L’anatra, la morte e il tulipano

Scritto il 8 giugno 2016 nella sezione Consigli di lettura

Questo albo straordinario non è certo una novità editoriale, ma poiché ne aspettiamo la ristampa da tempo, speriamo che questa recensione possa riportare l’attenzione su un libro che non dovrebbe mai mancare sullo scaffale di una buona libreria.

Molto è già stato detto su “La morte, l’anatra e il tulipano” di Wolf Erlbruch e mi stupirei se fosse il contrario poiché io considero l’albo in questione una delle pietre miliari non solo del mio percorso di libraia e di lettrice, ma del panorama mondiale della letteratura per l’infanzia.
Mi sono quindi proposta di non fare di questo albo un recensione canonica (ammesso che io sia in grado di farne), ma di riportarvi i pensieri più belli che mi capita di fare mentre, rapita e commossa, ne sfoglio le pagine.

I risguardi

A - Risguardi 1Dico spesso durante le mie formazioni che un albo racconta una storia fin dalla copertina e che non si deve correre alla prima parola scritta per iniziare a leggerlo davvero; le figure si leggono e la struttura di un libro d’autore ha un sempre un senso preciso. C’è un’economia sottesa ad ogni singola parte di un albo e ogni parte concorre a raccontarci la storia. I risguardi spesso sono come un prologo.
Nei risguardi de “L’anatra, la morte e il tulipano” c’è un’anatra che ci sembra indecisa, smarrita, forse impaurita. In copertina guarda verso l’alto, ferma, portando il nostro sguardo al titolo. Nel primo risguardo è nella stessa posizione, ma ha il becco rivolto verso sinistra, quasi a contemplare l’effetto prodotto dalla nostra mano quando abbiamo girato la pagina. Sotto al colofon è invece disegnata in movimento, i tratti di Erlbruch ci suggeriscono che ha fretta, l’anatra si dirige a destra e noi istintivamente la seguiamo; ma nel frontespizio, sotto al titolo, rallenta di nuovo, si gira verso sinistra e pare voler tornare indietro. Nella prima pagina dell’albo però si ferma e si guarda alle spalle, dietro di lei la Morte, e in alto le parole di Wolf Erbruch che ci dicono: “Era da un po’ che l’anatra aveva una strana sensazione – Chi sei, e perché mi strisci alle spalle?- domandò.” La storia ha inizio.
Con grande maestria quell’anatra, fin dai risguardi, ci ha già comunicato una sensazione, così che quando ci troviamo a leggere l’incipit della storia anche noi, se siamo stati lettori attenti, ci sentiamo confusi, sospettosi e guardinghi.

La Morte

B - Morte 1La Morte di Erlbruch è una sintesi perfetta di un catalogo visivo messo a punto da secoli di immaginari collettivi. Ogni volta che mi trovo davanti alla sua testa di teschio, al suo corpo magro rivestito da quella doppia tunica a quadretti, le mani avvolte nelle manopoline e i piedi infilati nelle pantofole, nella mia mente avviene come un cortocircuito e in un solo istante vedo: mio nonno Mario, alle 11 di ogni domenica mattina trascorsa nella casa pugliese di mio padre, presentarsi in vestaglia sulla soglia della cucina, trascinando i piedi nella pantofole di cuoio e preannunciare con la sua sola presenza la morte della giornata (non si sarebbe potuti uscire fino alle 5 del pomeriggio); l’ultimo capitolo del film dei Monty Python, “Il senso della vita”, con Il Tristo Mietitore avvolto in un nero mantello e la falce in mano, in un’atmosfera grottesca che mescola sapientemente ironia e terrore; Comare Morte con la candela del medico in mano nella fiaba dei Fratelli Grimm; Amleto che parla al teschio di Yorik nel grande dramma shakespeariano; gli occhi di brace dello scheletro infilzato nello steccato che circonda la casa della Baba Yaga nella fiaba di Vassilissa; mia nonna, china sui ferri per la maglia a intrecciare una sciarpa di lana mentre con la sua voce rauca e dolce mi racconta di mia madre e della mia infanzia; e sento, sento la canzone di Angelo Branduardi “Sjarazule, marazule” nella versione italiana dal titolo “Ballo in fa#” o “danza macabra” al verso in cui dice “Sono io la morte, e porto corona, io son di tutti voi signora e padrona, e davanti alla mia falce il capo tu dovrai chinare, e con l’oscura morte al passo andare”; e sento la ninna nanna che mia madre mi cantava per farmi addormentare che finiva così: “mamma oggi, mamma ieri e le sporte non son panieri e i panieri non son le sporte e la vita non è la morte e la morte non è la vita, e la canzone è già finita”.
B - Morte 2Ognuno di noi di fronte alla morte di Wolf Erlbruch ha il suo personale cortocircuito come è giusto che sia, ma questo perturbamento, fondamentale per poter comprendere davvero la storia narrata ne “L’anatra, la morte e il tulipano”, può avvenire solo in virtù degli archetipi che quell’immagine all’apparenza così semplice contiene: il vecchio o la vecchia, il buio del bosco, la soglia, l’impiccato, la strega. Al suo cospetto echi profondi risuonano nella nostra memoria conscia ed inconscia: i riti funebri e le rime per tenere lontano il malocchio, le filastrocche dei bambini, i dipinti o le immagini di morte che hanno attraversato il nostro cammino, storie lette nei libri o solo raccontate.
E queste cose sono tanto vivide in noi che alla fine ci si confonde, e non si sa più se sia la Morte di Erlbruch ad essere così potente grazie alle storie che ci sono state tramandate, o se sono le storie ad affiorare grazie alla potenza di questo straordinario illustratore; ma quando ci troviamo di fronte a questa domanda, è molto probabile che più risposte siano vere contemporaneamente e che quindi abbiamo la fortuna di trovarci al cospetto di una rivelazione.

 

La tenerezza

NeC - Tenerezzal turbamento che l’immagine della Morte di Erlbruch porta con sé, è nascosto un tesoro, una luce segreta che rende quel turbamento ancora più efficace: la tenerezza. Come si può provare tenerezza per la Morte venuta a prendere la vita di un’anatra tanto cara? Eppure la Morte parla con gentilezza, i movimenti del suo corpo sono delicati, lenti, quasi impacciati. E’ timida questa Morte e porta con sé un fiore, un tulipano nero, pronto a essere lasciato come una preghiera sulla tomba di qualcuno. Le pantofole che indossa le concedono un passo felpato, non la si sente arrivare, ce la si ritrova accanto sorridente con indosso non un nero mantello, ma una specie di pigiama. Che strano accorgersi di non averne paura, la si può perfino abbracciare e l’anatra infatti lo fa: poiché la Morte ha freddo dopo il bagno nello stagno, lei con le sue piume calde si abbandona quieta sul suo corpo scheletrico – che possiamo solo intuire sotto la tunica – mentre la Morte rimane rigida in preda a un desolante imbarazzo. Vorremmo dirle “Rilassati!”, ma forse ci sono dei tabù così radicati da determinare il modo di essere perfino della Morte. Wolf Erlbruch sembra dirci che la compassione è l’unica chiave per scardinare i luoghi comuni e sperare in nuovi punti di vista. Tutto questo albo è giocato sul sentimento della compassione, sul terrore superato dalla tenerezza, sul vivere un qui e ora che, a pensarci bene, non ha nulla di spaventoso.

Il Bianco

D - Bianco 1Lo sfondo bianco delle pagine e la mancanza quasi totale di prospettiva, rendono tutta la vicenda sospesa, in bilico. In quel bianco c’è tutto e niente, sta a noi decidere che sguardo avere sulle cose e sul mondo, sulla vita e sulla morte. C’è una tavola in particolare in cui il vostro sguardo è messo alla prova; in quella tavola, sembra dirci Erlbruch, potete testare quale sia la vostra capacità di vedere, la vostra capacità di essere nella vita.
Siamo di fronte ad una doppia pagina: a destra c’è un magnifico albero di amarene, sull’albero ci sono l’anatra e la morte. L’anatra guarda in basso, verso sinistra. A sinistra, sull’altra metà della doppia pagina, non c’è nulla, solo il testo, appoggiato quasi a piè pagina. Il progetto grafico è di Wolf Erlbruch.
Il testo dice:

Giù in basso, in lontananza, si vedeva lo stagno.
Era così silenzioso laggiù, e così deserto.
“Ecco come sarà, quando morirò” si disse.
“Lo stagno: tutto solo, senza di me”.

D - Bianco 2Come lettori lo stagno lo avete già visto, Erlbruch ce lo ha disegnato solo qualche tavola fa, e le fronde dell’albero di amarene hanno fatto tre volte capolino dal margine destro della pagina. Il paesaggio è già dato, avete tutti gli indizi per vederlo.
Ma se in questa doppia pagina lo stagno ci fosse stato davvero, se Wolf Erlbruch si fosse preso la pena di dipingercelo ancora, questa tavola non sarebbe stata così perfetta e potente.
Se lo stagno lo vedete o ne avvertite la presenza e se riuscite a commuovervi per la solitudine che comprende, allora saprete che il bianco de “L’anatra, la morte e il tulipano” ha per voi un significato preciso.

Il corvo

E - CorvoLo stagno invisibile è a sinistra, nella parte dove non si può tornare, perché questo ci dicomo le regole dell’iconografia; bisogna andare avanti, bisogna continuare a girare le pagine, verso destra.
Un’altra doppia pagina.
Ci sono ancora la Morte e l’anatra sull’albero e parlano, parlano dello stagno, anche se ormai ce lo siamo lasciati alle spalle, nella doppia pagina precedente, solo e desolato. L’albero è a sinistra questa volta.
L’anatra dice che sugli alberi si fanno strani pensieri.
Sulla pagina di destra non c’è testo, ma solo un corvo, ha il becco aperto e noi lo sentiamo gracchiare.
Vola verso destra. In quella macchia nera sul foglio bianco noi avvertiamo qualcosa, un presagio.

L’azzurro

F - AzzurroUn dolcissimo azzurro invade all’improvviso la pagina quando l’anatra smette di respirare. Il cielo acquista un peso e inizia a nevicare. La sospensione del bianco cessa. “Era accaduto qualcosa” dice il testo. Quando l’anatra muore, la vita prende possesso della storia e finalmente la possiamo vedere. Eccola, c’è sempre stata, come lo stagno, come il grande fiume. Mi vengono in mente i titoli di coda del film di Lars Von Trier “Dogville”, quando, per la prima volta, ci viene mostrato il villaggio e il paesaggio circostante, mentre durante tutto il film non abbiamo visto che il palco di un teatro con segni bianchi sul pavimento nero a indicare i perimetri delle case: uno spaesamento ci coglie perché quello che abbiamo solo immaginato improvvisamente appare, così nitido e così vivido da sembrarci più irreale dell’assenza delle cose. Come se vedessimo per la prima volta. Forse che la Morte porti con sé il mistero della rivelazione?

Il testo

G - TestoL’edizione che io possiedo di questo libro, datata 2007, ad opera della casa editrice E/O riporta la traduzione dal tedesco di Viola Starnone.
Non avendo sottomano il testo originale, non posso fare confronti con alcune parti che mi sembrano perdere di mordente e coerenza nella traduzione italiana, ma di certo posso dire che la storia scritta da Wolf Erlbruch è davvero splendida. Parole e immagini si intrecciano continuamente con ironia, sagacia, leggerezza e dolcezza.
Alcune parti del testo sono talmente efficaci da spalancare la porta a domande così grandi e ad un senso tanto più ampio, che si potrebbe discutere e pensare ore sui significati nascosti de “L’anatra, la morte e il tulipano”.

“Sei venuta a prendermi?”
“Ti starò accanto per il tempo che ti resta, nel caso…”
“Nel caso?” domandò l’anatra.

“Sì…nel caso ti capiti qualcosa.
Un brutto raffreddore, un incidente: non si può mai sapere.”
“E all’incidente ci pensi tu?”.

“All’incidente ci pensa la vita, come anche al raffreddore,
e a tutte le altre cose che possono capitare a voi anatre.
Per esempio la volpe.”

Trovo che la riposta della Morte “all’incidente ci pensa la vita” sia così vera e puntuale nella sua semplicità da ribaltare in un sol colpo la prospettiva delle cose. Possibile che la Vita collabori con la Morte? Possibile che ci sia un patto segreto tra le due?

“Certe anatre dicono che si diventa angeli e si sta seduti sulle nuvole
e si può guardare la terra dall’alto.”
“Possibile” disse la Morte, e si mise seduta.
“In ogni caso le ali ce le hai già”.

Questa è una delle risposte della Morte che preferisco. Non ci accorgiamo di quello che abbiamo finché non smettiamo di proiettarci fuori di noi, e, a volte, una visione ideale non è migliore di una reale. Vedere il mondo dall’alto per l’anatra è già possibile (e anche per gli esseri umani), stare su una nuvola no, ma passarci attraverso certamente. Chiaramente in questa risposta c’è un doppio registro narrativo, uno più beffardo e uno più filosofico, ma mi piace pensare che la filosofia e l’ironia abbiamo molto da spartire.

“Certe anatre dicono che nelle viscere della terra c’è l’inferno,
dove si finisce arrostite se non ci si è comportate da brave anatre”.
“E’ sorprendente ciò che vi raccontate voi anatre.
La verità è che non lo sa nessuno”.
“Nemmeno tu lo sai!” strepitò l’anatra.
La Morte si limitò a guardarla.

Nei due brevi dialoghi appena riportati, Wolf Erlbruch spazza via senza troppi convenevoli la visione più comune sulla vita dopo la morte; paradiso e inferno, bene e male, nuvole e fuoco. Ogni dicotomia in questo albo è messa al bando. Cosa resta dunque? Wolf Erlbruch fa dire alla Morte che nessuno lo sa; ma se è la Morte la prima a non saperlo cosa racconteremo nella prossima storia? In quel non lo so, come nel bianco delle pagine, ci sono tutte le storie possibili, sono comprese tutte le riposte. A voi riempire il vuoto con la vostra visione perché la sola cosa che potrete donare ai bambini che vi chiederanno cosa ci sia oltre la vita è la vostra verità. La Morte e l’anatra sono esseri universali, per questo laici, ma così spirituali da lasciare aperta qualsiasi strada.

La seguì a lungo con lo sguardo.
Quando la perse di vista, la Morte quasi si rattristò.
Ma così era la vita.

Con questa frase finisce l’albo: Ma così era la vita, non la morte, così è la vita. Un susseguirsi infinito di morti e nascite. Il resto lo lasciamo dire al grande fiume che scompare in alto, sull’angolo destro della tavola perché per noi è già ora di voltare la pagina, di andare avanti.
E’ ora di chiudere il libro e di vivere, di volare, di fare il bagno nello stagno, di arrampicarci su un albero.

La volpe e la lepre

H - Volpe e lepreE quando si gira la pagina siamo nell’ultimo risguardo. la Morte passeggia tranquilla, le mani dietro la schiena; intorno a lei la volpe rincorre la lepre. Il cerchio senza fine della vita e della morte, il grande serpente che si morde la coda. Non c’è da domandarci se è venuta per la lepre o per la volpe, forse passerà oltre. Oltre l’ultima pagina.

Il tulipano

I - TulipanoE nella quarta di copertina è sbocciato un tulipano.

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