’erta in mezzo a tanta meraviglia, forse i blog di letteratura per l’infanzia dovrebbero iniziare a criticare anche i libri belli, ma vuoti.
Abbiamo perso di vista il bambino nel qui e ora, e con lui abbiamo perso di vista il futuro che in fondo in una libreria per bambini è l’unica cosa che conta.

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