L’essenziale di un libro

Scritto il 7 luglio 2014 nella sezione Blog

struttura-libroLo diceva Antoine De Saint-Exupéry che “l’essenziale è invisibile agli occhi”, e ce lo ricordano continuamente anche le cartine dei Baci Perugina, alcuni post improbabili su Facebook e tutte quelle persone che non trovano frase migliore per condire con un po’ di filosofia i loro discorsi.
La frase è bellissima, intendiamoci, e densa di significato, ma non vorrei usarla qui andando oltre il suo senso letterale e cioè che spesso ciò che è di fondamentale importanza sfugge al nostro sguardo. Vorrei quindi applicare questo concetto al libro.
Tuttavia non voglio fare ermeneutica di una storia, di un racconto o di una poesia, vorrei semplicemente riportare la vostra attenzione su alcune parti di un libro necessarie alla sua comprensione.

Scrivo questo articolo, che si accoda alle altre riflessioni intorno all’albo illustrato a partire da Libro-fuoco, perché durante le mie formazioni noto con dispiacere che maestre e genitori aprono i libri frettolosamente e frettolosamente si precipitano alla prima frase della prima pagina ( o quella che loro ritengano si possa definire tale).
Ma quante sono le pagine di un libro? Contano o non contano le prime due pagine in cui viene riportato titolo e autore? E la copertina? E la quarta di copertina? E i risguardi?
Saint Exupery aveva ragione: ci possono sfuggire molte cose che stanno proprio davanti al nostro naso e che, in questo caso, di un libro ci raccontano cose importanti.

Chi l’ha scritto?

autoreCredo sia necessario far sapere ai bambini chi ha scritto e illustrato un libro. Forse sto dicendo delle banalità, ma poi ripenso ai visi sorpresi dei bambini quando a scuola, prima di iniziare a leggere, cito lo scrittore, rivelando che il libro lo ha scritto “qualcuno”: “Davvero? E come si chiama? Dove vive?” chiedono tutti.
Pensiamo a cosa succede quando ci dimentichiamo degli autori e degli illustratori: se la storia che il libro contiene è bella, i bambini ne sono presi, catturati per sempre. Vorranno sentire quella storia mille e mille volte e impareranno ogni frase a memoria e a noi sembrerà che ogni informazione sia passata nel modo corretto e che quindi non serva altro.
A tutti piace sentire leggere e raccontare. Ma da dove arrivano le storie?
Dove abitano? Nei libri, certo; sì, ma prima, dove stavano?
Difficile a dirsi. Forse nella memoria del tempo, forse nel mare infinito delle possibilità.
Allora gli autori e gli illustratori in qualche modo sono andati a pesca in questo mare e grazie alla loro sensibilità hanno saputo portare in superficie qualcosa che aspettava da tempo.
Questo è un pensiero rassicurante perché ci dice che le storie non vengono dal nulla, ma sono state mediate e catturate dal pensiero e poi dalla penna di uno scrittore, trascritte e tramandate, per giungere intatte fino a noi.
Citare l’autore dà ai bambini la possibilità di credere che sia possibile anche per loro andare a pesca di storie. Tutti siamo potenziali scrittori e tutti certamente sappiamo raccontare storie.
Quante cose ci perdiamo e quanta fiducia sprecata se non leggiamo, prima di iniziare la storia, il nome di chi quella storia l’ha scritta e pensata! L’orfanezza è uno stato dell’essere che crea sempre sofferenza. A chi apparteniamo, chi ci ha generato?

Nel corso di questo primo anno in libreria ho visto molte persone andare in cerca di fiabe e racconti ascoltati da piccoli; di quelle storie, quei bambini un tempo incantati, serbavano un vivido ricordo senza sapere chi li avesse scritti. A volte mettendo insieme le memorie e i ricordi, abbiamo recuperato, nella commozione generale, storie perdute. Vi posso assicurare che la ricerca intrapresa non aveva nulla di diverso dalla ricostruzione di un albero genealogico o dal mettere insieme documenti, fotografie e vecchie cartoline per scoprire la propria identità.
Le storie orfane andranno sempre in cerca di se stesse.

In questo senso non vi è dubbio che autori e illustratori condividano entrambi la paternità di un libro e non è male, anche se ci può sembrare ridondante, citarli anche quando i loro nomi compaiono sul frontespizio del libro che, in genere, è la prima facciata della seconda pagina.
Ribadire i loro nomi proprio prima di iniziare a leggere la storia, in un silenzio che è già denso di attesa e di mistero, è confortante e per nulla didascalico (vi prego di non ripensare alle terribili schede di lettura che ci facevano compilare alle medie e alle superiori!)
La copertina è stata sollevata, ed è come scostare un po’ il sipario per sbirciare il colore della luce sul palcoscenico o intravedere la scarpa dello scrittore-regista che fugge di corsa per godersi lo spettacolo da dietro le quinte.
E poi i nomi sono sempre evocativi.

Ma non dimentichiamoci di osservare la copertina!

Spesso, in un albo illustrato, la copertina riporta un’illustrazione che non comparirà all’interno del libro.
Quella della composizione della copertina è un arte raffinata: la prima immagine di un libro ci deve attrarre, deve dirci che la storia che racchiude è seducente e vale la pena ascoltarla. In copertina poi c’è il titolo del libro.
Il titolo è davvero un’impresa titanica perché o affiora subito (e allora devi essere svelto ad afferrarlo) o diventa un’interminabile parata di parole che si azzuffano l’una con l’altra per prendere il sopravvento. Che dispetto facciamo al lavoro di editori e scrittori quando trascuriamo di leggere ad alta voce il titolo di un libro!
E dove è collocato il titolo? In alto, in basso, al centro? Cosa ci racconta l’immagine di copertina che gli è stata associata?
I bambini sono molto abili nel comporre catene associative, nel parlarvi di emozioni e prime sensazioni, ma di rado gli concediamo il tempo di farlo.
La copertina è il primo luccichio che appare in fondo alla buca del tesoro. Chissà se abbiamo trovato una moneta d’oro o una latta bucata…
L’attesa prima della storia può essere un’alleata benevola nel momento in cui ci apprestiamo a leggere.
La copertina porta nella sua etimologia un senso di protezione, di calore e tepore; è l’angelo custode delle parole, delle figure… stssss… il libro si apre…

E quando il libro si apre, eccoli lì, i risguardi.

I risguardi sono costituiti dalla controguardia (il retro della copertina) e dalla prima facciata della prima pagina. Cosa ci dicono i risguardi?

A questo punto mi preme sottolineare che stiamo sempre parlando di libri di qualità, che hanno alle spalle editori competenti e appassionati, che di un libro non trascurano nulla.
I risguardi sono come il colore del sipario, hanno il profumo della carta, ma anche dell’aroma sottile di tutti i luoghi di passaggio. Sono la soglia che ci avverte se in casa è stato cucinato il minestrone o il pollo arrosto, se ci dobbiamo aspettare una storia triste, allegra, intima, avventurosa…
I risguardi sono uno spazio libero nel quale immaginare ciò che accadrà, in cui poter sostare sereni e tranquilli al riparo della copertina.
Forse non ce siamo accorti, ma siamo già dentro la storia. I risguardi sono come degli ambasciatori che dicono alla storia che il lettore sta arrivando e viceversa; i risguardi sono una sala d’attesa, ma se comoda o meno, possiamo deciderlo solo se ci concediamo il tempo di fermarci e di farci annunciare.
Alcuni risguardi riportano una piccola storia, altri sono già parte della storia, alcuni sono solo colore, mentre altri sono timidi e riportano nuovamente l’immagine di copertina. I risguardi però sono anche la parte del libro in cui ci si congeda perché li ritrovate nelle ultime due pagine del libro: sembrano chiedervi se siete stati bene, se vi siete comportati con gentilezza e cortesia, se la storia vi è piaciuta o no. Sono uguali o diversi dai primi? Chiudono un cerchio con la stessa nota o intonano una melodia differente?
Vale la pena osservarli. Inoltre la parola risguardo ha la radice del verbo vedere. Il prefisso “ris” vuol dire che queste due pagine si guardano a vicenda, come in uno specchio. Due pagine che si ripetono, come per provocare un’illusione ottica, un modo per invitarvi a perdervi, ad abbandonare la realtà per saltare dentro al libro. In alcuni albi i risguardi prendono quattro pagine e sono come una sorta di prologo alla storia, altre volte non ci sono affatto.

Spesso le prime parole di un libro sono per qualcuno.

Se fino a questo punto abbiamo camminato lentamente non ci potrà sfuggire, nella seconda facciata della prima pagina (subito dopo i risguardi) una parte del libro che io amo molto: la dedica.

Un tempo si aveva l’abitudine di datare e autografare i libri che si compravano o si portavano in dono, oggi non lo fa quasi più nessuno. Un vero peccato perché a distanza di tempo, quando il libro profuma di casa e di polvere, quando le pagine si sono ammorbidite e ingiallite, ritrovare (e a volte decifrare) la grafia di qualcuno che ci è caro o è sfuggito dalla nostra memoria, porta con sé una bella emozione.
Per fortuna gli scrittori non mancano quasi mai di dedicare le loro storie (anche se nell’albo illustrato le dediche sono meno frequenti), e così anche se non siamo noi a lasciare un segno del nostro passaggio, possiamo trovare ad attenderci parole dolci che avvolgono il libro in un’atmosfera familiare e poetica.
E mentre i risguardi ci hanno fatto bagnare i piedi nel racconto, la dedica ci riporta davanti al mare infinito delle storie possibili, a quella casupola a portata d’onda in cui lo scrittore ha soggiornato per un po’ mentre scriveva, circondato da fotografie e oggetti preziosi. Dentro e fuori, e poi di nuovo dentro e poi ancora fuori. Le storie sono così, rammendano la nostra esistenza con l’ago della gentilezza, cuciono insieme il mondo reale con quello dell’immaginazione. Ma sono mai stati separati?
Da sempre mi piace immaginare i volti delle persone a cui è dedicato un libro, il loro carattere, le loro storie. Ancora una volta una storia nella storia.

Sotto le dediche o nel frontespizio troviamo le note tecniche: anno di pubblicazione, titolo originale (se il libro è stato tradotto) ecc. Vale la pena per le maestre e i genitori darci un occhio, ma prima di iniziare a leggere consiglio di rimanere nella dolcezza della dedica, come se stessimo invocando una musa.

E infine, dopo i risguardi finali, ecco la quarta di copertina.

Questa pagina è molto guardata in libreria perché dichiara il prezzo del libro; tuttavia possiamo andare oltre e notare se l’immagine di copertina si prolunga sul retro senza soluzione di continuità oppure se riporta un’illustrazione differente. Nel primo caso possiamo vedere cosa succede se apriamo il libro a farfalla, se l’immagine che si compone, finalmente libera dalla cesura della costa del libro, ci sorprende in qualche modo.

In ogni caso la quarta di copertina è un congedo, è un chiudere la storia al sicuro tra le pagine.
La quarta di copertina tuttavia è anche il luogo prediletto, specie nell’albo illustrato, per contenere una sinossi della storia del libro (riassunto o suggestione che può essere affidata anche ad un’illustrazione). In questo modo la quarta di copertina può servire anche da invito alla lettura riaprendo con il libro un dialogo.
In ogni caso chiudendo il libro, sappiamo che ciò che è successo tra la prima e la quarta di copertina rimarrà silenzioso fino alla prossima volta in cui avremo voglia di rileggerlo. Nulla ci impedisce di prolungare la storia oltre l’ultima pagina, riversandola nella nostra realtà, perché il libro è un mezzo e mai un fine; ma se del libro possediamo una conoscenza approfondita e non abbiamo trascurato di mettere in funzione e a frutto tutte le sue parti, otterremo certamente emozioni più vivide e un senso di appartenenza profondo e riconoscibile.

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