Memorie

Scritto il 27 gennaio 2015 nella sezione Blog

“La Storia siamo noi
siamo noi padri e figli
siamo noi
bella ciao
che partiamo
la Storia non ha nascondigli
la Storia non passa la mano
la Storia siamo noi
siamo noi questo piatto di grano”

Francesco De Gregori

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Mi è davvero difficile pensare ad un’immagine più bella di un piatto di grano per descrivere questa umanità, fatta di padri e di figli, di madri e di figlie, di infiniti ricordi e memorie. Il grano diventa farina e la farina pane. Le storie sono come il pane. La storia è fatta di storie, della memoria degli altri, che ogni giorno viene macinata nel grande mulino dell’esistenza. La farina viene passata al setaccio perché le storie sono fatte di precise parole. Cosa passa? Cosa resta? Ogni bambino si nutre di storie, sta a noi fare del buon pane.
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ultimo viaggio immagine per articolo rad-lab27 Gennaio, giornata della memoria. Non mi sono mai piaciute le giornate dedicate a qualcosa o a qualcuno; nutro forse più simpatia per i santi e i beati del calendario gregoriano che se ne stanno discreti sotto al numero del giorno e ci si fa caso solo se ci si sofferma a lungo sull’agenda. Le giornate, come quella della memoria, mi sono ostiche come la sveglia del mattino che ti obbliga a svegliarti e ad andare al lavoro; mi chiedo se sia giusto forzare la mente ad insinuarsi in un grande dolore. Perché è questo che il 27 gennaio si ricorda, un grande dolore.
Dicono che il dolore fisico si dimentichi in fretta e che il dolore dell’anima può, al contrario, non andarsene mai. Ogni persona è diversa, ognuno coltiva il suo campo con strumenti differenti e ciò che alla fine si raccoglierà, dipenderà da quanto spazio si è concesso al deserto, quanto alle erbe selvatiche, quanto alla terra arata. Il dolore è difficile da spiegare, difficile da ricordare, difficile da annotare. Mi chiedo cosa io possa ricordare di quel grande dolore. Posso ricordare qualcosa di cui non ho memoria? Non ho memoria perché non ho vissuto la guerra, sono nata nella civiltà del benessere. Mia nonna ha vissuto la guerra, ma preferisce ricordarla il 25 di aprile. Festeggia la gioia; certo, in quella gioia c’è anche il dolore dei morti, ci sono i volti cambiati di chi è tornato dal fronte scalzo e logoro, c’è la pena di giorni lunghi e bui. Eppure lei festeggia, tutti gli anni.

 

Mi ritrovo a scrivere queste cose perché in prossimità della giornata della memoria, nel mondo dell’editoria per ragazzi, è tutto un fiorire di bibliografie e di eventi a tema. Penso alla memoria dei bambini, a quella superficie porosa e lucente che ora dopo ora ingabbia ricordi e informazioni. La mia memoria della shoah è un collage di libri, di film, di documentari, di pagine di sussidiario, di esami di storia. Cosa sia riuscita a trattenere davvero di tutto questo non sono sicura di saperlo. Io sento solo un indicibile dolore, un’eco lontana e profonda mi riporta indietro, a visitare ricordi non miei e ad abitare stanze gelide. Forse l’unica cosa che riconosco in questo labirinto oscuro è la consapevolezza di lottare per un futuro diverso. Ma il nostro presente ha fatto tesoro di questa memoria? E dove vivono i bambini se non nel presente?

 

immagine per articolo the arrival radice-labirintoC’è chi dice che non può bastare una giornata all’anno, che queste cose vanno ricordate più spesso. Si aprono dibattiti e si dicono cose più o meno scontate. Io come libraia vedo i bambini e mi interrogo su come debba essere affrontato un così grande dolore. E’ giusto che sappiano, dite. E cosa vuol dire sapere? Il dolore in alcuni crea silenzio, in altri mille domande. Chi risponderà o cosa risponderemo? La memoria forse ha senso solo se mescolata al presente, solo se davvero ne abbiamo fatto tesoro. Io, nata negli anni settanta, cosa ho portato nel mio presente di quel dolore? Dovrebbe essere un diamante abbagliante e tagliente contro l’indifferenza?

 

Molte case editrici fanno uscire, ogni anno in questo periodo, libri a tema, albi illustrati e narrativa, e l’ennesima nuova edizione del diario di Anna Frank. La televisione snocciola una programmazione di film d’autore, documentari, dibattiti. Io mi sento sempre più soffocare perché vivo tutto questo come una “pornografia” del dolore. Troppa esposizione, troppo poco pudore, un troppo che pare compensare un niente. Possiamo cercare un’alternativa?
Non sentirsi retorici nello scrivere un articolo come questo è molto arduo, ed è altresì complicato non essere fraintesa, non risultare antipatica o dare l’impressione di sbeffeggiare la storia, o peggio, la memoria. Non voglio buttare all’aria quel piatto di grano, non voglio gettare il pane buono che se ne potrebbe sfornare; tento solo di capire, di trovare un modo diverso di passare attraverso un varco molto stretto, di accogliere i bambini celebrando la vita. Non sto fuggendo dal tema, non sto dicendo di non raccontare… Ecco, affiora questa parola a salvarmi… Raccontare.
immagine per articolo albero di Anne“Il narratore” di Saki lo sapeva bene, non si può raccontare accogliendo una sfida: si racconta quando c’è qualcuno disposto a ad ascoltare, e sopratutto quando ne sentiamo l’urgenza o il desiderio. Inutile e dannoso raccontare per forza. Raccontare è un gesto d’amore, dice all’altro “tu esisti”. Raccontare è ricordare, è usare le nostre parole annodate a quelle di qualcun altro, è memoria del mondo, di noi, del piccolo, del grande, di ciò che abbiamo solo immaginato e che pure ci appartiene.

 

Come raccontare dipende da ciascuno di noi. Di certo non possiamo aprire un libro e poi far cadere tutto nel vuoto, che cosa resterebbe delle domande, delle richieste, dei dubbi, e delle paure dei bambini? Aprire il libro della Shoah vuol dire accogliere il dolore, non lasciarlo cadere, non abbandonarlo. Forse bisogna raccontare piano, senza mai dimenticare che non tutti i bambini hanno alle spalle una famiglia in grado di capire e accogliere il dolore. Se penso a quanto sia diventato difficile parlare della morte, non mi capacito di quanto sia paradossale la giornata della memoria. La storia in questo caso legittima il fatto di parlare di morte? Anzi di milioni di morti… Ma come potremmo accogliere il dolore senza la parola morte? Esiste un dolore più forte dell’assenza, di quando ci rendiamo conto che una vita finisce?

 

Il nemico immagine articolo memorieLa vita ci prepara se impariamo ad ascoltare. C’è una minuscola dose di morte in ogni quotidianità, è come un antidoto: affrontiamo piccole perdite per saper accogliere e affrontare quelle più grandi, ma abbiamo smesso di parlarne, abbiamo rammendato con il silenzio o con manuali di psicologia gli strappi del presente. Che effetto fa la Shoah su dei bambini che non hanno avuto i mezzi per gestire il dolore? Raccontare piano, forse, sottovoce.

 

Per questo vorrei presentarvi una piccola bibliografia di storie sussurrate, di ricordi, di assenze. Con questi libri abbiamo allestito la nostra vetrina piccola, fatta di valige, di ricordi di viaggio, di parole pronte a partire, di memorie anche di guerra, ma gentili. Non ci siamo allontanati dal tema, non lo vogliamo eludere, lo abbiamo solamente affrontato a modo nostro, pensando ai bambini, alla loro voglia di sapere, di fare tesoro, di mettere a fuoco nel profondo il senso della storia. Non lasciateli soli mentre leggono, sedetevi accanto a loro, tenete vicina la vostra valigia fatta di pezzi di storie, di ricordi reali e non, cucite quei pezzi insieme a quelli che affioreranno dalle loro labbra, fatene una bella coperta e sdraiatevici sotto, al caldo.

Breve bibliografia della memoria

1. L’asinello d’argento di Sonya Hartnett, Rizzoli.
Un giovane soldato sperduto, due sorelle, un fratello maggiore e quattro storie su un asinello. In un bosco francese si intrecciano storie di pace, di coraggio, di lealtà.

2. Il nemico di Serge Bloch e Davide Calì, Terre di mezzo.
Il punto di vista dell’altro è forse uguale al nostro. C’è qualcosa di universale nei ricordi delle persone, un’idea ancestrale di pace muove ogni possibile cambiamento.

3. Il muro. Crescere dietro la cortina di ferro. Di Peter Sis, Rizzoli.
Una biografia densa, ricca, sfaccettata. La storia di un bambino che diventa un giovane uomo inseguendo un’idea di libertà.

4. The arrival, di Shaun Tan.
Un lungo libro senza parole che racconta la speranza racchiusa in ogni viaggio. Il coraggio di lasciare, la gioia di ritrovare, il riconoscersi negli occhi dell’altro.

5. Ho lasciato la mia anima al vento, di Roxane Marie Galliez, Emme Edizioni.
Un nonno che muore lascia al nipotino una memoria fata di voci e di attimi da vivere. Per capire la morte abbracciando la vita.

6. L’albero di Anne, Irene Cohen- Janca, Orecchio Acerbo
La vita di Anna Frank osservata dall’ippocastano del suo cortile.

7. Corri ragazzo, corri di Uri Orlev, Salani.
Nella fuga continua e senza riposo del giovane Yoram, si può perdere il senso della memoria. Vivere il presente sembra l’unica cosa realmente possibile.

8. La prima volta che sono nata, di Vincent Cuvellier e Charles Dutertre, Sinnos
Che cos’è la memoria? Un insieme di emozioni, visioni, suoni…ricordare è il solo modo per rinascere.

9. L’albero, di Shel Silverstein, Salani.
Un albero si innamora di un bambino. Invecchierà con lui, donando tutto ciò che ha, perché solo donando l’albero si sente felice. L’albero è metafora dell’esserci, del prendersi cura, solo accanto a lui il bambino, e poi l’uomo, ritrova il senso della sua esistenza e il senso profondo della memoria.

10. Velluto, storia di un ladro, di Silvana D’Anegelo e Antonio Marinoni, Topipittori.
Cosa siamo senza ricordi? Da dove veniamo? Quale casa ci ha visto nascere? Per ritrovare la propria memoria ci si mette in viaggio, si ascoltano le storie di oggetti e persone, ci si intrufola con delicatezza in altre vite per rubare un po’ della loro bellezza.

11- L’ultimo viaggio, di Irene Cohen-Janca e A.C. Quarello, Orecchio Acerbo.
La storia commovente del Dottor Korczak e dei suoi bambini, una storia di amicizia e di coraggio, un prendersi cura che diventa l’antidoto contro il male.

12- Bruno, il bambino che imparò a volare, Nadia Terranova, Ofra Amit, Orecchio Acerbo.
Può il sogno trasformare la realtà ed essere una chiave per penetrarvi più profondamente? Attraverso gli occhi di Bruno Schulz impariamo ad attraversare le terre sconfinate e sempre accoglienti dell’immaginazione e della fantasia.

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