Renna Bianca – Albo narrativo

Scritto il 2 gennaio 2015 nella sezione Consigli di lettura

Premessa

Ci sono luoghi dell’infanzia che restano indefiniti, immagini annebbiate intorno alle quali sbiadisce un mondo ancora più vago; eppure, per qualche misteriosa ragione, questi luoghi guadagnano nella nostra memoria, un posto di rilievo. Come tutte le cose magiche non vi possiamo attingere ogni qualvolta lo desideriamo e nemmeno possiamo spingervi il pensiero fino a penetrarvi con mente lucida e i sensi accesi, no; a questi luoghi si arriva guidati da un profumo o da un suono, li si raggiunge a cavallo di una parola o di una figura, a volte, sono altri luoghi a condurci là, grazie ad un dettaglio che a tutti, tranne che a noi, appare di poca importanza (una crepa nel muro, un ombrello rosso, una scarpa slacciata).
Della mia infanzia ricordo l’anticamera di una villa di campagna invasa dal sole, e fuori dalla porta spalancata il verde fresco di un giardino circondato da una siepe, dove forse c’era un capanno degli attrezzi dal forte odore di polvere e terra. Non so dirvi molto di quella casa, se non che credo appartenesse a uno dei pochi amici di mio padre. Ricordo che c’erano molti bambini, le stanze in disordine, un’allegria diffusa e caotica, un vecchio cavallo a dondolo, e il fumo denso e aromatico di una pipa. Quel pomeriggio senza coordinate e senza contorni è divenuto il ricordo di un pomeriggio felice.
Insieme a quella casa c’è una passeggiata con lo zio più caro in un pomeriggio d’estate e un sentiero dentro ad un roveto, dei filari di pioppi presso la riva di un fiume, una vecchia strega sotto il portico di un paese arroccato nell’entroterra ligure (dava da mangiare carne cruda a dei gatti), un pozzo profondo dal quale volò fuori una poiana presso una casa abbandonata nella pianura di novembre.
Tutto intorno a questi ricordi sfuma e diventa luce abbagliante o buio pesto, il mondo si sgretola, pur preservando intatta la sensazione di averli abitati in carne ed ossa.

***

Alessia- Hanna 6 anniHanna non è il mio nome, ma quello della bambina protagonista dell’albo scritto e illustrato dalla coreana Kim Sena, edito da Orecchio Acerbo. La bambina di Renna Bianca sono certa di essere io. Ho affiancato una mia fotografia alle illustrazioni: non ci sono dubbi. Nella fotografia ho sei anni e nei miei capelli si sentono i suoni della foresta. Anche il Signor Renna Bianca l’ho già incontrato, in un racconto di Borges:

Minotauro Radice-Labirinto“So che mi accusano di superbia, e forse di misantropia, o di pazzia. Tali accuse (che punirò al momento giusto) sono ridicole. [...] La verità è che sono unico. Non m’interessa ciò che un uomo può trasmettere ad altri uomini; come il filosofo, penso che nulla può essere comunicato attraverso l’arte della scrittura. Le fastidiose e volgari minuzie non hanno ricetto nel mio spirito, che è atto solo al grande. [...] Certo, non mi mancano distrazioni… In qualunque momento posso giocare a fare l’addormentato, con gli occhi chiusi e il respiro pesante (a volte m’addormento davvero; a volte, quando riapro gli occhi, il colore del giorno è cambiato). Ma fra tanti giochi, preferisco quello di un altro Asterione. Immagino ch’egli venga a farmi visita… [...]”
(Da “La casa di Asterione”, Jorges Luis Borges, in “L’Aleph”.)

Asterione è l’altro nome del Minotauro, testa di toro e corpo d’uomo, figlio della regina di Cnosso Pasifae e di Zeus, il quale per sedurla si trasformò in uno splendido toro, bianco. Dice Asterione nel racconto di Borges:

Asterione Radice-Labirinto“…Una volta al calare del sole percorsi le strade; e se prima di notte tornai, fu per il timore che m’infondevano i volti della folla, volti scoloriti e spianati, come una mano aperta. Il sole era già tramontato, ma il pianto accorato d’un bambino e le rozze preghiere del gregge dissero che mi avevano riconosciuto. La gente pregava, fuggiva, si prosternava; alcuni si arrampicavano sullo stilobate del tempio delle Fiaccole, altri ammucchiavano pietre. Qualcuno, credo, cercò rifugio nel mare.
Non per nulla mia madre fu una regina; non posso confondermi col volgo, anche se la mia modestia lo vuole.”

Renna Bianca consiglio di letturaLa madre di Hanna è una regina, immersa in un collo di pelliccia e piena di gioielli. Non si sconvolge quando Renna Bianca, corpo di uomo e testa di cervo, entra nello scompartimento del treno. Noi invece, dall’altra parte dello specchio, abbiamo un sobbalzo. Ed è quel tuffo, quell’inciampo nello straordinario, a far riemergere in noi luoghi lontani.
Hanna, non assomiglia alla madre, ma non è una bambina comune: tiene tra le mani un piccolo albero nel quale hanno fatto il nido dei pesci rossi. Hanna è la bambina dentro a tutte le nostre infanzie e il treno sul quale viaggia attraversa, uno dopo l’altro, i luoghi evanescenti di ricordi lontanissimi.
In effetti il treno sul quale Hanna e sua madre stanno viaggiando assomiglia più ad una casa. Alle pareti c’è una graziosa carta da parati, e le porte che si affacciano al corridoio sembrano condurre in comode stanze più che in ordinari scompartimenti. Hanna non è tranquilla, mentre la madre è soddisfatta da un così magnifico treno. Appesi alla parete del corridoio ci sono tre quadri: nel primo è raffigurata, in mezzo alla foresta, una sedia di velluto vuota, simile ad un trono; nel secondo la sedia è scomparsa, e nell’ultimo quadro è stato dipinto il ceppo di quello che doveva essere un grande albero.
Hanna ha un padre che studia le foreste e che le assomiglia moltissimo (l’illustratrice ce lo mostra ritratto nell’ovale di un medaglione dorato); lei lo va a trovare una volta l’anno.

Renna Asterione radice-labirintoNemmeno Hanna, che ama gli animali, le foreste e che sa parlare alle piante, è turbata da Renna Bianca, e se lei siamo noi da bambini, anche da questa parte dello specchio possiamo stare tranquilli. Dubitavamo, un tempo, dei nostri sogni? Per quanto fuori dal comune, siamo certi di averli abitati in carne ed ossa.
Nei sogni si sfilacciano i contorni ed è difficile ricucire insieme la trama, gli spazi, le persone; ma come nel labirinto di Asterione o come nello sguardo assorto di Renna Bianca mentre fissa il mondo fuori dal finestrino, ogni cosa si moltiplica all’infinito e noi sappiamo che ciò che è vero nella nostra mente, è vero quanto un ricordo, un mito, una fiaba.
Il dolore è reale, la solitudine è reale. Dubitare dell’esistenza del dolore è pericoloso quanto non credere alla possibilità di incontrare un essere mezzo uomo e mezzo animale nello scompartimento di un treno. Entrambi, il Minotauro e Renna Bianca, parlano della vita, entrambi, dietro all’aspetto terrificante, offrono doni. E se Asterione offre a Teseo la possibilità di dubitare della propria forza (nel racconto di Borges Teseo, dopo aver ucciso il Minotauro, dice ad Arianna “ Ci crederesti? Non ha nemmeno provato a difendersi” ), il Signor Renna Bianca offre dei cioccolatini.

regalità radice-labirintoLi offre per scusarsi, con la madre di Hanna, di aver invaso lo scompartimento con il suo numeroso seguito di rane. I cioccolatini sono di due colori: quelli rossi sono per gli esseri magici, come lui, quelli neri per gli umani.
Hanna senza esitare ubbidisce perché come Vassilissa al cospetto della Baba Jaga, sa che ci sono cose proibite che non si chiedono e non si toccano; ma la madre, la regina ingioiellata che già si lasciò sedurre dal Toro Bianco sulle sponde della bella isola di Creta, pensando di non essere né vista né punita, prende un cioccolatino scarlatto. Subito si trasforma in una rana, animale ibrido, capace di vivere tra la terra e l’acqua, antico prototipo tra il pesce e il rettile in grado di cambiare sembianti durante l’infanzia. Le rane, del resto, sono creature delle fiabe: recuperano palle dorate in fondo a pozzi profondi, nascondono perle sotto la pelle, vogliono sposare principesse e pare siano attratte da tutto ciò che luccica.

Hanna ha ancora tra i capelli il vento e il profumo della foresta (il cioccolatino nero fa diventare veri i pensieri), quando si accorge che la madre è diventata una rana, non diversa dalle altre centinaia di rane che il Signor Renna Bianca non può fare a meno di portare con sé: le rane sembrano legate a lui in modo indissolubile, ignare o meno di ciò che gli è capitato seguono il loro creatore come mendicanti. Allora, in una delle tavole più intense del libro, l’illustratrice ci mostra la sovrumana grazia e regalità del suo personaggio in un gesto che racchiude tutta l’ineluttabilità dei miti e dei racconti in cui viene infranto un divieto: Renna Bianca, senza malizia ne crudeltà, pone davanti alla supplica della bambina, una mano tesa. Quella mano dice “Sono spiacente, ma non posso aiutarti”. (La mano di Renna Bianca ricorda la mano della madre di Hanna quando disgustata dice, al nuovo passeggero, che è vietato portare sul treno tutte quelle rane; “Sono spiacente – risponde lui – ma non avevo nessuna alternativa.”)

Renna Bianca Radice-LabirintoIl cuore di Hanna batte forte, la mamma resterà una rana. I pesci rossi, allora, guizzano dall’albero di Hanna intorno alle corna di Renna Bianca ed è così che Hanna si accorge del corno spezzato. La paura ha richiamato un’altra paura, e il dolore viene riconosciuto negli altri solo quando lo abbiamo provato.
La maestosità del Signor Renna Bianca è stupefacente, come quella di Asterione nel racconto di Borges; la sua solitudine è immensa, il suo dolore incommensurabile, eppure egli mantiene intatta la sua grandezza come fa e continua a fare la natura violata per mano dell’uomo moderno.
Il re del bosco, il cervo ferito, ha abbandonato il suo trono; ora vive tra gli uomini, vestito come uno di loro. Si aggira per il mondo con il suo seguito di rane, nel limen tra il sogno e la veglia, dona e punisce con gentilezza, e guarda la foresta da lontano, attraverso i finestrini di un treno che veloce la taglia in due. La porta dello scompartimento di Hanna è quella vicino al quadro con il tronco reciso.
pace renna bianca radice-labirintoIl padre di Hanna studia le foreste, Hanna sta andando a trovarlo. Lui le ha detto che lei è speciale, nella figlia, quest’uomo che vive lontano, ha visto il futuro. La speranza nel cuore di Hanna ha fatto germogliare un nido di pesci rossi in un bonsai ormai secco. Hanna porta quest’albero sempre con sé, lo chiama Alberopescevivo. Vivo appunto.
Hanna posa il suo bonsai sul corno spezzato, il corno ricresce, si ramifica; i pesci rossi continuano a volteggiargli intorno.
Hanna è il futuro, la riconciliazione, suo padre aveva ragione.
Hanna e la Renna, svestita e non più antropomorfa, si abbracciano in un prato. La ferita è stata sanata, il patto tra uomo e natura riscritto.
Poi c’è una grande luce, i contorni si fanno ancora più evanescenti. Hanna si ritrova nel vagone del treno accanto alla madre addormentata.

***

Quando attraversiamo un ricordo o un sogno incontriamo noi stessi e ci ritroviamo a stretto contatto con gli archetipi del mito e della fiaba. Nel sogno tutto si mescola e si ricompone. Quella bambina sono io, lo sono stata e lo sono ancora; vive, io credo, in molte infanzie. Hanna abita un luogo sfumato, in cui risplendono solo poche cose: dei quadri, un albero, il profumo del vento.
Il libro di Kim Sena, edito da Orecchio Acerbo, è uno specchio, voi vi riconoscete?

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