Margini – Il Messaggio

Scritto il 18 ottobre 2017 nella sezione Blog

Parrebbe che il pensiero di chi si occupa di editoria per bambini e ragazzi, anche a livello amatoriale, si stia facendo più chiaro nonostante l’ubriacatura di albi e libri degli ultimi dieci anni. Si parla molto del fatto che i buoni libri non debbano contenere messaggi, che le buone storie siano quelle che non vogliono insegnare nulla e così via.

luigi-2Quasi tutte le piccole case editrici* sono d’accordo su quello che noi chiamiamo libro aspirina e, a parte le case editrici che hanno fatto dei libri manuali il loro cavallo di battaglia (Clavis, Gribaudo, Valentina, Stampatello, Coccole Books….escludendo quelle che affollano i supermercati come Dami, Lisciani, Del borgo, Il Castello…) tutte stanno ben attente ormai a non pubblicare libri su come togliere il pannolino (anche se i libri sulla “cacca” – reputati forse divertenti – continuano puntualmente ad essere proposti), sui capricci, sull’ingresso a scuola eccetera. Ma a fianco alle tematiche più esplicite non è vero –  ahimè – che si è persa l’abitudine di editare libri a tema in senso lato, vuoi sull’amicizia, vuoi sulla controversa questione dei generi sessuali, vuoi sui papà, vuoi sull’inclusione, vuoi sulle emozioni. Insomma, mi pare che i libri con una morale siano alla fine solo meglio camuffati e i cataloghi offrono ancora – forse in modo inconsapevole? – libri con questioni precise che evidentemente si reputa debbano essere incontrate o affrontate dal bambino che legge una storia.

E a parte gli editori, certamente i responsabili finali nel decretare la nascita di un libro, gli autori e gli illustratori sono consapevoli di girare sempre intorno agli stessi nuclei tematici? Onestamente ho paura di dare una risposta negativa a questa domanda perché vorrebbe dire che la questione è più profonda di quanto si immagini e riguarda non tanto il problema del libro a tema, ma la capacità o meno di interrogarsi sull’infanzia in primis e sulla letteratura poi. Voglio dire che se la società veicola dei contenuti, la ricchezza del proprio patrimonio culturale, di cui i libri destinati a bambini e ragazzi fanno certamente parte, deriva dalla qualità del pensiero critico che mettiamo in atto sui contenuti stessi. Mi chiedo quindi se editori, illustratori e scrittori si interroghino sul senso politico che il libro, come ogni altra espressione artistica, veicola quando arriva sugli scaffali di una libreria.

luigi-1Se osservo la produzione presente a Radice-Labirinto, già selezionatissima, non posso non pensare che nel 2017 l’editoria e gli autori ritengano necessario – o quanto meno importante – che i bambini debbano essere iniziati a pensieri edificanti, a storie che li possano rendere un domani adulti migliori, storie che supportino le insegnanti e il genitore che legge nell’insegnare ai propri alunni o ai propri figli come ci si relaziona agli altri, cosa siano le emozioni e come gestirle, come includere la diversità, e non in ultimo, come sviluppare attraverso il libro, un empatia profonda con il sentire dei propri bambini.

Il punto è che che se la società oggi ritiene che sia questo il compito della letteratura per l’infanzia nella contemporaneità, allora è sintomatico che di libri “subdoli”, come li chiamo io, oggi ne vengano proposti a bizzeffe. Quindi, forse, la questione non è cosa si sia davvero interiorizzato dei tanti articoli letti, delle tante voci autorevoli ascoltate che da qualche anno discutono su come la letteratura debba essere libera e inutile per aprire davvero le porte alla vita e alla storie, ma se questo dire riguarda in coscienza solo quei libri che in modo eclatante piegano la trama a rispondere a delle urgenze educative, tollerando invece, e anzi incoraggiando, il gradino successivo dell’evoluzione del libro con la morale, quel libro (soprattutto albo) che, proponendo un apparato grafico e illustrativo sicuramente di gran lunga più elevato rispetto sia al libro del supermercato sia al libro aspirina, conquista il cuore delle madri e delle maestre (perché non mi stancherò mai di dirlo, è questa la nicchia che sostiene l’editoria per ragazzi) le quali sono infine felici di poter mettere nelle mani dei propri bambini libri “utili” oltre che belli.

buioE qui vorrei fare una doverosa specifica: quando parlo di messaggi nella letteratura per l’infanzia non intendo dire che un libro per bambini non debba trasmettere pensieri e sentimenti. Leo Lionni non è certo un autore da scartare perché le sue storie sono storie edificanti. Le storie di Leo Lionni sono però così lievi e così ben scritte che il bambino si rispecchia in esse senza forzature. Si chiama talento e non tutti gli autori ne sono provvisti quando si tratta di scrivere o illustrate un libro. Per questo gli editori dovrebbero a mio avviso essere più parsimoniosi nel pubblicare storie, scegliendo solo quelle davvero meritevoli. Ci sono libri come “Il buio” (The Dark) di Lemony Snicket e Jon Klassen edito da Salani che sono talmente complessi nell’affrontare una storia che parla della paura della notte, che pur dichiarando fin dal titolo il proprio nucleo fondante, riescono con una trama tanto sapiente sia dal punto di vista illustrativo che testuale a far risuonare nel lettore, bambino o adulto che sia, mille corde diverse.

E poi in fondo non è forse vero che tutte le storie sono state inventate, raccontate e scritte per superare la paura del buio, della morte, dell’attraversamento del bosco? La letteratura come l’arte in genere è, in ultima istanza, un antidoto alla paura di vivere, uno strumento duttile e al tempo stesso impreciso di consolazione e di ritrovamento del sé. Impreciso perché la migliore letteratura è quella che concede al lettore il compito di ricucire gli orli, di intrecciare alla trama il proprio ordito, il proprio sentire, che pur nella sue innumerevoli soggettività fa di ogni buona storia una storia universale. E se vogliamo spingerci ancora un po’ più in là e azzardare in poche righe un’analisi storica del libro per l’infanzia, non si può di certo affermare che la pedagogia non sia mai stata una delle protagoniste del libro per bambini, anzi! Si può dire che altissimi impulsi siano stati dati al libro per bambini da un atteggiamento educativo (si pensi a Gianporcospino, ma anche ad “Alice” di Carroll, a “Le cronache di Narnia” di C.S. Lewis). Quindi la propensione pedagogica legata alla letteratura non è da denigrare di per sé, piuttosto è da biasimare una scrittura asfittica e poco talentuosa che fa del solo messaggio il centro del proprio narrare, chiudendo al lettore la complessità della scrittura e dell’illustrazione costringendolo in trame deboli e sentimentali.

E non è tutto: se il senso critico del lettore non è sostenuto da una critica letteraria schietta e competente, il rischio più alto che corrono libri densi e belli come “Il buio” di Lemony Snicket*’ è quello della mera strumentalizzazione. E ogni strumentalizzazione ci porta infine a parlare di sentimenti e di emozioni. Perché ho l’impressione che è sempre lì che vogliamo arrivare quando lavoriamo su un libro, perché emozioni e buoni sentimenti costruiscono una buona mappa di sé.
Nel frattempo però abbiamo perso la prima è più importante qualità della lettura: la libertà. Libertà di leggere il libro, spesso in solitudine e in santa pace. Poi sì, il libro ci conduce verso gli altri, ci apre al mondo, alle storie, alla vita, ma inizialmente è una passeggiata in solitaria, anche quando siamo piccoli e qualcuno legge per noi.

il-buioChi legge per noi dovrebbe saperlo questo, di essere un tramite e non un maestro, anche quando la maestra o l’educatrice lo sono di professione. Nei percorsi per la promozione alla lettura si parla tanto di empatia, ma io sono sempre più convinta che la prima empatia che un genitore o una maestra dovrebbero suscitare non è quella verso se stessi o verso ciò che si vuole trasmettere, ma verso la storia. L’affetto, l’amore, la gioa di una lettura condivisa e addirittura l’insegnamento o la ricchezza che un bambino può trarre da un libro, dovrebbero essere conseguenze spontanee della grande libertà, fiducia e silenzio che abbiamo concesso alla storia e a chi ci sta ascoltando.

Ecco allora che quando parlo di libri subdoli, parlo di quei libri che oltre a diventare strumenti in mano a genitori ed insegnanti che vogliono “parlare di…” (amicizia, intercultura, parità tra i generi sessuali, amore, rabbia, litigi e chi più ne ha più ne metta), perdono il gusto della storia per la storia, una storia data aldilà delle mille sfaccettature pedagogiche che con grande abilità oggi maestre e recensori di libri per bambini riescono a trovare partendo dalla trama.
E quando finalmente gli autori da un lato e gli editori dall’altro si svincoleranno davvero da questi parametri educativi e andranno a scrivere i primi e a pretendere i secondi, storie belle, intense, impertinenti, avventurose, sorprendenti, assurde… insomma storie libere, allora forse sapremo anche riconoscere la buona scrittura di cui oggi come lettrice prima che come libraia, sento tanto la nostalgia e che vedo ogni giorno più secondaria rispetto al messaggio e all’illustrazione che lo insegue.

* Non parlo qui di case editrici medio grandi come Mondadori e Rizzoli nei cui cataloghi è presente sia il libro aspirina che il buon libro; da questi cataloghi è in genere la scelta del libraio che fa la differenza. Di contro dai cataloghi delle piccole case editrici, le librerie specializzate attuano mediamente una scelta meno drastica fidandosi della qualità implicita del piccolo editore.

*’ C’è da dire che, proprio in virtù della propria complessità, il lettore ingenuo scarta istintivamente il libro di Lemony Snicket a favore di un libro, sempre sullo stesso tema, più immediato.

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