Il libro della polvere – La belle sauvage – Narrativa

Scritto il 17 gennaio 2018 nella sezione Consigli di lettura

È stato un libro molto atteso, non solo perché riprende dopo ventidue anni i fili della trilogia di “Queste oscure materie”, ma perché è scritto da Philip Pullman, uno dei più grandi scrittori per ragazzi, vincitore dell’Astrid Lindgren Memorial – per intenderci l’equivalente del nobel nella letteratura giovanile – e della Carnegie Medal.

Il libro della polvere - copertina

Il libro della polvere – copertina

E sul fatto che Philip Pullman sappia scrivere e costruire una trama originale e magnetica non dovete nutrire alcun dubbio, nemmeno questa volta; semmai il problema con Pullman è distogliere la mente dal ritmo e dalla bellezza della sua scrittura che rimane impressa nel pensiero come l’impronta luminosa di una lampadina.

Tuffarsi nei suoi libri è un’esperienza che non deve essere riservata solo ai ragazzi, ma che è bene consigliare a tutti i lettori; e poiché si legge sempre meno trovo sia un grande dono rimanere intrappolati in una storia tanto avvincente.

Il libro della polvere – per quanto di polvere in questo primo capitolo si parli molto poco, ma attendiamo il seguito – ci riporta dentro al mondo di Lyra. La vicenda qui narrata è antecedente alla trilogia della Bussola d’oro e ció rende il libro appetibile anche per chi è ancora all’oscuro di daimon, luci ambariche e aletiometri (una mancanza che vi consiglio di colmare al più presto – anche se ammetto di provare una certa invidia per chi deve gustarsi per la prima volta una storia meravigliosa).

Quando si ha a che fare con una trama imponente come quella tessuta nei tre libri della Bussola d’oro, il rischio di improvvisare un rammendo o di intrecciare i fili in modo confuso e caotico è altissimo. Eppure credo che sia stata proprio la complessità dei primi tre libri a decretare il successo di quest’ultimo. È come ammirare un tappeto persiano e non capacitarsi di quanti nodi ci restituiscano la bellezza del disegno; parrebbe che ad ogni passo, un nuovo fiore possa sbocciare nell’intreccio senza per questo disturbare l’armonia dell’insieme.

Ed è in effetti la multiforme geometria che soggiace alla storia di Lyra, a nascondere e rivelare continuamente possibili strade, così che il lettore è avvinto alla propria fantasia e a quella dello scrittore in ugual misura. Cosa succederà adesso? Ci si chiede. Da che parte procederà il sentiero?

E sono talmente tante le possibilità inesplorate (ma non è forse così anche la vita? E non è forse la migliore scrittura uno specchio della vita stessa?) che leggere oggi cosa è avvenuto prima che Lyra ricevesse dalle mani del Maestro del Jordan College il suo primo aletiometro, non è altro che intraprendere un altro sentiero, un sentiero che invero tutti noi lettori di Pullman non vedevamo l’ora di percorrere.

Nessun sfilacciamento della trama, nessun personaggio fuori posto (anzi, nei nuovi protagonisti c’è una insolita familiarità con i protagonisti della Bussola D’oro – penso alla professoressa Relf e alla dottoressa Malone) tutto si intreccia alla storia cullata da tempo nella nostra immaginazione nel modo più naturale possibile.

Philip Pullman ancora una volta ci conduce in un mondo parallelo, dove la verosimiglianza con il nostro mondo rende incredibilmente potente lo straniamento del lettore, il quale si ritrova presto – il tempo del primo capitolo – a provare nostalgia per una terra che non ha mai abitato ma che pure sente così vicina (ad un taglio di lama sottile, direbbe qualcuno).

In alcune accezioni il termine saudade – vocabolo non del tutto traducibile in italiano derivato dalla cultura lusitana – viene utilizzato per esprimere la malinconia per qualcosa che non si è vissuto o per la “nostalgia del futuro”.

“Sentire la mancanza per qualcosa che deve ancora accadere”

potrebbe sembrare un’espressione paradossale ma è esattamente la sensazione che si vive leggendo i libri della polvere (“La belle sauvage” così come la trilogia delle oscure materie) .

Attraverso la scrittura di Pullman si accede a una dimensione quasi mistica della propria realtà, in cui l’accettazione di un vissuto in un universo parallelo costituisce una sorta di nostalgia per qualcosa che non c’è, e crea un legame, un ricordo, per un bene speciale che è assente ma che si desidera rivivere o vivere ardentemente.

Così il lettore si sorprenderà a desiderare un daimon più di ogni altra cosa (quando non si scoprirà a figurarselo al fianco o addirittura a parlargli), vorrà percorrere le vie di Oxford al bagliore di lampioni a luce ambarica, o vorrebbe possedere un aletiometro per lasciarsi attraversare la mente da 36 simboli e scoprire finalmente una risposta a una domanda importante.

E non solo: l’immaginazione di Pullman è talmente vivida da permeare i pensieri per giorni e vi farà credere – ma penso sia vero – di poter vedere l’anima sotto forma di animale al fianco di ogni persona che incontrerete.

E se l’anima delle persone nel mondo di Malcolm Polstead e di Lyra Belacqua è visibile, è perché le storie di Pullman sanno essere vere e vi inducono a pensare che quello che lo scrittore vede è reale ed è qui proprio sotto ai nostri occhi, e che forse siamo noi a non aver capito di farne già parte da tempo.
Così fluida è la capacità di questo scrittore di costruire la trama, che ogni personaggio stringe immediatamente con il lettore un legame straordinario, capace di portarlo financo alle lacrime: quello che Malcom vive noi lo viviamo e quando viene trascinato con la sua canoa – la belle sauvage – dalle acque del fiume, non possiamo che vorticargli letteralmente dietro, parola dopo parola, pagina dopo pagina.

Deve esserci un’attrazione particolare tra Pullman e l’acqua, o sarebbe meglio specificare, con il Vecchio Padre Tamigi.
Già la sua Sally Lockhart, protagonista di tre romanzi polizieschi che vi consiglio di leggere con altrettanta incrollabile fiducia, rischió la vita travolta da una piena; ma nel “Libro della polvere” la piena assume dimensioni catastrofiche e travolge interi villaggi, fino a scontrarsi alla foce con la risacca della marea.

Qui c’è un fiume che si sconvolge perché

“Qualcosa è stato turbato nel cielo e nell’acqua”
dicono i Gyziani che sul fiume vivono da sempre.

E se la verosimiglianza del nostro universo con quello di Malcom, ci induce a riflessioni profonde – in effetti uno dei compiti primari del genere Fantasy – , non possiamo non chiederci, leggendo Pullman, cosa stiamo turbando noi, qui, nel nostro mondo di luci elettriche, di coscienze fragili e di equilibri delicati, quali misteriosi ingranaggi stiamo manomettendo più o meno consapevolmente.

E la cosa commovente di questo primo libro come della vecchia trilogia, è che quando il mondo si sconvolge, la salvezza, o meglio il Destino, non solo è affidato a dei bambini (Malcom, Alice e Lyra), ma alla capacità che essi hanno di attraversare i diversi piani della realtà. Fate e giganti, ville illuminate e irraggiungibili, ombre e anime menomate, appaiono ad un tratto nella trama de “La belle sauvage” come elementi fin troppo effimeri e apparentemente fuori contesto, provocando uno scollamento profondo con la trama e destabilizzando il lettore.

L'aletiometro, ovvero La Bussola d'oro

L’aletiometro, ovvero La Bussola d’oro

Ma è davvero così, o l’autore ci vuole condurre alla deriva, esattamente come Malcom e Alice sulla loro canoa in preda alla corrente? E se il popolo delle Streghe e degli Orsi Polari in “Queste oscure materie” ci erano sembrati tangibili e reali, nel “Libro della polvere” il mondo onirico ci appare di una inconsistenza disarmante; eppure ci attrae con la stessa potenza di quell’oltretomba che Lyra si trova ad attraversare ne “Il cannocchiale d’ombra”. È come se Pullman ci portasse all’improvviso in un altrove dentro all’altrove, in un gioco di specchi che si sviluppa all’infinito (del resto “La lama sottile” ci aveva rivelato esattamente questo, cioè la contiguità dei mondi).

Ed è attraversando quei paesaggi stranianti, nella sovrapposizione improvvisa dei piani, che il lettore si trova a domandarsi se, anche lui si sarebbe ricordato della fiaba di Tremotino per ingannare una fata, ora che ha abdicato alla sua anima bambina capace di mutare forma e di parlargli? Sarebbe stato abbastanza lucido per convincere un gigante ad aprirgli i cancelli che separano la realtà dal sogno? Si sarebbe rammentato, al momento opportuno, di cosa si celi oltre la nebbia sull’altra sponda del fiume?

Forse ancora una volta la saggezza dei Gyziani – che alcuni dicono superstizione – ci viene in soccorso a ricordarci che il tempo meteorologico non è mai stato slegato da un tempo interno, e che durante un’alluvione i piani, anche quelli sopra e sotto l’acqua, si rivelano agli esseri umani per la catarsi o per la perdizione.
Ma comunque la pensiate, non potete farci nulla: il filo della trama si tende inesorabile ed è impossibile non seguirlo, fuori e dentro dalla realtà, sia essa quella di un mondo parallelo o quella di un sogno.

Ma per quanto parallela sia questa realtà, è indubbio che ogni pietra, ogni pietanza, ogni stanza, nella scrittura di Pullman diventino immediatamente tangibili; che ogni persona che Malcom incontra diventi subito consonante anche con il lettore; e che ogni sentimento – sia esso di amore, di disperazione o di disgusto – batta all’unisono nel nostro cuore. Allora forse il daimon del nostro mondo è la scrittura, un’arte che se condotta con un talento tanto straordinario, rende visibile l’invisibile, squarciando il velo non solo davanti ai nostri occhi ma davanti al mondo intero.

Buona lettura.

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