Il giardino di Mezzanotte

Scritto il 5 aprile 2018 nella sezione Consigli di lettura

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A Pasqua ho visto al cinema Ready Player One il nuovo film di Steven Spielberg.
Il film non mi ha particolarmente entusiasmato, ma ha suscitato in me alcune riflessioni.
E’ poi capitato che negli stessi giorni io mi trovassi a rileggere Il Giardino di mezzanotte di Philippa Pearce (titolo originale Tom’s midnight garden del 1958) edito per la prima volta in Italia dalla casa editrice Salani nel 1988 e finalmente ristampato da Mondadori nel febbraio del 2018 con la traduzione di Beatrice Masini e la bella copertina disegnata da Levi Pinfold.

La vicinanza di queste due esperienze, una visiva e una letteraria, ha innescato una sorta di cortocircuito di cui vorrei parlarvi recensendo il romanzo di Philippa Pearce, vincitrice per questo libro della Carnegie Medal, il più alto riconoscimento inglese per la letteratura per ragazzi.
Il film di Steven Spielberg è l’adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di fantascienza di Ernest Cline che per l’occasione firma anche la sceneggiatura.
Siamo nel 2045: l’inquinamento e la sovrappopolazione hanno cambiato la vita sulla Terra. Per sfuggire allo squallore delle proprie esistenze, le persone si immergono nel mondo virtuale di OASIS, dove possono divertirsi, guadagnare soldi od oggetti e sentirsi appagate. Il produttore e il visionario costruttore del gioco, James Halliday, è morto da poco, lasciando ai suoi numerosi fans un video messaggio in cui annuncia che all’interno del suo mondo virtuale egli ha nascosto un tesoro: chi riuscirà a trovarlo acquisterà i diritti legali di Oasis e con essi l’eredità miliardaria del suo inventore. Wade Watts, un giovane diciottenne che abita a Columbus in una sorta di barraccopoli, tenta di battere il “Gioco di Anorak”, ovvero una serie di sfide per ottenere l’ambito premio, prima che la multinazionale IOI prenda il controllo di OASIS.

Non vi preoccupate, non vi ho svelato troppo perché su questa breve ossatura si regge sì la sceneggiatura di tutto il film, ma è talmente pretestuale che quello che vi ho appena raccontato vi viene detto dal protagonista solo dopo cinque minuti dall’inizio del film.
Ready Play One punta infatti tutto sugli effetti speciali, sulle scene adrenaliniche delle varie sfide, sulla tensione creata dall’imperituro gioco tra bene e male.
La cosa che invece mi ha molto colpito e che mi piacerebbe mettere in relazione con il romanzo di Philippa Pearce è la totale mancanza nel film di Spielberg della nostalgia per la Natura.
E la cosa è ancora più sorprendente se pensiamo che, in quasi tutti i film post-apocalittici, il futuro dell’umanità e del pianeta è affidata ad un rinnovato senso ecologico delle nuove generazioni (da notare poi che in tutti i film di fantascienza prodotti negli ultimi anni le azioni si svolgono in un futuro sempre più prossimo: non siamo nel 2245, siamo nel 2045, cioè tra poco più di una ventina d’anni).
Quindi che Wade Watts e il suo gruppo di amici non accennino mai ad una nostalgia per un paradiso perduto (si vede solo che il terrazzo dove vive la coprotagonista è coltivato) è alquanto sorprendente. Perfino in Oasis – nome più che mai evocativo – i mondi virtuali non presentano la benché minima traccia di spazi verdi (c’è un breve accenno ad un isola tropicale dove però l’attrattiva principale sono le onde di 35 metri sui cui fare surf). Nell’immaginazione di chi ha creato il gioco, tutto è fortemente antropizzato: città fitte illuminate da luci psichedeliche, grattacieli, autostrade, discoteche, casinò, oppure lande devastate da guerre in cui uccidendo altri avatar si conquista denaro o manufatti magici. Pare che l’idea di divertimento prevalga su ogni cosa, perfino sulla necessità di vivere a stretto contatto con un ecosistema che potrebbe essere, almeno nella fantasia, finalmente intatto. E pensare che la mia prima impressione, vedendo Le cataste, ovvero la baraccopoli in cui vive Wade, è stata quella di voler respirare, di vedere un albero, un pezzo di giardino… un po’ come Tom, il protagonista de “Il giardino di Mezzanotte” costretto a trascorrere le vacanze nell’appartamento degli zii per non prendere il morbillo dal fratello più piccolo.

La casa degli zii di Tom, pur essendo una casa d’epoca, con il passare degli anni è stata intrappolata dalle nuove costruzioni. Sul retro niente giardino, solo un pezzo di terra lastricato dove parcheggiare l’auto o tenere i bidoni dell’immondizia. E Tom che già si figurava un’estate a costruire una casa sul vecchio melo insieme a suo fratello Peter, è costretto ad una sorta di reclusione in compagnia di due persone niente affatto simpatiche. Certo, il giardino della sua casa non è più grande di un fazzoletto, ma c’è l’orto e l’aiuola, e vicino alla recinzione sul retro un stralcio di prato ricoperto di erbe selvatiche. Ed è lì che cresce il melo.
Ma niente da fare: Tom viene mandato in quarantena dagli zii e già sa che si annoierà a morte, o almeno così crede… ma nell’atrio d’ingresso della nuova casa c’è un antico orologio a pendolo che non batte mai le ore giuste e, in particolare, a mezzanotte manda tredici rintocchi anziché dodici. Tom che non riesce a dormire perché fa poco moto e si rimpinza dei manicaretti della zia, si incuriosisce e, una notte, scopre che alla tredicesima ora oltre la soglia della porta sul retro appare un magnifico giardino. Nel giardino gioca una bambina di nome Hatty…

Al contrario di Wade Watts, in Tom, la nostalgia per un piccolo paradiso perduto è potentissima, così potente da diventare il motore di tutta la sua avventura che, neanche a dirlo, si svolge in un mondo parallelo. Non oserei definirlo virtuale, ma quel che è certo è che sia Wade che Tom percepiscono il mondo oltre la realtà, come molto reale. Di e da quel mondo riportano sensazioni fisiche, desideri, aspettative… Difficile confonderlo con un sogno, anche se il pericolo di perdersi in esso è sempre in agguato e possibile. Ma è proprio qui, sul confine tra il reale e l’altro reale, che si crea una separazione molto netta tra il film di Spielberg e il romanzo di Philippa Pearce: Tom, alla fine della sua vacanza dagli zii, prova desiderio per la sua casa, la sua famiglia, per suo fratello, capisce che non si può vivere distaccati dalla realtà.

Invece alla fine del film, per i ragazzi di Spielberg la pausa dal mondo virtuale, da Oasis, sarà il martedì e il giovedì. Lo so, sembra una presa in giro più che una linea di pensiero coerente. Come a dire: due volte a settimana è auspicabile ricordarsi di vivere sulla terra.
Di contro per Philippa Pearce la nostalgia del presente ad un certo punto deve accendersi, e deve farsi sentire con la stessa potenza con la quale si è cercato di colmare il vuoto lasciato da un giardino perduto. E la cosa davvero stupefacente nella visione di questa impareggiabile scrittrice è che la realtà vissuta nell’altro reale, non è meno solida: né Hatty né Tom sono fantasmi (e non a caso il dialogo tra i due bambini su questo argomento è centrale nel libro). Quando Tom ed Hatty rivivono il passato o vivono il presente – a seconda dei diversi punti di vista – sono veri, presenti a se stessi come non mai, Tom, semmai, è solo più trasparente. Forse Spielberg lo definirebbe un avatar, ma io preferisco parlare di presenza animica perché ciò che Tom esperisce ogni notte non è un mondo costruito a tavolino dove si può decidere chi essere o chi impersonificare; non c’è premeditazione nel giardino di Mezzanotte, dove perfino le stagioni sono imprevedibili, ma perfetta consonanza con il sentire di Tom i cui desideri, pensieri, sentimenti ed emozioni, si fanno via via più vividi e intensi. Ciò che Tom vive è vero tanto quanto la sua vita di giorno, solo che in quelle ore il tempo “batte fuori quadro” come ci direbbe Amleto. L’angelo dell’Apocalisse disegnato nel quadrante della pendola sottoscrive che Il Tempo non esiste. Il tempo non esiste, niente altro. Ed è per questo che Tom torna sempre indietro, per poi riuscire ad abbracciare Hatty in un presente finalmente coincidente per entrambi.

Nel film di Spielberg mi sono invece sorpresa a pensare se l’evoluzione dell’essere umano non sia destinata ad andare verso un distacco totale dalla realtà. Ho pensato che ci siamo così abituati a demonizzare il mondo dei videogiochi, ad accusare le realtà virtuali di educare bambini e ragazzi alienati, a respingere – almeno in teoria – le piattaforme dei social network come luoghi dove non si possono intessere vere relazioni, da non accorgerci quanto tutto questo sia realmente parte dell’esistenza delle nuove generazioni. Ho riflettuto, per esempio, su come spesso chi promuove le campagne per la lettura, chi difende il valore dei libri o l’importanza di un’amicizia coltivata attraverso una frequentazione costante, appartenga a generazioni per cui la nostalgia per i pomeriggi in cortile, per le feste di compleanno a casa degli amici, per la maestra che aveva sempre ragione, per i cartoni animati con una storia, sono reali. Noi, e mi ci metto anche io, parliamo di tutto questo con cognizione di causa, portandoci dietro delle sensazioni e dei ricordi pronti a riaccendersi alla vista di un albero, di un libro amato, di una strada della nostra città. Noi siamo come Tom nel giardino di mezzanotte, attraversati dall’ardente desiderio di scalare un tronco, di nascondersi tra i tassi, di percepire ancora il profumo dei giacinti. Noi siamo i figli di un giardino segreto, un libro che non a caso potrebbe essere considerato un romanzo archetipico del 1900.

Ma i protagonisti di Spielberg no. Loro non costruiscono mondi di cui non possono provare nostalgia. Sono bambini e ragazzi senza alberi. E non sono orfani di alberi, perché l’orfanezza implica di per se stessa la consapevolezza di una mancanza. E non ho dubbi che Spielberg abbia voluto inviarci un messaggio di speranza con il suo film – del resto lo ha sempre fatto; ma il risultato è ambiguo, anche se la morale alla fine non manca ed è tanto esplicita che perfino il mio bambino di sette anni ne ha colto il senso: “videogiochi sì, ma con moderazione”. Eppure a dispetto di tutto questo, sono i messaggi impliciti di questo film ad essere a mio avviso sconcertanti; è quella mancanza di vegetazione o il desiderio per essa a parlare più di qualsiasi morale. Ed è quindi in questo senso che parlo di un distacco dalla realtà perché se davvero le future generazioni non percepiranno più la mancanza di un giardino, della natura, allora che senso avrà restare qui, sul nostro pianeta, fatto letteralmente di terra? Perché non ambire a vivere in una virtualità completa? E se fosse l’annullamento del corpo – stavolta però inteso in senso positivo – ad attenderci nel futuro? Siamo tutti sempre più mentali, cognitivi, i bambini stessi, fortemente stimolati, diventano più intelligenti, perfino la promozione alla lettura parla dello sviluppo delle sinapsi… perché dunque ci dovremmo stupire se creeremo i mondi solo grazie al pensiero, spostandoci nello spazio più veloci della luce, costruendo spazi virtuali immaginifici, comunicando telepaticamente con tutti e tutto?
E il corpo? Il corpo forse sarà superato, battuto. Niente più ostacoli, niente più menomazioni. Forse ci attende una Matrix i cui architetti saremo noi e non le macchine. Vedendo il film di Spielberg viene da pensare che sia solo il corpo e non la mente ad avere bisogno della natura, laddove la mente non sa neppure cosa sia la nostalgia per un giardino, intenta com’è a restare perennemente iperattiva ed eccitata.

E di fronte a questo scenario possibile perché oggi dovrei consigliarvi di leggere il libro Il Giardino di mezzanotte? Solo la parola libro potrebbe già suonare antiquata, vetusta, obsoleta. Perché qui si parla di un giardino, si parla di alberi a cui è stato dato un nome e sulla cui corteccia una bambina ha inciso le proprie iniziali, si parla di un orto e di un giardiniere, di una serra, di un muro di cinta che protegge e separa quel giardino dai pascoli. Si parla di un mondo di cui si ha nostalgia, di un giardino – imperfetto e non priva di dolore come del resto è l’infanzia – ma di cui sentire la mancanza come Noè dopo il Diluvio Universale.
E la cosa straordinaria è che leggendo queste pagine meravigliosamente scritte, io sono certa che anche i bambini contemporanei, quelli cresciuti senza un cortile o un prato, potranno vivere quel giardino, come Weide vive la sua Oasis. I giovani lettori potranno esperirne i profumi – quello della rugiada prima che il sole sorga e quello dell’erba dopo la pioggia – potranno immaginare di toccare le cortecce, e di raccogliere i ribes nell’orto; potranno rifugiarsi nel tronco di un albero, imparare a memoria i nascondigli segreti di Hatty, desiderare una casa sull’albero. Così forse quando inventeranno o si troveranno a vivere una realtà oltre a questa, forse vorranno immaginare, contrariamente a Weide Watts, pianeti fitti di alberi, foreste, orti, serre, oltre a città mirabolanti e affollatissime. Ho la speranza che il futuro, così come i desideri, si possano coltivare seme dopo seme, parola dopo parola, storia dopo storia.

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