Intervista ad Arianna Papini

Scritto il 25 dicembre 2015 nella sezione Il giardino degli illustratori
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Arianna Papini per il calendario dell’avvento di Radice Labirinto

Il sole caldo di un ottobre dorato scivola sul boschetto di penniseti appena oltre il campo nel quale ci troviamo a passeggiare. Pare non sia autunno, ma una particolare primavera in qualche paese sognato lontano da qui, e verrebbe da chiedersi, passeggiando su questo meraviglioso tappeto erboso, come mai la tavolozza dei verdi brillanti sia così spesso esclusa quando si tratta di descrivere la stagione autunnale.
Eppure ora che Arianna è accanto a me, le sue particolarissime illustrazioni in cui i colori giocano tra loro in modo imprevedibile, mi aiutano a disperdere i miei dubbi: l’autunno è giallo e rosso solo nei quaderni di scuola, ma il mondo se lo sappiamo guardare ci sorprende ogni giorno.
Cosa ha nutrito il tuo sguardo, cara Arianna, nel corso della tua vita?

Che domanda meravigliosa… in qualche modo è impossibile rispondere, oppure è molto semplice: tutto. Non c’è cosa al mondo che io non voglia conoscere, ero così fin da piccola.
Avevo un compito da svolgere, il tema era un personaggio o un evento. Avevo un libro su cui trovare le notizie, si trattava di fare riassunti. Semplice no? Allora cominciavo a cercare, andare, guardare nell’enciclopedia Treccani di mio nonno. Lì trovavo altri riferimenti e via, per una nuova strada avventurosa, incredibilmente fertile, luminosa. La curiosità muove tutto in me. Non c’è cosa che non susciti in me domande, gioia di conoscere, invenzione, bugia, fiaba. Ciò che appare semplice possiede il fascino incredibile di non esserlo mai veramente.
In genere è frutto di processi complessi, di percorsi intricati, di ricerca spasmodica di senso. Ero piccolissima e mia nonna mi portava ai musei, nelle chiese, ovunque la vita fosse stata rappresentata dall’arte. Mi nutrivo della mia Firenze, così tanto bella da sentirsi male. Volevo, desideravo dipingere quei veli che leggevo con i miei occhi di bambina, restando incantata. Gli affreschi contenevano cose terribili e meravigliose, proprio come la vita. Ho capito lì che esiste una possibilità, quella di dare forma ai pensieri per poterli donare agli altri e ho desiderato ardentemente far parte di quel mondo.
Ho lavorato tanto perché fosse così, sempre, rinunciando a cose sicure per l’incertezza della passione, sentendomi sempre più ricca e felice quando tutti mi dicevano di fare attenzione a non perdere cose, oggetti. Io sapevo di possedere molto di più, l’invisibile desiderio di creare.
Tutti hanno diritto di coronare i propri sogni e allo stesso tempo tutti hanno il dovere di lavorare duro affinché questo si avveri. Mi sono nutrita soprattutto degli esseri viventi, persone e animali, attraverso gli occhi e il cuore e infine le mani che fanno e si sporcano. Mi interessano profondamente gli sguardi e quel senso di appartenenza che nasce incredibilmente da un passare al fianco, respirare la stessa aria anche se solo per un attimo, osservare quella ruga e leggere una storia dura o semplice e frivola. La bellezza della vita, tutta, anche nel suo finire. La gioia di condividere, tutto, anche il dolore apparentemente insopportabile, il tenere una mano, lo sfiorare una guancia. Condividere i setting arteterapeutici con persone dolenti, sofferenti, cui la vita ha tolto tanto, a volte tutto. Sentire la profonda ricchezza di questo, rinascere accompagnando la loro rinascita, ogni volta. Non credere nella distanza terapeutica e avere la dimostrazione di quanto questo sia utile nel prendersi cura di un dolore bambino, portare avanti il diritto di non sopportare quel dolore nonostante i tanti anni di esercizio ed essere felice di questo.
Ecco, ho detto solo una piccola parte, ma parlo sempre troppo…

AriannaPapini copia-1Mi sembra di conoscerti così bene attraverso i tuoi albi, cara Arianna, che ritrovarmi qui con te mi è parso tanto naturale da farmi dimenticare i convenevoli. Benvenuta nel nostro giardino. Sei stata accolta da un umido manto di luce che fa splendere le zolle appena rivoltate e le infiorescenze delle graminacee. La terra ti sorride, e credo di sapere quale segreto si nasconde in questo benvenuto così luminoso: tu conosci il sogno delle stagioni.
Leggendo il tuo albo omonimo si percepisce il grande rispetto che porti per tutto ciò che è sacro e racconta la vita.
Illustrare e scrivere della natura cosa significa per te?

L’hai detto adesso. Rispetto.
Il mondo, le sue creature, ciò che mi circonda, ho sempre sentito che avesse un’importanza in qualche modo più grande di ciò che potevo rappresentare io. Ho sempre sentito un dolore profondo nella consapevolezza di poter danneggiare la natura con qualsiasi passo, solo in quanto essere umano. Ce la metto tutta ma è così. E questo è un dolore che mi porto dentro.
La vita è raccontata dalle rughe, dalle schiene curve, dalle mani callose e piene di storia. Le mani soprattutto raccontano tanto. Mi hanno sempre stupito le mani delle donne viziate. Sono bellissime, dalle unghie lunghe e curate, non hanno una screpolatura. Chi fa arte è come i bambini, ha le mani graffiate, un’unghia rotta, una sbucciatura. Se leggiamo i segni scopriamo le storie e raccontarle è sempre meraviglioso.
Il rispetto del mondo è qualcosa di imprescindibile per me. Il mondo sono le persone, gli animali, le piante, l’arte. Il rispetto comprende per me ogni cosa, i lombrichi, la terra, persone distanti da me che però hanno certamente una storia che le ha portate fin lì e mi interessa, anche quella.
La natura ci accoglie quando tutto è perduto, alla fine della nostra vita ma anche quando il dolore è troppo forte e ci stendiamo e lei ci carezza con la sua sabbia o ci fa il solletico con le piccole foglie tra i fili d’erba, ci accoglie con lo sguardo di un gatto amoroso, ci ricorda la speranza attraverso un tramonto o la rabbia che abbiamo dentro quando arriva il temporale o un terremoto.
La natura scrive la nostra storia più di quello che pensiamo…

vento-1Il giardino di Radice-Labirinto è un posto incantato e muta ogni volta che deve accogliere un ospite. Per te è diventato un luogo aperto, pieno di sole, una tavolozza spiegata sotto i piedi. L’aria è ricca di aromi e le erbe profumate del giardino dei semplici appena dietro la collina dei sambuchi, arriva fino a qui: salvia, ruta, melissa e verbena paiono già intrecciarsi al bordo del fosso, ma a guardare bene ci sono solo radicchi, erba del pastore e carote selvatiche.
C’è sempre qualcosa di nascosto nelle tue illustrazioni, ti sembra per un attimo di scorgere qualcosa di antico e lontano e invece a ben guardare ti ritrovi a guardare il muso di un gatto, un uccello in volo, un bambino sorridente.
Il mistero entra nelle tue tavole volutamente o avviene qualcosa di speciale quando posi la matita su un foglio? Come illustratrice senti di poter credere in qualcosa di sottile che pervade l’arte o pensi che la magia delle tue tavole sia il frutto di anni di esperienza e di prove?

È tutto molto misterioso. Ma è vero che il mistero lo si incontra solo con la passione che porta a dipingere e disegnare continuamente.
L’arte è magia. Esprime cose che non ci diciamo con le parole, ci narra storie che non abbiamo avuto la forza di raccontare, essa ci costringe in strade accidentate e fascinose, piene di imprevisti. Amo provare nuove tecniche istintivamente, dipingo direttamente senza fare disegni, mi piace accogliere il cambiamento, dalla prima idea al lavoro finito, che mi stupisce e mi racconta chi sono realmente.
Credo che l’arte sia una cosa seria. Dobbiamo essere profondamente impegnati nella nostra ricerca, ma possiamo farlo solo se ci porta avanti la passione. Io lavoro così, forse ci sono altri modi ma io non ne conosco. Continuamente l’arte mi chiama e io corro e dipingo e la maggior parte del tempo lo faccio senza uno scopo o un progetto, unicamente per vivere all’interno del quel processo magnifico che mi fa stare bene.
Così nascono i miei libri. Perché le immagini chiamano le storie e loro, quando le racconti, chiamano altre immagini.

AlberodellavitaA tutte gli illustratori e le illustratrici che sono venute a trovarci abbiamo chiesto se c’è nella loro memoria un giardino caro a cui tornare con il pensiero, un luogo incantato e sospeso nel tempo dove trovare rifugio. Esiste questo giardino per te Arianna?

Sì. Ma mi è difficile parlarne.
A volte la natura mi prende così tanto che quasi non resisto. La sua partecipazione petrarchesca oppure quando è indifferente a ciò che senti, sei terribilmente triste e splende il sole, oppure gioisci come una lepre e piove, piove che non smette più, questa sua indifferenza a volte mi fa paura.
Allora la chiamo, la dipingo. Ho un tale trasporto verso la natura che a volte mi commuovo o mi prende un’allegria irrefrenabile, soprattutto in alta montagna o di fronte all’ampio orizzonte del Mediterraneo. Gli animali poi, loro sono così importanti per me. Forse si vede, li dipingo continuamente.
Quel giardino cui mi fai pensare, e te ne ringrazio, è un luogo di persone che ho perduto ma che tengo dentro di me. C’erano dei fiori alti alti con le foglie un po’ pelose, che pizzicavano. C’era la ghiaia e anche delle piccole bacche di rosa selvatica, un nespolo ombroso e le coccinelle che si affannavano ad arrampicarsi sui sassolini. Io le osservavo e pensavo a come la fatica sia una questione di pesi e misure, relativa e non universale. Ed è una cosa importante poi, da tener presente nella vita. C’era una grande oca bianca e un cane nero in quel giardino. Ogni tanto litigavano un po’ ma poi trovavano un loro modo di condividere lo spazio e il tempo. C’era l’alloro, ne sono certa. Era profumato e duro di foglia, scuro. Piccole aiuole dividevano la ghiaia dal terriccio, che mani da me amatissime smuovevano regolarmente. Da lì uscivano i signori lombrichi e, quando era umido, lì passeggiavano le signore chiocciole. Quando si incontravano a volte passavano gli uni sulle altre e mi chiedevo come mai appartenessi proprio io a quella specie di viventi che credono di non poter sopportare una cosa così semplice. Me lo sono sempre chiesto. Ancora non lo so.

10891811_685383534914784_6165054914409968697_nIl sole spinge i suoi raggi oltre le nuvole basse sulla linea dell’orizzonte, sembra voglia aggrapparsi al cielo per non tramontare. Anche noi vorremmo che la nostra passeggiata non finisse qui, ma la stella della sera è già apparsa e l’aria si fa frizzante. Arianna si avvolge nel suo scialle, intorno alle sue gambe è scivolato un gatto… da dove è arrivato?
Tutto questa sera è un mistero dolce. Grazie per essere stata con noi.

Biografia breve

biografia-arianna-papiniScrittrice, artista e arte terapeuta, studia al Liceo Artistico, alla Facoltà di Architettura di Firenze e alla Scuola Art Therapy di Bologna. Per 25 anni lavora per la Fatatrac, per la quale oggi è consulente. Ancora studentessa collabora con il Corso di Disegno Industriale, si laurea con una tesi sul design del libro-gioco e dal 2004 al 2007 insegna Teoria dei linguaggi formali. Tiene ogni anno numerosi corsi di narrazione e arte, corsi di aggiornamento e gruppi terapeutici per ogni età presso il suo studio a Firenze e collabora con scuole, associazioni e biblioteche per la diffusione della lettura. Tiene corsi presso l’Istituto Elsa Morante e il Liceo Artistico, l’Accademia Drosselmeier di Bologna, la Scuola di Illustrazione di Scandicci, Artelier di Padova, Energy di Venezia, l’A-I di Milano e l’ISIA di Urbino dove dal 2008 insegna Illustrazione. Collabora con il Master di Macerata, Il Master di Firenze, il MI-Master di Milano e con quello per l’editoria di Padova. Ha scritto e illustrato un centinaio di libri per Nuova Italia, Fatatrac, Edicolors, Lapis, Città Aperta, Carocci, Avvenire, Coccole Books, Kalandraka, Carthusia, Donzelli con i quali ha vinto numerosi premi, tra cui il Premio Andersen e il Premio Compostela. Alcuni dei suoi libri sono coediti in Francia, in Spagna e in Inghilterra. Ha partecipato a un centinaio di mostre tra personali e collettive, in Italia e all’estero.

www.ariannapapini.com

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