Raccontami

Scritto il 1 marzo 2017 nella sezione Blog
Questo articolo uscirà diviso in due parti sui numeri 7 e 8 di ICARO, la rivista della Baracca–Testoni Ragazzi.

Ilya ZombIl mio trisnonno si chiamava Massimiliano, era nato nel 1873 a Guiglia, un paesino degli appennini modenesi, e non aveva frequentato la scuola elementare. Faceva il contadino e alla sera, nella stalla, tra l’alito caldo delle mucche e il profumo del fieno, raccontava ai suoi numerosi nipoti le storie della vita agreste e le fiabe della tradizione. “Quante ne sapeva!” mi dice oggi la mia cara nonna che di anni ne ha 87. “Noi ci sedevamo intorno a lui e il nonno raccontava e raccontava… Ah se potessi ricordarmele tutte!”.
Quand’ero piccola la mia famiglia condivideva la casa dei nonni, noi in una stanza e i genitori di mia madre nella camera di fronte alla nostra; il resto -cucina, salotto e bagno- erano in comune. Il nonno faceva il ferroviere così lo Stato gli aveva concesso di abitare nella casa cantoniera della stazione centrale di Modena, una casa rossa dove adesso ci sono gli uffici dei Carabinieri. Le finestre del salotto e della camera dei nonni davano direttamente sui binari. Poiché mio padre ancora studiava e mia madre lavorava come impiegata, io passavo molto tempo con la nonna e a volte, quando i miei genitori litigavano, andavo a dormire nel suo letto.
Ricordo le lenzuola ruvide di cotone, l’odore del nonno sul cuscino e le mie fiabe preferite: Prezzemolina, dove compariva il Pitofè – “Non ho mangiato né bevuto, il Pitofè non ho veduto” – e La bella dai capelli d’oro, dove le stoviglie parlavano e la scopa faceva la spia alla strega.
Mentre la nonna raccontava al buio, io guardavo le luci che gli scuri disegnavano sul soffitto e sentivo i treni passare, distinguendo quelli merci da quelli per i passeggeri. La stanza da letto della nonna era la più fredda della casa – ancora oggi lei non accende il calorifero dove dorme – e io mi rincantucciavo contro il suo corpo soffice avvolto in una camicia da notte di flanella, infilavo i miei piedi tra le sue gambe e cercavo di rimanere il più immobile possibile per non uscire dal confine caldo ricavato tra le lenzuola gelide.
Quando è Natale, la nonna ci tiene ad accompagnare il suo regalo con un biglietto. Solo poche righe per dirmi che mi vuole bene. Non so scrivere la tenerezza che provo nel leggere la sua scrittura tremolante e nel notare quella virgola più scura, dove la penna ha indugiato a lungo, per decidere se aggiungere o meno l’apostrofo tra l’articolo e la parola “albero”. Mia nonna ha il diploma di terza elementare, ma era, ed è, un’eccellente cantastorie.
Non so elencare le ragioni che mi hanno spinta a diventare libraia, ma potrei dirvi perché sono diventata una narratrice: sono diventata una narratrice perché mia nonna mi raccontava le fiabe.

Stuart LeeIn un momento storico dove l’albo illustrato è diventato quasi l’unico libro che si propone ai bambini in età prescolare, non è facile parlare di narrazione. In libreria bisogna sempre specificare ai genitori che si prenotano per Il focolare delle fiabe, che una narrazione non è né una lettura ad alta voce né tanto meno una “lettura animata”; e anche dopo mesi e mesi che assistono insieme ai figli alle mie narrazioni, chiedono ancora se possono prenotarsi per la prossima “lettura”. A costo di sembrare pedante, specifico ogni volta che non si tratta di una lettura, ma di una narrazione, di una fiaba raccontata a memoria. “Beh sì – aggiungono allora – quella.” Quella. Quella strana cosa, quell’antico rito che i genitori non sanno più riconoscere.

Sono dunque arrivata alla conclusione che per capire il valore di una fiaba raccontata a memoria e distinguerla da una lettura ad alta voce bisogna aver avuto un imprinting. Non solo: se durante l’infanzia, qualcuno ha narrato per noi una fiaba, un mito o una storia, sarà poi molto più facile riscoprirsi narratori e riaccendere la fiamma del proprio focolare domestico, perché qualcosa di estremamente potente si imprime nell’immaginazione, un incanto che travalica il tempo e sa riemergere quando richiamato. Naturalmente anche la lettura condivisa fin dalla più tenera età ha la sua importanza, ma in un qualche modo l’incantamento del racconto orale è più forte e può, parimenti al libro, contribuire a formare i lettori di domani, mentre non sono certa del contrario, cioè che se si è avuta un’educazione alla lettura si diventi poi, con altrettanta facilità, dei narratori. Ma che ne è oggi del racconto orale?

Monica BarengoEntrando in una libreria e visitando la sezione dedicata ai giovani lettori non sarà difficile notare come sugli scaffali ci sia una prevalenza di albi illustrati. L’albo illustrato, quando fatto a regola d’arte, è un prodotto editoriale eccellente: la compenetrazione di tre linguaggi (visivo, testuale e grafico) stimola nel bambino una lettura complessa. Tuttavia a fronte di una produzione spasmodica di albi, si può notare il consolidarsi di alcune pratiche legate alla lettura, soprattutto in età prescolare, che hanno un loro peso quando si tratta di indagare quanto sia rimasto oggi del rito del focolare.
In primo luogo vi è l’interiorizzazione dell’idea che un libro con le figure sia di gran lunga più adatto ad un bambino, specie se ha meno di sei anni, di un libro di sole parole (nelle mie tante visite alle scuole d’infanzia dell’Emilia Romagna, del Veneto e della Lombardia, mi imbatto raramente in una biblioteca scolastica in cui siano presenti uno o più libri di narrativa); il racconto orale è invece avido di parole e costruisce i suoi paesaggi attingendo da un immaginario interno e personale; il racconto orale non può alimentarsi solo di albi, ma ha bisogno di libri di narrativa, di romanzi, di biografie, di poesia, perché brama le storie e i racconti che percorrono lunghi sentieri.
In secondo luogo, dato che i testi degli albi illustrati devono essere brevi ed essenziali, si è persa l’abitudine di far incontrare i bambini, anche piccoli, con periodi in prosa articolati, dove il lessico sia ricco e forbito; il racconto orale richiede invece al narratore di saper domare periodi anche complessi perché spesso il pensiero che costruisce e disegna una storia è un fiume che scorre; inoltre, narrare una fiaba a memoria richiede precise parole, parole che siano ancore per la memoria o scrigni di suoni preziosi capaci di dipingere, in pochi tratti, l’atmosfera o la scenografia di una fiaba (salvifica è per i narratori la poesia – genere letterario che purtroppo si offre sempre meno ai bambini).
Terzo: dal momento in cui molti albi pubblicati tendono a presentare ai bambini storie dai messaggi edificanti e “a misura”, il lettore adulto ha maturato la convinzione che l’elemento perturbante sia da ritenere pericoloso se non addirittura dannoso nella costruzione di un’infanzia serena; di contro il racconto orale è per eccellenza il racconto di un attraversamento, di una morte che si trasforma in una rinascita, dell’abbandono del nido familiare, della ricerca del proprio destino; esso è, come scriveva Calvino, “un catalogo di destini umani” dove la luce e l’ombra tratteggiano continuamente gli scenari su cui si muovono i personaggi.

Helena PerezQueste considerazioni unite al fatto che molti genitori non hanno avuto, ahimè, nessuno che narrasse per loro una fiaba, ci consegna oggi una generazione di bambini defraudati di storie raccontate a memoria. C’è un altro punto fondamentale che allontana il lettore adulto dalla narrazione: la convinzione di non essere capace. Una delle cause prime di una tale sfiducia non è solo da imputare alla mancanza di un imprinting, ma al fatto che gli adulti non leggano più, e quindi diventino sempre più deboli nelle proprie capacità immaginative, comunicative e lessicali.

Temo però che un’altra grande responsabilità sia da attribuire ancora una volta, anche se in modo indiretto, all’albo, dato che da quando questo genere letterario spadroneggia nelle librerie per l’infanzia si è diffusa la pratica della “lettura animata” o teatralizzata, una modalità che in primis tradisce proprio gli stessi albi illustrati. Perché se è vero che un albo deve la sua straordinaria potenza alla compresenza dei tre linguaggi sopracitati (visivo, testuale e grafico), come potrà un gruppo composto da più di quattro bambini accedere a tutti e tre questi codici quando il libro viene posto a più di un metro e mezzo di distanza da loro? La lettura animata si riduce così alla drammatizzazione della parte testuale (e non di rado il lettore/animatore aggiunge parole per spiegare le immagini), mentre le illustrazioni finiscono per essere relegate ad un ruolo secondario, diventando uno specchietto per attirare e tenere l’attenzione del pubblico. Una grave perdita questa, perché non potendo osservare con attenzione le illustrazioni del libro, il bambino smarrisce tutte le grandi e piccole incandescenze disseminate tra le immagini e le parole, mentre quando il lettore può accedere all’albo tramite una lettura individuale o a bassa voce, le interferenze emergono in tutto il loro splendore. E non dimentichiamo che anche la collocazione del testo sulla pagina e la scelta del carattere tipografico – che dà letteralmente corpo alle parole – hanno un immenso valore nell’albo illustrato di qualità, educando lo sguardo del bambino ad un ritmo visivo che non incoraggia solo la familiarità con il codice scritto (stampatello, maiuscolo, corsivo, scrittura in versi o in prosa), ma sprona a riconoscere ed ad apprezzare l’armonia complessiva del prodotto editoriale.

Friedrich Wilhelm SchadowForse mi si potrebbe obbiettare che la lettura animata serve più che altro per promuovere – e quindi ad acquistare o prendere in prestito – un libro, a cui poi la lettura tra le mura domestiche potrà dare un miglior seguito; ma come libraia vi assicuro che molto di rado ho visto vendere uno dei libri presentati, anzi spesso, purtroppo, per molti bambini quella è l’unica occasione per incontrare un libro, mentre genitori distratti interpretano il pomeriggio come un sano diversivo. A scuola invece può succedere che alla lettura di gruppo dell’albo illustrato non faccia seguito una lettura individuale perché i libri “belli” o “troppo nuovi” vengono poi adeguatamente riposti in un armadio o su una mensola alta, così da esser certi che non si rovinino. Perché dunque non scegliere di leggere, quando abbiamo un gruppo di bambini, un libro di narrativa – o raccontare una storia a memoria -, lasciando l’albo come è giusto che sia, ad una lettura più intima e personale? Perché non affidarsi alle parole e alla loro capacità creatrice? Platone giustamente scriveva che anche la fonè (suono, voce) è immagine. Se dico: “C’era una casa nel bosco”, forse non vediamo tutti la stessa cosa? O meglio: non ci sarà per ciascuno di noi una casa e un bosco? Molti a queste mie domande rispondono che i bambini di età inferiore ai sei anni non stano attenti se non ci sono le figure, ma non si alimenterà in questo modo un circolo vizioso senza fine? E così mi chiedo cosa significhi davvero promuovere la lettura. E se capita che il bambino si porti a casa il libro, cosa si aspetterà da una lettura con il genitore? E come si sentirà il genitore nel leggere quello stesso albo?

Oltre a danneggiare la giusta comprensione di un albo illustrato, la lettura animata o eccessivamente drammatizzata diffonde l’idea che i migliori lettori siano attori, animatori e intrattenitori. Ma c’è un altro inganno nascosto sotto questa pratica, e cioè trasmettere l’idea che i bambini quando leggono si debbano divertire, dove per divertimento non si intende divergere o intraprendere un nuovo sentiero, ma ridere, sorridere, stare allegri. E infatti i libri che si animano con più gusto – e che ottengono maggiore successo di pubblico – sono proprio quelli che contengono una buona dose di ironia, di non-sense, che parlano in rima, possibilmente utilizzando onomatopee e, se non sono sufficientemente potenti, l’animatore calca la mano sottolineando con il suono alcuni passaggi grafici e alcune illustrazioni o accompagnando la lettura con la musica.

BotticelliMa cosa succederà quando il bambino sarà a tu per tu con il libro o con l’albo e capirà che la lettura è soprattutto una “questione privata”, un rapporto intimo e profondo con le parole, con le immagini, con la storia? Cosa succederà quando aprendo il libro nell’intimità bellissima di un’ora tutta per sé non troverà più quel fuoco d’artificio? E quando avrà a che fare con un libro di sole parole e allora non potrà nemmeno più recuperare la memoria sonora di quella lettura esplosiva, divertente, coinvolgente, penserà che leggere sia noioso? Negli ultimi sedici anni – il tempo più o meno in cui c’è stata l’esplosione degli albi illustrati – non si è costruita una sola generazione di lettori. Dopo i sei anni di età vediamo sempre meno bambini in libreria. Come mai? Una risposta precisa io non ce l’ho, ma sono certa che il racconto orale potrebbe avere una grande possibilità di riavvicinare i bambini non alla lettura, ma alle storie, perché in fondo leggere è solo la conseguenza di un amore molto più vasto, ovvero quello per le storie e per le parole. L’albo rimane una possibilità di uguale potenza se lo si presenta al bambino nel modo adeguato: con dolcezza, pudore, rispetto. Che meraviglia condividere il tempo lento delle illustrazioni! Avere il tempo finalmente di fermarsi, di osservare, di indugiare, non come le immagini furbastre della televisione che corrono e corrono (oggi sempre di più, vi basti guardare i nuovi cartoni animati) e non si fermano mai, e ipnotizzano, e tengono, e trattengono, facendo tanto ridere mentre con insostenibile retorica dicono quanto è bello essere amici, volersi bene. Ma quanti albi sono oggi simili nei contenuti, se non nella forma, ai format televisivi? E quanto la lettura animata li fa assomigliare a dei simpatici siparietti?

Il racconto del focolare è un racconto intimo che non ha nulla a che vedere con l’attorialità né tanto meno con l’animazione. È un rito che avvicina i bambini al proprio immaginario interno, che semina la bellezza delle parole, che apre le porte alla narrativa e all’ascolto. E se dobbiamo dimenticare ogni velleità attoriale (è proprio necessario a mio avviso per instaurare un vero legame tra il bambino, la storia e il narratore), il racconto orale esige però la sapienza delle parole. Posseggono ancora le parole gli adulti che non leggono più? Gli adulti che non leggono solo albi illustrati, ma un romanzo, un saggio, un articolo di giornale. E i bambini che leggono solo gli albi illustrati sono capaci di ascoltare storie più lunghe? Per fortuna il focolare è un luogo di quiete, dove il tempo si dilata, dove si impara la pazienza, virtù necessaria se si vuole educare nei bambini un orecchio d’oro e nel narratore una lingua sapiente. Bisogna provare e riprovare, narrare e narrare. Le parole del focolare si costruiscono, parole che nascono nel caldo di una stalla e che possono anche essere semplici senza per questo risultare povere. Le parole del mio trisnonno Massimiliano io non ho potuto ascoltarle, ma immagino fossero precise, scarne e splendenti come quelle che Calvino o i fratelli Grimm attinsero dal repertorio popolare italiano e tedesco. Penso fossero le stesse parole delle fiabe di mia nonna.
Risuonano ancora in me, tanto che io, oggi, come narratrice aspiro al loro bagliore quieto, alla loro intonazione mai affettata, al loro suono pulito e vero.

Andrew RemnevHo assistito molte volte a narrazioni impeccabili e non di meno fatte con il cuore, ad opera di persone sensibili e preparate, ma per quanto riguarda il mio percorso personale di narratrice non ho mai trovato una vera consonanza tra questa modalità più teatrale e il repertorio fiabesco che sento l’urgenza di tramandare. Il focolare è l’unica dimensione a cui aspiro quando narro, spogliando la mia voce di ogni enfasi per dare suono e colore alle parole della fiaba restando me stessa. Un’operazione di semplificazione che richiede costante vigilanza e cura, una narrazione che impone alla memoria di non fissarsi, ma che, al tempo stesso, esige parole precise. Narrare nel focolare è per me fonte di piacere e di gioia, guardare negli occhi chi mi ascolta e sentire che il solco narrativo si disegna vivo e vibrante tra me e i bambini, mi permette di instaurare con loro una relazione affettiva profonda. E questo non avviene solo con i più piccoli, seppure spesso molto più disponibili all’incanto, ma anche con gli adulti, a cui le fiabe non devono essere mai negate.

È vero però che narrare richiede allenamento: anche il nonno Massimiliano, senza saperlo, si allenava ogni giorno alla scuola della stalla. Per narrare bisogna articolare il pensiero, imparare a vedere prima di enunciare; ma queste capacità – che per alcuni sono innate – si possono senza dubbio coltivare, e risulteranno utili non solo nel raccontare una fiaba, ma in molti altri ambiti, perché saper parlare significa incantare, guidare, spronare, incuriosire, tenere l’attenzione; e sappiamo bene, per esempio, quanto bisogno di incantamento ci sia a scuola!

Ormai in pochissimi narrano ai bambini nell’intimità delle loro case; ma cosa ce ne facciamo di tutti questi libri concettuali, di tutti questi pseudo albi-manuali sull’amicizia, sulla diversità, sulla gentilezza, se poi abbiamo perso le storie? Le storie, le fiabe e i racconti ci parlano di tutto questo senza citare, ci aprono i mille sentieri nel bosco della vita e ci insegnano il valore delle parole, perché nessuna parola si rispecchia identica nel suo sinonimo. Il Re de “L’uccell Belverde” di Italo Calvino non dice “ok” quando deve dare il vinaio in sposo alla sorella maggiore, dice: “Bene, ti sia concesso”. Anche questo insegnano le storie: a parlare, a usare un vocabolario ricco, a trovare sinonimi, a intraprendere strade diverse, a far entrare nelle orecchie buona musica. E insegnano a costruire il pensiero. La nostra lingua è quanto mai musicale, ogni parola nasconde nel suo suono (e non solo nel suo significato) un paesaggio articolato; quante parole nella nostra bella lingua nascondono onomatopee e suggestioni sonore? Il lessico degli adulti si sta appiattendo inesorabilmente, e noi non potremmo dire, al pari del mio trisnonno, di non aver avuto gli strumenti per ampliare il nostro vocabolario! È vero che le fiabe di mia nonna erano bellissime così com’erano, ma se restiamo vigili e non scadiamo in un mero atto performativo, usando un lessico forbito solo per stupire, allora quanto potrà essere prezioso oggi il nostro narrare se le parole delle nostre fiabe saranno puntuali, interessanti e affascinanti? “Belle parole, bei pensieri” scriveva Gianni Rodari.

Narrare oggi è una necessità, il nostro patrimonio orale si sta perdendo, la pratica del focolare svanisce, soffocata da una produzione senza freni di albi e libri di bassa qualità. Le fiabe non si conoscono più, schiacciate nella morsa di una morale che vuole livellare ogni burrone, abbattere ogni foresta, murare i draghi nelle loro caverne e le streghe nelle loro torri. Ma il sonno di Rosaspina non durerà per sempre, prima o poi i cent’anni passeranno e lei si sveglierà. E come narrava Basile nel suo “Cunto de li cunti”, Talìa – la Bella addormentata – si sveglierà perché uno dei gemelli partoriti durante il suo lungo sonno, cercando il suo seno le succhierà via dal dito la lisca di lino causa del malvagio sortilegio. Con cosa nutrirà Talìà i suoi figli, Sole e Luna, se non avrà fiabe e storie da raccontare?

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