Libro e libertà

Scritto il 17 giugno 2015 nella sezione Blog

Cari amici,
vorrei condividere con voi l’articolo pubblicato nel numero di maggio della rivista “Bambini”. Il tema su cui sono stata invitata a scrivere è quello della libertà, un argomento complesso e dalle infinite declinazioni.

Chiara Carrer 15 libertàUno degli aspetti che ho deciso di coltivare del mio mestiere di libraia è quello dedicato alla formazione. Entrare nelle scuole per incontrare genitori e maestre mi permette non solo di diffondere la buona letteratura per l’infanzia, ma anche di disegnare una mappa precisa dei pregiudizi, degli stereotipi e delle convinzioni che nascono, oggi, intorno ai libri dedicati a bambini e ragazzi. Invitata a parlare del tema della libertà, vorrei poter discutere di alcune di queste credenze, nel tentativo di offrire al lettore spunti di riflessione e domande aperte affinchè, nel dubbio, egli possa esercitare al meglio la libertà della propria intelligenza.
Una domanda che pongo spesso all’inizio di ogni incontro è: “Un bambino che ama i libri da 0 a 6 anni è un bambino…?”
Maestre e genitori restano per qualche secondo in silenzio, mentre si concentrano per trovare l’aggettivo più appropriato per completare la frase. In vero cercano fin troppo, perché quello che a me interessa è una risposta rapida, poco pensata, il più possibile spontanea. Incoraggiandoli in questa direzione ecco arrivare l’aggettivo che stavo aspettando: intelligente.
L’aggettivo intelligente viene dal verbo latino intelligere, ovvero leggere dentro (se si prende in considerazione l’avverbio intus) o leggere attraverso (se consideriamo la preposizione inter). In entrambi i casi, oltre all’accezione di capire, intendere, possiamo dire che una persona intelligente è capace di leggere la realtà, ovvero di interpretarla.
Sarebbe davvero interessante che fosse questo che genitori e maestre intendono quando mi dicono che un bambino che legge è intelligente. Approfondendo il discorso invece si deduce che l’intelligenza è circoscritta ad un ambito ben preciso, ossia quello del significato: un bambino che legge è un bambino che capisce di più e che quindi sarà più bravo a scuola ed otterrà ottimi risultati nel corso della sua vita.
E non voglio qui addentrarmi nell’ambito delle diverse “intelligenze”; il mio discorso è molto più semplice: anche un bambino che non legge è intelligente.
Chiara Carrer 11 libertàLa letteratura per l’infanzia pare stia vivendo un periodo di grande splendore, ma a mio avviso non è così. Forse l’albo illustrato sta godendo di un’attenzione particolare, ma la letteratura intesa come narrativa sta attraversando un momento buio. Cosa c’entra tutto questo con l’idea di bambino intelligente?
Se noi consideriamo l’intelligenza come la capacità di evincere un significato da ciò che leggiamo, è logico che sceglieremo per i nostri bambini testi e immagini che essi possano capire appieno. Questo ci porta a scegliere un libro per bambini da 0 a 6 anni in base a tre criteri fondamentali (che diventano poi una specie di gabbia): il libro deve essere semplice (quindi in età prescolare non può prescindere dall’avere delle illustrazioni – e le illustrazioni devono essere di un certo tipo), non deve essere troppo lungo e deve contenere, possibilmente, storie edificanti.
Che noia per i nostri bambini! Chi di noi va al cinema per apprendere “un significato”? Spesso se dobbiamo scegliere tra un documentario e un film, optiamo di gran lunga per il secondo, perché a noi appassionano le storie. Le storie sono belle per le storie, niente di più; non devono insegnarci qualcosa per forza ( e se lo fanno, la cosa avviene in profondità ed è bastato un sussurro) e più sono complesse più sono attraenti.
Chiara Carrer 10 libertàQuando si sceglie un libro per i più piccoli, si valuta preventivamente la durata della loro attenzione, senza considerare che sarà la bellezza del racconto e non la quantità di parole a fare la differenza. Pensate ad un libro come Topo Tip che deve togliere il pannolino: quando glielo porgete è come se voi poneste il bambino davanti ad una via dritta e luminosissima, dicendogli “Ecco, questa è l’unica strada da percorrere. L’ho costruita apposta per te, non vi è nemmeno un ostacolo. E in fondo, la vedi? C’è la linea del traguardo. Tu corri fino in fondo e vedrai come sarai contento.” Prendiamo invece una fiaba: la fiaba è come un bosco, dentro al bosco ci sono innumerevoli sentieri, quale scegliere? Ognuno potrebbe fare una scelta diversa o potrebbe (ed è questa la vera libertà) non intraprendere nessun percorso. Un libro con una storia bella è un bosco; un albo illustrato che presenta alfabeti visivi nuovi è un bosco; ma una storia scritta male o male illustrata o che trasmette un’idea d’infanzia stereotipata è una via facile da percorrere, accecante nella sua luminosità e così larga e dritta che non ci poniamo nemmeno il problema se fermarci o andare, ci s’incammina e basta, senza chiedersi perché.
Nel momento in cui riteniamo che un bambino debba sempre comprendere ciò che legge, gli togliamo la libertà di scegliere, e togliamo a noi la libertà di dire che un libro è uno dei tanti mezzi di conoscenza, come una corsa in un prato, una partita a pallone con gli amici, la visione di un ottimo lungometraggio animato, l’abbraccio di chi amiamo.
I libri contengono altre esistenze, molte esperienze, molte scoperte; ma, come dico sempre, “il libro si apre, il libro si chiude e poi si corre fuori a giocare”. Ritengo che oggi ci sia un eccessivo fanatismo intorno al libro per bambini e lo so che questo risuona in modo anomalo detto da una libraia.
C’è un’attenzione eccessiva rispetto alle funzioni di un libro, invece un approccio sereno e meno ragionato, meno cognitivo e decisamente meno educativo, ci permetterebbe immediatamente di svincolarci da quell’idea di bambino intelligente, e allo stesso tempo ci libererebbe dalla paura che se nostro figlio non legge sarà penalizzato nei suoi percorsi futuri.
Layout 1Non fraintendetemi: come libraia difendo appieno il potere meraviglioso della lettura, la capacità unica che hanno le storie nel farci fare esperienze profonde e durature, di aprire finestre sul mondo e sugli altri, ma sono altrettanto convinta che l’approccio alla lettura debba essere svincolato da tutta una serie di pregiudizi pericolosissimi, che allontanano i bambini dal libro più che avvicinarli alla riva del mare infinito delle storie.
Siamo fatti di storie, tutti noi siamo essere narranti; sia che raccontiamo la lista della spesa, un ricordo d’infanzia, l’incontro con un’amica, noi narriamo continuamente. Narrare significa dire all’altro: “tu esisti”. Non è meraviglioso? Di fatti appena una persona ci sta antipatica la prima cosa che gli neghiamo è la parola, ovvero la condivisione di una storia. Tutti noi, ogni giorno, contribuiamo ad arricchire il mare grande delle storie; non tutte vengono conservate nelle memoria e da un lato è un bene, perché non riusciremmo a contenerle tutte. Restano in noi le più significative, le più emozionanti. Eppure tutte le storie, anche quelle dimenticate, sono importanti perché esse costituiscono la base culturale di ogni società. Il bambino capisce immediatamente di far parte di questo sistema narrativo, comprende prestissimo che una storia condivisa è qualcosa di molto potente.

Chiara Carrer 4 libertàAnche l’idea che una società ha dell’infanzia è una storia condivisa. Com’è intesa l’infanzia oggi? Rotonda, colorata, lineare, bidimensionale e cognitiva; deve trasmettere un’idea di sicurezza, curare la manualità e la creatività attraverso laboratori e atelier, il fare vince sull’essere, e quell’idea d’infanzia tende ad eliminare il più possibile concetti come la morte, il dolore, la paura, la frustrazione a favore di concetti come l’amicizia, la fratellanza, l’accettazione della diversità, la consapevolezza delle emozioni.
Che genere di libro dunque ci aspettiamo di trovare in libreria se è questo che ci preme trasmettere ai nostri bambini?
Il mare grande delle storie diventa un lago tranquillo, in cui bagnarci senza troppe preoccupazioni. Non a caso in questo periodo c’è una sovraproduzione di albi illustrati. Le storie narrate tramite le illustrazioni sono rassicuranti e immediate perchè traducono le parole in immagini, fissando e trasmettendo al tempo stesso i significati di quel testo e di un immaginario comune. Intendiamoci: ci sono albi illustrati davvero molto belli, ma quello che noto è che si sono perse le fiabe (quelle vere e non passate al setaccio della censura), si sono perse le parole capaci di disegnare mondi e scenari senza l’ausilio delle figure, si sono perse… le storie.
Non che un albo non racconti una storia (anche se accade sempre più spesso che gli albi siano elenchi di emozioni), ma è una storia piccola, che si gioca su un testo che per prassi non può essere né troppo lungo né eccessivamente complesso. Non dimentichiamoci poi che la maggior parte dei genitori acquista i librini tra gli scaffali di un supermercato e la qualità dell’albo si abbassa precipitosamente.
Chiara Carrer 3 libertàLe tavole dei bravi illustratori sono affascinanti e sono in grado di trasmetterci grandi emozioni, le illustrazioni d’autore raccontano storie nelle storie, contribuiscono alla costruzione di un alfabeto visivo ricco e variegato, e in una società come la nostra che trasmette le sue idee soprattutto attraverso il linguaggio visivo, risultano di fondamentale importanza. Non dico di eliminare l’albo illustrato dunque, ma di affiancargli i libri illustrati e quelli senza figure. La differenza tra albo e libro illustrato sta nelle modalità di lettura: se è vero che l’albo illustrato vive nell’equilibrio perfetto tra immagini e parole (che si arricchiscono vicendevolmente in modo non didascalico), allora non sarà interessante per il lettore leggerlo senza vedere le figure; mostrando di un albo solo la copertina la lettura risulta noiosa e inefficace (provate con “Piccolo blu e piccolo giallo” di Leo Lionni). Il libro illustrato può contenere delle figure, ma può essere letto anche senza mostrarle. Ci sono poi libri che seppure possono essere letti a prescindere dalle figure, contengono molte tavole illustrate e possono dunque accompagnare gradualmente il bambino verso il puro ascolto. Prendiamo ad esempio Lindbergh di Torben Kulmann ( Orecchio acerbo) o Il vaso vuoto di Demi (Rizzoli), fino ad arrivare a Leo e Lia di Laura Orvieto (Giunti). Il percorso graduale dell’educazione dell’orecchio, oltre che dell’occhio, è di vitale importanza per accompagnare il bambino alla lettura privata e al meraviglioso mondo della narrativa. Gli albi sono ammiccanti, sfruttano la capacità innata del bambino di riconoscere la propria cultura dalle storie che essa condivide: e cosa condividiamo noi se non storie narrate per immagini? Pensate alla grande importanza che ha la televisione o il linguaggio pubblicitario.
Chiara Carrer 7 libertàI genitori mi dicono: “Entra in libreria e va subito verso Peppa Pig”. Ma certo! E’ un bambino intelligente! Sa che Peppa Pig è una storia largamente condivisa: che se ne parli bene o male, ogni bambino sa che quella maialina è rassicurante, famigliare, amica. I bambini hanno uno spiccato spirito autoconservatore. Pensate: stanno nove mesi nel grembo materno, poi tra le braccia dei genitori, e quando entrano in contatto con la comunità il loro raggio esplorativo si allarga con grande cautela, perché i bambini non posseggono il senso dell’ignoto. Gli adolescenti lo sperimentano, si provano con il limite, cercano la prova iniziatica, ma i bambini tra 0 e 6 anni, no; loro cercano ciò che conoscono. (E badate bene, i limiti, come le negazioni, le frustrazioni, la paura, le ombre, sono vitali per il bambino perché è solo conoscendo il limite che essi potranno varcarlo un giorno, ma se il limite coincide con il concetto di ignoto avrete adolescenti persi e spaventati, in ricerca continua del superamento di un confine che si sposta sempre più avanti, mentre l’ignoto è solo ad un passo dopo il limite).

Allora dobbiamo togliergli Peppa Pig? No, ma dobbiamo ampliare la nostra libreria domestica anche con libri diversi. Notate per altro che gli albi di Peppa pig non hanno nè autore né illustratore. Le illustrazioni sono pessime perché sono solamente dei fotogrammi stampati su carta. Se ci fate caso molti libri scadenti comprati al supermercato non hanno né autore né illustratore, sono storie orfane e ancora peggio, storie di cui nessuno pare prendersi la responsabilità.
Invece è importante dire ai bambini chi sono gli autori e gli illustratori, non per il piacere di renderli edotti, ma perché è rassicurante sapere che qualcuno da quel grande mare delle storie, pesca ogni tanto un pesciolino d’oro, una storia che vale la pena tramandare e raccontare. Questo dice ia bambini che anche loro un giorno avranno una rete piena di pesciolini d’oro, ricordi ed esperienze di vita degni di essere conservati a lungo, storie che contribuiscono a formare quello che sono.
Chiara Carrer 14 libertàLe storie devono tornare tra le mani dei bambini, nelle orecchie dei bambini. Sì all’albo illustrato, ma si anche alle storie lunghe, con vocaboli complessi perché non ci deve importare se i bambini capiscono tutto. La libertà in un libro coincide anche con lo spazio bianco, con il senso di scoperta che può trasmettere una parola sconosciuta, coincide con la libertà di una voce che racconta ciò che più ama. Troppo spesso i genitori e le maestre si dimenticano che un libro deve piacere anche a loro, e si dimenticano che l’aggettivo crudele è più efficace di cattivo quando si tratta di descrivere la matrigna di Biancaneve (quel crudo già evoca il cuore strappato dal petto), mentre perfido è adatto a chi trama nell’ombra perchè quel fi rimanda al serpeggiare, allo strisciare, al sussurrare. Le parole contengono suoni, trasmettono meraviglia, volano libere dalle idee al cuore; ma se noi, quando scegliamo un libro, ci riferiamo sempre e solo a quel bambino intelligente, ovvero capace di cogliere il significato, non andremo mai oltre alle solite storie, alle solite parole, ai soliti aggettivi e inconsapevolmente costruiremo gabbie per la fantasia.
La libertà infine si esplica nello scegliere le storie non perché siano edificanti.
Si tende oggi, nella letteratura per ragazzi, a dichiarare i contenuti, a finalizzare la lettura, a strumentalizzare parole e immagini. Un libro a mio avviso, non deve soddisfare nessun bisogno, perché un buon libro, prima di aprirlo, non sai mai quali corde potrà toccare.
Un buon libro è come un sipario chiuso: prima che si apra, tutte le storie sono possibili.
Le storie migliori non sono state scritte per curare, guarire, lenire, consolare; hanno questa funzione implicita nel loro essere storie. Tramandare, ricordare, interpretare… questo fanno le storie costruendo da sempre un ponte sul baratro delle grandi domande dell’esistenza. E se la storia è buona, non ha bisogno di dichiarare i suoi intenti, e la magia accadrà ugualmente. Non possiamo prendere in mano un libro e pensare: qui troverò la soluzione, la cura, ciò che fa al caso mio. Certo può succedere, ma rimarrà un mistero perché ciò accade.
Forse in qualche modo tutti noi ci avviciniamo al libro come anime bisognose, ma il libro è una Baba Jaga, né buona né cattiva: se meriteremo il fuoco ce ne farà dono, altrimenti ci ridurrà in cenere.

Tutte le illustrazioni dell’articolo sono di Chiara Carrer.

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