Leggere i libri a Scuola Radice

Scritto il 15 marzo 2018 nella sezione Blog

I libri a Scuola Radice sono diventati liquidi, responsivi, personali.

A settembre durante le nostre prime progettazioni allargate, quando cioè tutto il Collettivo Pedagogico si riunisce per discutere e mettere riflessioni sul tavolo delle idee, si è concordato che sarebbe stato il simbolo il nostro orizzonte di senso per questo anno scolastico.
Ci sembrava che il simbolo potesse contenere tutte le materie, essendo l’interdisciplinarità uno dei cardini della nostra scuola sperimentale. In quelle lunghe riunioni sul tavolo delle idee c’erano soprattutto libri per adulti, romanzi e saggi, perché noi pensiamo che in una scuola i primi a dover muovere i propri pensieri siano gli adulti. I libri della biblioteca di classe quindi sono arrivati dopo. Forti del fatto che i libri non dovessero essere usati, le maestre hanno iniziato a leggere storie, precedentemente selezionate e di loro gradimento, che in un qualche modo, molto delicato e fluido, potessero – e sottolineo il condizionale – fornire spunti ai nostri allievi (come del resto potrebbero fare tutti i libri del mondo). La bibliografia a loro disposizione era amplissima (sulla carta s’intende) e definirla a tema sarebbe davvero arduo.

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Le Maestre hanno dunque letto e riletto tantissime volte i libri ai bambini. I bambini stessi li chiedevano ogni giorno; ma una volta letto il libro o l’albo, questo veniva chiuso e riposto nella libreria, e le esperienze della mattina procedevano. La lettura a Scuola Radice è quasi sempre un fatto estemporaneo: quando alle Maestre o ai bambini va, leggiamo. Quindi leggiamo davvero tanto. Non c’è nulla da interrompere, nessuna campanella a erodere i minuti, solo la voglia di ascoltare, e questo credo sia valido per ogni scuola, dove la campanella può sì far paura, ma solo se ci lasciamo condizionare dalla griglia delle ore. Quante cose invece si possono fare in 45 minuti?
A Scuola Radice ci siamo accorti molto presto che più tempo perdevamo più ne guadagnavamo.

La lettura estemporanea è forse la nemica numero uno del verbo usare perché scioglie i nodi di una progettazione troppo serrata liberando il pensiero e la fantasia. La lettura estemporanea è solidale con il piacere perché non relega il libro ai momenti di rilassamento (quelli prima di uscire, quelli alla fine dell’ora, quelli in cui occorre “stare buoni”), ma dice ai bambini che leggere è possibile in qualsiasi momento della giornata, perché in effetti se aspettiamo di essere rilassati, beh è la volta buona che non leggiamo più o che ci addormentiamo.

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Invece, se ci pensate, quanti adulti si ritagliano, durante la giornata, il tempo per scorrere e leggere (sì leggere) il cellulare? E magari è proprio leggendo il cellulare che si rilassano e non viceversa. Perché per i bambini dovrebbe essere diverso? Pensate che bello sarebbe farsi sorprendere dai propri bambini a sfilare dalla borsa un libro anziché il telefono! Sarebbe il modo migliore per spiazzarli e fomentare la lettura.

Cosa è dunque successo a forza di leggere e solo leggere i libri? Che sono stati i bambini a iniziare ad usarli.

I libri hanno cominciato a risuonare in loro. La poesia de “Il Cosario” (Alessia Napolitano e Silvia Molinari, Edizioni corsare) ormai la sapevano a memoria a forza di sentirla letta, come del resto il testo di “Una foglia” (Silvia Vecchini e Daniela Iride Murgia, Edizioni corsare).ferro-nastro-bambini

Così è capitato che M. in giardino trovasse un filo di ferro con attorcigliato un elastico da sarta, probabilmente un rottame risultante dalla recente ristrutturazione della scuola.
M. tutto emozionato è corso dalla Maestra e con il fiato corto le ha detto: “Maestra, maestra, guarda! E’ un messaggio ingarbugliato!”
La Maestra si è così commossa nel vedere che la teoria portata avanti sui libri a Scuola Radice si stava concretizzando proprio sotto ai suoi occhi, che ha conservato quel pezzo di ferro come un cimelio o una reliquia. Adesso quel messaggio ingarbugliato sfoggia al centro della nostra “mappa-ragnatela” dove di volta in volta i bambini intrecciano gli argomenti comuni alle varie discipline.

O ancora: A e G giocano sotto al noce. Hanno le mani piene di gusci, non sanno più dove metterli. G. infila una mano in tasca e a sorpresa vi trova una pigna. Allora dice ad A.
“Nelle mie tasche nascondo cose segrete”.
E A. risponde “vi si impigliano tesori come in una rete!”
E poi con tutta la naturalezza del mondo sono tornati a giocare, come se la poesia li avesse appena sfiorati, forse proprio come dovrebbe essere.

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Oppure: “Cerchio del fuoco” mattutino, il gioco che segue l’ora del “Buon inizio” e che serve per imparare ad ascoltarsi e a comprendere che, se si ci ascolta, si può fare a meno di alzare la mano durante una conversazione in classe. A turno e con gli occhi chiusi, i bambini gettano nel fuoco della parole belle cercando di non sovrapporsi (ultimo record raggiunto 43 parole!). I primi giorni di scuola i bambini gettavano nel fuoco i loro nomi, ma nel giro di poche settimane le parole belle lanciate nel fuoco hanno iniziato ad essere quelle dei libri letti in classe.

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I bambini hanno poi cominciato a disegnare, senza che qualcuno glielo dicesse, i volti di “A che pensi” (Laurent Moreau, Orecchio Acerbo), le mappe di “Disegnare mappe a mano” (Helen Cann, Logos), le vie colorate che Daniela Iride Murgia ha tracciato sulle tavole di “Una foglia” (Silvia Vecchini e Daniela Iride Murgia, Edizioni corsare), i paesaggi di “James e la pesca gigante” (Roald Dhal, Salani), i personaggi de “il mago di Oz” (F.Baum, Nord-Sud).

Dall’inizio dell’anno nella libreria della scuola sono arrivati circa 14 libri tra albi, poesia, narrativa e divulgazione. Non sono tanti, ma anche questo a ben pensarci sfata molti miti, primo tra tutti quello che dice che per mettere in atto l’adozione alternativa occorrano, in partenza, molti testi. La prima classe di Scuola Radice è formata da 18 bambini, quindi non c’è ancora un libro per ogni bambino, eppure tutto funziona benissimo. A volte sono perfino i bambini a portare i loro libri a scuola.

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Non si può dire che i bambini a Scuola Radice non usino i libri, ma sono loro a farli germogliare dopo averli letti e riletti. Ci vuole fiducia, fiducia nella complessità, fiducia nei loro pensieri perché un libro letto è un libro che quando verrà utilizzato dal bambino, con i suoi tempi, con le sue modalità, sarà un libro che resterà con lui per molto tempo, come una buona storia. L’operazione contraria invece mi lascia una sensazione di strumentalizzazione e di eccessiva forzatura nei processi.

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Quello che mi auguro è che nelle scuole ci siano sempre più piccole e amate biblioteche, anche di pochi libri, e che quei libri siano desiderati e letti; che si possa portare pazienza, specie con gli albi illustrati “a tema” o scelti per un tema; che i bambini possano incontrare la voce di una maestra che legge un libro che ama, per una storia senza un fine e, a volte, senza nemmeno un perché; che le maestre entrino in libreria cambiando un poco alla volta le parole e i paradigmi delle loro ricerche, concedendosi il piacere di scegliere anche libri che le colpiscano senza soffermarsi troppo sui temi, sulla fascia d’età, sulla progettazione scolastica; che i libri, specie gli albi illustrati, si tornino prima a leggere e poi a usare, lasciando ai bambini il compito di raccogliere l’eredità di una buona storia o di non raccogliere nulla se quel libro non ha risuonato; che si torni a leggere la poesia perché come dice il filosofo Giorgio Agamben,

“la poesia è il modo che la lingua ha di pensare a se stessa”

e se le parole disegnano il nostro mondo e chi siamo, allora la poesia potrà esserci grandemente d’aiuto, sempre.

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