I subdoli

Scritto il 1 agosto 2016 nella sezione Blog

Sapete che non amo i libri a sfondo pedagogico e didattico, li trovo noiosi e poco interessanti. Ultimamente se ne pubblicano moltissimi e tra questi ci sono anche quelli che io definisco “i subdoli”, ovvero quei libri che partendo da una storia si rivelano poi solo degli strumenti fine a se stessi (subdoli perché gli adulti non li individuano quasi mai come “libri aspirina”).

Mi è capitato di intrattenere, proprio qualche settimana fa, una bellissima conversazione con i librai del Coordinamento delle librerie indipendenti riguardo a tre libri da inserire o meno nel bollettino ad uso delle biblioteche, bollettino che ogni mese presenta le novità editoriali più significative passate al vaglio da me e dai miei colleghi; quasi in contemporanea, mi è stato richiesto un parere su uno dei libri in questione da un’affezionata cliente della libreria – psicologa e psicoterapeuta infantile.
Parliamo de “Il buco” di Anna Llenas (Gribaudo), “Un trascurabile dettaglio” di Anne-Gaell Balpe (Terre di mezzo) e “Un posto silenzioso” di Luigi Ballerini e Simona Mullazzani (Lapis).

Posso intuire cosa si intende quando mi si dice che questi libri sono “utili”, perché, in fondo, i libri come “Il buco”, “Un posto silenzioso” e “Un trascurabile dettaglio” nascono proprio con intenti precisi, e poiché il libro, tra le sue tante declinazioni, può comprende anche quella di “strumento”, ogni lettore è libero di usarlo come crede. Sono anche pronta ad ammettere che perfino l’albo più infelice può avere una seconda possibilità nelle mani di un lettore motivato, e che, probabilmente, questo entusiasmo renderà il libro molto gradito anche al bambino. Quanti libri – che continuo a ritenere brutti – ho visto ottenere discreti successi solo perché letti o “animati” con convinzione! (E quante volte mi sono ritrovata a chiedermi se per caso non fossi io diventata troppo ostinata nelle mie idee).

Ben sapendo che un adulto che legge è considerato già di per sé un dono, penso che il mio atteggiamento nei confronti di questi libri riveli una coerenza di fondo (a volte scambiata per rigidità, o come preferisco dire io, rigore) rispetto alla mia poetica di libraia.
Sono davvero persuasa fino al midollo che una buona storia valga molto di più di qualsiasi libro didattico, e sono ben determinata, nel tempo che dedicherò al mio mestiere, a diffondere questo pensiero e a difenderlo.

Un trascurabile dettaglio

Un trascurabile dettaglio

Io non metto mai in dubbio le buone intenzioni dei miei lettori e cerco il più possibile di calarmi nei loro panni, compiendo a volte un notevole sforzo per ricordarmi che ognuno ha il proprio percorso e il proprio sentire; ma sono convinta che se molti adulti potessero fare più spesso due chiacchiere approfondite con un libraio competente e si lasciassero consigliare una qualche alternativa ai libri sopracitati, scoprirebbero con grande sorpresa quanti tesori nasconda un libro con una storia non costruita intorno ad una tematica specifica.
Certamente i processi innescati da una storia non a tema sono molto più lenti, nascosti, misteriosi, rispetto al BOOM di un libro aspirina o di un libro che parla spudoratamente di amicizia, emarginazione, disagio, silenzio ecc… Ma i tesori che una buona storia mette in luce sono di gran lunga più preziosi.
Le storie richiedono tempo e costanza per rilasciare i loro misteri, ci intimano di volersi incontrare segretamente con la vita per poter fiorire, quindi posso ben capire quanto, per esempio, in ambito terapeutico i libri di narrativa siano poco letti. Ma non dimentichiamo che le storie dei libri sono spesso affari privati, da leggere nell’intimità, che una pagina condivisa ad alta voce non ha bisogno di nient’altro se non del tempo che ci concediamo per ascoltarla, che i libri non sono necessariamente degli strumenti di guarigione o di comprensione delle dinamiche esistenziali.
Libri come “Il buco” finiscono in mano a maestre, atelieriste e pedagogiste in un lampo perché sono “libri su cui si può lavorare” o “libri per parlare”. Siamo sicuri che mostrare un buco (o meglio “visualizzarlo” come si tende a dire oggi) aiuti? Non ci sono davvero altri strumenti, oltre all’albo, per parlare di un dolore? E se proprio vogliamo usare un libro, non sarà meglio una storia che non si limiti all’argomento prescelto inserendo il tema del dolore – per esempio – in un contesto più ampio e articolato?

 

Il buco

Il buco

Se li chiamo “libri subdoli” è proprio perché contrariamente ai libri aspirina classici (ciuccio, pannolino e compagnia bella), questi libri camuffano i loro intenti sotto una veste più filosofica, concettuale, pedagogica. Il loro scopo è quello di assecondare l’adulto a cui piace immaginare il lettore bambino intento a rielaborare il suo presente, il suo vissuto e le sue emozioni attraverso un libro. L’adulto però. E qui sta il tranello e lo smascheramento della sua natura didattica.
Mi sono immaginata Astrid Lindgren valutare come editore il punto di vista del bambino in questi albi… Credo li avrebbe cestinati subito.
In effetti nemmeno io capisco come un bambino possa trovarli interessanti: un vademecum non richiesto su come ci si sente o su cosa si provi in certe situazioni. Ora io so che mi scriverete dicendo che i vostri figli hanno trovato questi libri splendidi, che li vogliono tutte le sere, che i bambini sono molto intelligenti e sensibili…
Anche se dissento da queste generalizzazioni (conosco bambini meravigliosamente ottusi), mi rimane sempre sulla punta della lingua una domanda molto semplice: e se gli si leggesse delle storie autentiche quali libri preferirebbero? Forse mi rispondereste: entrambi. E aggiungereste: perché sono cose diverse. Vero, sono cose diverse: in un libro di Roald Dahl o di Astrid Lindgreen il bambino c’è davvero, ne “Il buco” è solo un pretesto, un fenomeno da analizzare, scorporare, interpretare, visualizzare… una noia mortale, se non c’è un adulto entusiasta a leggerci il testo con occhi brillanti, felice che il proprio bambino possa fare un passo in avanti nella consapevolezza di sé grazie ad un libro come questo.

Un posto silenzioso

Un posto silenzioso

Tutta questa attenzione ai processi interni sta allontanando i bambini dall’infanzia. In medicina cinese si direbbe che ci sia uno sbilanciamento del “Chi”, ovvero che siamo troppo concentrati su noi stessi, sui nostri stati d’animo, che “ci pensiamo troppo”e non “scorriamo”. Oggi vogliamo rendere i bambini sempre più consapevoli delle proprie emozioni, dei sentimenti, di cosa significhi diverso… ma poi a conti fatti, davvero i bambini di oggi dimostrano tutta questa consapevolezza? O sono piuttosto gli adulti a sentirsi rincuorati da un lavoro tanto minuzioso, attento e curato sull’infanzia? E questo bambino cresciuto con cinquanta libri sull’amicizia o sul valore della diversità, sarà un adulto più felice domani?
Mi auguro che sia così, ma i bambini che oggi entrano in libreria non mi paiono affatto felici. Seguiti, amati, spronati, incoraggiati… ma molti di loro mi dicono che sono stanchi dei libri e di andare all’asilo (4 anni e già stanchi) e, cari lettori, io vivo in Emilia Romagna dove le scuole dell’infanzia sono considerate un’eccellenza.

Quando arriva in libreria un libro come “Un posto silenzioso” io vedo già le maestre fare tutto un percorso sul silenzio adoperando questo albo; ma a me pare sempre di più un’operazione che lascia gli operatori e i genitori più soddisfatti dei bambini. Io da parte mia auspico un ritorno alle fiabe e alle storie spensierate, ai tempi in cui leggere un libro significava solo leggere una storia, i tempi in cui sui libri non si lavorava.

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