Il mio vicino Totoro #2

Scritto il 31 luglio 2013 nella sezione Blog

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Si è a lungo dibattuto sul fatto che Totoro sia un fantasma o uno spirito. Nella traduzione italiana Totoro vien definito “fantasma” anche se per alcuni sarebbe più corretto parlare di spirito. Il problema sussiste se consideriamo le diverse accezioni che i due appellativi hanno nella lingua italiana. Con fantasma si evoca, nella tradizione occidentale, qualcosa di sinistro e spaventoso, immediatamente associato ad una presenza, spesso velata, bloccata tra la vita e la morte. Lo spirito invece porta con se una dimensione più mistica e religiosa, è spesso benevolo ed è associato a qualche cosa di evanescente ed etereo.
Lo scintoismo, religione di origine giapponese, prevede l’adorazione dei Kami ovvero degli spiriti che albergano nella natura e che abitano in generale tutte le cose animate e inanimate. Alcuni Kami sono spiriti guardiani di un luogo e, in particolare, Totoro veglia sul bosco Tzuka e vive nel grande albero di canfora. Gli alberi entro i quali sono soliti vivere i Totoro sono adornati da corde sacre, chiamate Shimenawa, costituite da nastri di carta e paglia di riso che indicano la sacralità della pianta. A mio avviso Totoro non è né un fantasma né uno spirito, ma una presenza viva e vitale al pari dell’albero che lo ospita. Probabilmente nessuna traduzione potrà mai essere davvero aderente a ciò che Totoro incarna, ma poco importa perché i bambini ne percepiscono immediatamente la magia e il fascino e lo riconoscono per quello che è, ovvero un gigantesco orso a metà via tra un procione e uno scoiattolo. C’è bisogno di dire altro?totoro 6

Quello che invece merita un approfondimento è lo splendore dell’infanzia che Totoro incarna con tanta grazia. Così come vale per i Corrifuliggine anche Totoro è invisibile agli adulti e, ai bambini, si mostra solo in casi davvero eccezionali. Tuttavia sembra che siano proprio i momenti meno importanti a spalancare la porta che separa il mondo visibile da quello nascosto oltre lo specchio. Accadde ad Alice di scivolare imprudentemente nella tana del Bianconiglio e capita a Mei di infilarsi in un tunnel di arbusti e precipitare in un anfratto del grande tronco dell’albero di canfora. Entrambe le bambine si annoiavano prima di incappare in un indaffarato coniglio bianco, ed entrambe si ritrovano a cospetto di un mondo meraviglioso.

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Quello che si para davanti agli occhi di Mei è però una realtà solo un po’ più lussureggiante del mondo che resta aldilà del tunnel, perché è l’incanto della natura a preservare la magia fuori e dentro il tronco dell’albero dove dorme Totoro: le farfalle si posano tra il muschio e le gocce di rugiada, la vegetazione brilla di un verde magnifico e piccole creature dall’aspetto pacifico si nascondono tra l’erba. Sono forse i suoni e la luce a rendere un po’ più sospesa e fatata l’atmosfera all’interno del tronco cavo e a comunicarci che un salto è avvenuto, che il velo è stato sollevato. La natura è il tramite, la porta che può condurci in una dimensione apparentemente invisibile, ma che si schiude a chi, della natura, si prende cura, osservandola e custodendola. Così succede a Mei che riconosce le ghiande seminate lungo il sentiero come segni magici.

Totoro 13Satsuki, tornata da scuola, trova Mei addormentata in mezzo al tunnel di alberi e, al pari di quanto accade ad Alice, crede che la bambina abbia sognato quando racconta ciò che ha visto oltre lo specchio della realtà. Differentemente dal romanzo di Lewis Carroll, sono gli adulti di Totoro ad avvalorare l’esperienza della piccola Mei senza dubitare per un solo istante che le sue parole siano frutto di mirabolanti fantasticherie o addirittura bugie.
La spiritualità orientale assegna, con grande naturalezza, alla dimensione del sogno una sua consistenza e veridicità. Nel film di Miyazaki il padre delle due sorelline entrando nella galleria di rami subito esclama: “Ma è fantastico! E’ come un rifugio segreto!” e noi capiamo immediatamente che la meraviglia dell’infanzia abita ancora nel suo cuore e che questo gli permetterà, attraverso i ricordi, di accogliere anche la meraviglia del racconto di Mei.
Il signor Kusakabe decide quindi di portare le figlie a visitare il tempio del bosco Tzuka e il grande albero sacro che ne è il simbolo e il cuore.
Di fronte alla potenza, alla bellezza dell’albero di Canfora la famiglia si inchina e ringrazia e con semplici parole chiede allo spirito che regna sul bosco di avere ancora cura delle due bambine in futuro. Nessuno risponde, ma l’ultima inquadratura della scena, ripresa dall’alto dei rami mentre Mei torna indietro a raccogliere il suo cappellino, ci dice in modo quasi perfetto che qualcuno ha sentito e veglierà su di lei. E così sarà.

La mamma di Satsuki e Mei è ricoverata per una lunga degenza e si evince dal secondo capitolo del film che la nuova casa permetterà alla famiglia di passare più tempo insieme trovandosi a poche ore dall’ospedale.
Nel capitolo finale apprendiamo che dopo molti mesi di assenza la mamma tornerà a casa per un breve soggiorno perché “pare si debba abituare un po’ alla volta” ai ritmi della quotidianità. Purtroppo per un banale raffreddore la sua dimissione viene posticipata, ma la piccola Mei che tanto desiderava riabbracciare la mamma, si avventurerà da sola lungo la strada per l’ospedale.
bus-gatto-totoroMei vuole consegnare alla mamma una pannocchia di granoturco raccolta nell’orto della nonnina che essendo maturata “allo splendore del sole”, la aiuterà a guarire. E’ agosto e fa molto caldo. Il sole è al tramonto e Satsuki cerca disperatamente la sua sorellina. Stremata e piena di paura chiede a Totoro di aiutarla a ritrovare Mei. Totoro, stringendo Satsuki a sé, chiama l’autobus-gatto, un pulmino molto speciale con dieci zampe che, invisibile a tutti, sfreccia per la campagna trasportando le creature magiche del bosco. Grazie all’aiuto di Totoro, Mei viene salvata e la pannocchia consegnata.

La presenza benevola del guardiano dell’albero di canfora sostiene le due sorelle nel momento del bisogno e, discreto leale e magico, fa vivere loro avventure straordinarie in grado di cullare il dolore per l’assenza della madre.
Chi non vorrebbe un Totoro accanto a sé quando si deve affrontare una difficoltà o un grande dolore? I bambini sono capaci di provare estrema felicità, ma anche grande solitudine e sofferenza. Totoro si palesa come spirito custode della casa, della natura e dell’infanzia, tre aspetti fortemente correlati nell’animo di un bambino. Non basta definire Totoro spirito, perché egli è anche una bellissima metafora di ciò che di più profondo l’infanzia si adopera per proteggere e difendere, la vita.

totoro-pioggia-ombrelloIn un giorno di pioggia Satsuki, che per la prima volta incontra Totoro, regala allo spirito del bosco Tsuka il suo ombrello. Nelle mani di Totoro l’ombrello diventa uno strumento musicale: poco importa se ripara dalla pioggia meglio della foglia di loto che Totoro tiene a mò di cappello sulla testa, quello che lo affascina è il suono delle gocce d’acqua che rimbalzano sulla tela impermeabile. Miyazaki oltre a fornirci un’immagine delicata e tenera di un bambino che scopre la meraviglia racchiusa in un oggetto di uso comune, ci suggerisce ancora una volta, attraverso un simbolo semplice come un ombrello, che Totoro rappresenta l’infanzia in tutta la sua spontaneità, completezza e unicità.
Totoro, per ringraziare, dona a Satsuki un “sacchetto di bambù legato con una foglia di mughetto rosa” pieno di ghiande e semi, piccole promesse di vita nella mani di un bambino. I semi vengono piantati in un’aiuola ricavata nel giardino davanti a casa.

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Purtroppo i semi non germogliano affatto e, come scrive Satsuki in una lettera alla mamma:”Mei ogni giorno, ma ogni giorno, chiede – Non spuntano ancora, non spuntano ancora?-” finché in una notte di luna piena Tororo invita le bambine a danzare intorno all’orto. Le ghiande gettano subito due foglioline diventando velocemente dei giovani alberi che, innalzandosi verso il cielo stallato, uniscono i loro tronchi per formare un unico grandissimo albero di canfora.
Il padre che studia nella veranda non si accorge di nulla, ma come se una presenza leggera gli passasse accanto socchiude gli occhi quando avverte una leggera brezza scompigliargli i fogli e i capelli. Mei e Satzuki abbracciano Totoro e con lui diventano il vento, sorvolando i campi e le risaie. Sulla cima del grande Totoro 12albero, al chiarore della luna Totoro e le bambine suonano l’ocarina e noi subito pensiamo alle sere d’estate in cui abbiamo udito il suono misterioso di un uccello notturno e a quante volte, forse, ci siamo invece imbattuti in un Totoro.
Il mattino seguente l’albero è sparito, ma tutti i semi sono germogliati e Satsuki e Mei, saltando e danzando per la felicità, si domandano se hanno sognato o se invece hanno davvero volato insieme a Totoro. Ma non è forse vero che un sogno condiviso viene chiamato realtà? Pare pensarla così anche il signor Kusakabe che con grande tenerezza osserva dal patio la felicità delle figlie restandone affascinato e commosso.

La potenza della natura, la sua forza creatrice e guaritrice, vivono in Totoro che di notte va piantando semi lungo il sentiero e che suona l’ocarina nei pleniluni. L’allegria dell’infanzia, la saggezza di piccoli gesti, l’irruenza di un desiderio sono in lui altrettanto potenti. Mei con il suo carattere forte, determinato, spensierato e Satsuki con la sua dolcezza, gentilezza e amorevolezza diventano per i bambini due personaggi emblematici con i quali sarebbe bello condividere mille avventure.

Siamo partiti chiedendoci se la televisione sia utile o dannosa per i nostri figli; ci siamo concessi una pausa di riflessione davanti al film di animazione di Miyazaki. Ora possiamo provare a richiamare i nostri bambini e domandare loro se hanno voglia di guardare insieme a noi un cartone animato. La loro reazione e il loro interesse per Totoro vi stupirà.

 

OcarinaA radice-labirinto trovi due bellissimi modelli di ocarina (tenore e soprano) per suonare sotto o sopra un albero nelle notti estive di luna piena!

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