Non fino in fondo – Mezzacalzetta dove sei?

Scritto il 3 maggio 2016 nella sezione Consigli di lettura

Dedicato ai miei affezionati, premurosi e attenti lettori.

Autore: Benjamin Chuad
Editore per l’Italia: Terre di Mezzo
Traduzione di Rita Dalla Rosa

mezzacalzetta-dove-sei-copertinaFarewell Floppy è l’albo di Benjamin Chaud che con il titolo di “Mezzacalzetta dove sei?” è da poco arrivato sugli scaffali di Radice-Labirinto ad opera della casa editrice Terre di mezzo; un titolo, questo, che come libreria acquistavamo già da tempo in lingua originale dal catalogo della Tate Gallery. Siamo stati dunque lieti di vederlo tradotto nella nostra lingua e, senza indugio, ne abbiamo prenotate cinque copie al rappresentante che con entusiasmo ce lo ha mostrato tra le novità di primavera.
Poteva essere un successo e forse, fuori da Radice-Labirinto, lo è, ma a noi è bastata una sola lettura per lasciarci con l’amaro in bocca, e tutto per colpa di un aggettivo: “imbecilli”.
Come librai non c’è nulla che detestiamo maggiormente di una cattiva traduzione perché crediamo che la musicalità e il senso delle parole siano parte integrante del successo di una buona storia.
Non scambiate la nostra pignoleria per perbenismo: nel giusto contesto la parola “imbecille” può essere usata senza problema, ma in “Mezzacalzetta dove sei?” il contesto non è affatto appropriato.

La storia narra di un bambino che si vuole sbarazzare del suo coniglietto domestico. Mezzacalzetta, così si chiama il coniglio, è una mezzacalzetta di nome e di fatto e questo perché non sa giocare agli indiani, non corre veloce, è inutile a calcio e anche se partecipa volentieri alle avventure del suo padroncino, è un vero e proprio peso morto, e il bambino, essendo ormai grande (dalle illustrazioni potrebbe avere cinque anni), non può più permettersi di accudire un animaletto “da piccoli”.

mezzacalzetta-dove-sei-illustrazione-franceseAnche sulla traduzione del titolo si potrebbe discutere.
Il testo originale francese è “Adieu Chaussette”, “Addio Calzetta”, diventato l’inglese “ Farewell Floppy” ovvero “Addio Floppy”, mentre in italiano la casa editrice ha deciso di intervenire drasticamente consegnando al lettore un “Mezzacalzetta dove sei?”. Nella versione francese e inglese, il titolo preannuncia una separazione (anche se non sappiamo ancora di che tipo), mentre il titolo italiano pone l’accento sul fatto che qualcuno si è smarrito (cosa per altro non vera dato che il coniglio della storia viene abbandonato di proposito). Forse gli editori hanno temuto che “Addio Mezzacalzetta” alludesse alla morte del coniglio? Se così fosse saremmo davanti ad un editore che messo alle strette da un titolo ambiguo, preferisce una traduzione inesatta e meno appropriata pur di non penalizzare le vendite del libro. Al contrario, il titolo scelto da Benjamin Chuad è volutamente allusivo e non solo crea un divertente contrasto con il lieto fine della storia, ma contribuisce ad aumentare il patos della narrazione quando il protagonista, pentito di aver lasciato nel bosco il povero coniglietto, si mette alla sua ricerca.
Trovo invece vincente la scelta del nome Mezzacalzetta che non solo risulta un appellativo divertente, ma rimane fedele al “Chaussette” originale, calzetta appunto. Interessante anche il nome scelto per la traduzione inglese, “Floppy”, tipico nomignolo per il pupazzo dei bambini, che significa letteralmente “molle”, “floscio”, “flessibile”, tutti aggettivi adatti alle orecchie penzolanti, lunghe e morbide del coniglio in questione e altrettanto adeguati per descrivere un paio di calzini. Inoltre il nome “Floppy” contiene la parola “flop”, fallimento, e dalla storia non emerge certamente che Chaussette sia un coniglio intraprendente. Rimane invece un mistero perché nella versione originale l’autore abbia ritenuto di dover specificare che Chaussette sia un “lapin buffle”, un “coniglio bufalo”, che oltre ad essere una specie inesistente non ha alcun rimando con la storia o con la forma delle orecchie (unica analogia potrebbe essere la forma ondulata e ricadente delle corna del bufalo e le orecchie di Chaussette. Ma risulta decisamente forzata dato che le corna non sono orecchie). L’aggettivo “buffle” deve essere sembrato strambo anche a Taylor Norman, la traduttrice inglese, che di fatto l’ha omesso dalla versione anglosassone, mentre Rita Dalla Rosa ha fatto la scelta, a mio avviso infelice, di lasciare lo strano appellativo nell’albo italiano: Mezzacalzetta era già una traduzione riuscita senza l’ausilio di “coniglio bufalo” che risulta inutile e fuorviante. Mi domando come una traduttrice non possa porsi l’urgenza di certe questioni, visto che se la pongono non solo una libraia, ma anche molti lettori intervistati.

Ma torniamo al punto saliente che ci ha fatto inserire l’albo di Benjamin Chuad nella nostra nuova rubrica “Non fino in fondo”. Perché il contesto non si addice all’aggettivo “imbecilli”?
Il tono dell’albo è divertente e la vicenda narrata in prima persona è certamente accattivante. In puro stile Benjamin Chaud (autore, tra gli altri, di “Non ho fatto i compiti perché” e “Una canzone da Orsi”) questo albo riesce ad attirare da subito l’attenzione del lettore; e se le parole del protagonista sono di disprezzo verso il proprio coniglio domestico, le illustrazioni spingono il lettore ad amare in modo istintivo il paffuto coniglio dalle orecchie flosce e a parteggiare per lui.

mezzacalzetta-dove-sei-illustrazionePer assecondare il doppio gioco tra testo e tavole illustrate, il sapore delle parole è deciso e asciutto; le parole scelte da Benjamin Chaud sono finalizzate alla costruzione di un racconto che ci restituisce l’immagine di un bambino arrogante e un po’ sbruffone.
I cinque anni sono, in effetti, un’età piuttosto turbolenta: si frequenta l’ultimo anno di asilo, ma non si è ancora abbastanza grandi per andare a scuola; si prova ad affermare se stessi sfidando ora i compagni, ora i genitori; si acquista una visione più lucida sulle proprie capacità, si prende consapevolezza dei propri stati d’animo e si ha certamente più chiara la natura dei rapporti affettivi. In “Mezzacalzetta dove sei?” Benjamin Chaud dipinge un cinquenne colto sul fatto, descrivendocelo nei suoi tratti meno gradevoli, così da creare nel lettore, specie nelle prime pagine, una vera e propria antipatia per il protagonista, aumentando invece l’empatia con la povera bestiola che sta per essere abbandonata nel bosco più nero.
Si potrebbe pensare a questo punto che il contesto sia più che giusto per sfoderare la parola “imbecilli”, e forse lo ha pensato anche la traduttrice, ma non è così.

Il testo originale della parte da noi incriminata recita:

“D’abitude, quand on se promene, on fait les andouilles”

La traduzione letterale sarebbe:

“Di solito, quando passeggiamo, facciamo gli sciocchi”

Andouilles è un termine affettuoso per dire che si fa un po’ i pazzerelli o gli sciocchini, provocando l’ilarità degli altri. Lo si usa legato alla risata senza motivo.

In inglese è diventato:

“Usually, when we took our walks, we went a little crazy”

Di cui la traduzione letterale è:

“Di solito, quando facevamo le nostre passeggiate, andavamo un po’ fuori di testa”

“To go crazy” vuol proprio dire “impazzire”, “ammattire”, “uscire di testa”, e “a little” vuol dire “un po’”.

Rita Della Rosa invece traduce:

“Di solito, durante le nostre passeggiate, facciamo gli imbecilli”

Vediamo dunque cosa significa imbecille.

imbecille agg. e s. m. e f. [dal lat. imbecillis (variante del più com. imbecillus) «debole» fisicamente o mentalmente]. – Chi, per difetto naturale o per l’età o per malattia, è menomato nelle facoltà mentali e psichiche. Più spesso, nel linguaggio fam., titolo ingiurioso, rivolto a chi, nelle parole e negli atti, si mostra poco assennato o si comporta scioccamente, senza garbo, da ignorante, in modo da irritare: è un perfetto i.; non fare l’i.!; taci, imbecille! ◆ Dim. imbecillòtto; accr. imbecillóne (f. -a).

mezzacalzetta-dove-sei-illustrazioniCerto il nostro protagonista si comporta scioccamente e ci irrita il suo atteggiamento noncurante nei confronti della bestiola, ma quando Benjamin Chaud usa “andouilles” nel testo originale la riferisce a entrambi i protagonisti, volendo sottolineare il fatto che un tempo, i due amici si divertivano molto a passeggiare insieme nel bosco, facendo piccole follie. Il termine imbecille invece, come riporta il Treccani, è diventato nel lessico famigliare un titolo ingiurioso e fortemente dispregiativo. Il fare un po’ i matti di Benjamin Chaud ha assunto, in italiano, un valore eccessivamente denigrante, rimandandoci alle bravate di due imbecilli. Non sentite anche voi la stonatura? Non vi sembra di dire una volgarità in un contesto dove nulla ci porta in una dimensione di strada o di bagarre adolescenziale? A chi vuole stare simpatica la traduttrice usando un simile termine per descrivere i giochi un po’ matti di due bambini? Al bambino treenne, quattrenne o cinquenne che leggerà l’albo di Benjamin Chaud?
Vi assicuro che, come librai, siamo stati così in imbarazzo nel leggere ad alta voce questo passaggio che di fatto, per un eccesso di pudore, abbiamo smesso di proporre “Mezzacalzetta dove sei?”.

Il traduttore, e l’editore in primis, dovrebbero avere cura delle parole, assaporarle una ad una quando decidono di pubblicare un libro, dovrebbero farsi scorrere nelle orecchie – non più acerbe né tanto meno floppy – le note della nostra bella lingua e sentire che sapore lasciano dietro di sé.
Come si fa a non accorgersi che la parola “imbecilli” è del tutto inappropriata a questo contesto?
Dobbiamo smettere di considerare i lettori bambini delle mezzecalzette o dei mezziragazzetti un po’ bulli che si compiacciono quando il protagonista di un libro usa parole volutamente ammiccanti per far colpo su di loro. Ci vuole dignità nella scrittura e nelle traduzioni, ci vuole cura e buon senso; bisogna entrare nello spirito del testo e non fraintendere un tono dissacrante e divertente con la volgarità.

Gianni Rodari diceva:

“Diamo ai bambini parole belle perché le belle parole formano i bei pensieri” (da La Grammatica della fantasia, Einaudi)

Ecco: Terre di mezzo con Mezzacalzetta ha decisamente perso l’occasione di regalare ai bambini parole belle. Chissà, forse non ha riletto, forse non ha prestato attenzione, in ogni caso, ahimè, non è la prima volta che Terre di Mezzo incappa in pessime traduzioni pur consegnandoci libri molto belli (penso, tra tutti a Cane Nero). Un vero peccato perché l’albo di Benjamin Chaud, per quanto non sia tra i suoi più originali, contiene una storia (e sappiamo bene quanto oggi ci sia bisogno di storie nell’albo illustrato!), e delle illustrazioni che, come in altri libri di questo autore, si richiamano tra loro senza la didascalia del testo (molto bella in questo senso l’immagine del bambino che torna a casa correndo con il suo coniglio sulla testa che rimanda una delle prime tavole in cui il protagonista si immagina sul dorso del coniglio in partenza per nuove avventure).

Cosa ne sarà delle parole se nemmeno i libri se ne prendono più cura?

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