Scuola Radice #4 Utopie

Scritto il 8 febbraio 2016 nella sezione Blog
Illustrazione di Felicita Sala

Illustrazione di Felicita Sala

Alla prima riunione informativa su Scuola Radice abbiamo mostrato alle tante persone presenti circa sessanta schede video nelle quali erano condensate le linee guida del nostro progetto educativo.
Le schede intitolate “Perché nasce Scuola Radice” e “Aspirazioni” iniziavano entrambe con le stesse parole: “Per creare un ponte con la scuola pubblica”. Un nodo cruciale per noi, un nodo da cui partire e a cui sempre tornare.

Anche se il punto di partenza e il punto di arrivo per Scuola Radice coincidono essi non disegnano un cerchio, ma una spirale, cioè una linea curva che spinge la sua forza verso l’alto in un atto di continua tensione positiva.
Alla lettura di entrambi i punti si è avvertito nella sala un brusio, un riassestamento sulle sedie, un mormorio di voci stupite, forse ciniche, certamente incredule.
Come potrà una piccola scuola di campagna come la nostra creare un ponte con un sistema scolastico che sempre più si dimostra disinteressato nell’infondere l’amore per il sapere e che pare sempre più soggetto alle logiche del mercato? (Mentre pongo questa domanda non mi riferisco alla singole realtà scolastiche, ma alle istituzioni e ai ministeri predisposti all’istruzione).

Illustrazione di Felicita Sala

Illustrazione di Felicita Sala

Ritengo che il cambiamento sia più facile se si isola quello che non funziona e si decide di costruire altrove qualcosa di migliore. Scuola Radice non è in questo senso diversa da altre realtà, e parlo di tutte quelle scuole non parificate che oggi rientrano sotto la voce “esperienze di educazione parentale”.
Il rischio di un simile modo di interagire (o non interagire) con il sistema è quello di creare isole di benessere, luoghi dove i genitori di bambini già molto amati e seguiti trovano il naturale proseguimento al loro modo di intendere l’istruzione e, in molti casi, la vita.
Di contro pare tuttavia molto difficile entrare nelle scuola pubblica e portare cambiamenti anche minimi dal momento che il sistema è vincolato a parametri strettissimi sia per quanto riguarda le tempistiche di apprendimento che la tracciabilità dei risultati, e che spesso i metodi così detti alternativi, puntano la loro innovazione su tempi di apprendimento dilatati e non prevedono valutazioni. L’ultima riforma scolastica non ha portato nessun beneficio in questo senso e la chiusura al nuovo sembra più evidente che mai.
Da queste angolazioni il quadro che ne emerge è sconfortante. Come fare dunque?

In primo luogo ritengo che senza utopie la scuola italiana non abbia futuro. Finché derideremo cinicamente chi prova a portare il cambiamento saremo sempre con un piede dentro la fossa, e la fossa della disperazione è molto profonda.
Se non crediamo possibile costruire un ponte abbiamo due possibilità: la prima è arrendersi all’inevitabile impoverimento umano che una scuola derelitta e in balia solo di riforme economiche porta con sé; la seconda è sperare che prima o poi tutte le isole, ora alla deriva nel vasto oceano dell’educazione parentale, si incontrino per formare una sorta di pangea, varia e sfaccettata, in cui ognuno potrà scegliere, potendoselo permettere, il pezzo di terra che preferisce (per questa seconda ipotesi dobbiamo anche essere molto fortunati perché spesso le isole affondano sotto le scosse dei forti personalismi che pur le hanno fatte emergere).

Illustrazione di Felicita Sala

Illustrazione di Felicita Sala

Per quanto Scuola Radice abbia ben presente che tipo di scuola voglia diventare, per costruire il ponte con la scuola pubblica Scuola Radice non punta ad esportare un modello pedagogico preciso.
Noi crediamo che una trasformazione della scuola pubblica non debba nascere da un metodo, ma dalla coscienza delle maestre. Non esiste un metodo migliore di un altro, ogni pedagogia che si fondi sull’amore per l’uomo poggia su basi sicure: a leggere i libri e i trattati dei grandi pedagogisti/ filosofi del secolo passato, si riscontrano così tanti punti in comune da rimanerci di stucco.
La scuola la fanno le maestre e i maestri, e laddove c’è la volontà e l’ispirazione di riportare ai bambini e ai ragazzi il proprio sapere, sia esso stato appreso sui libri di Maria Montessori o su una poesia di Montale o su entrambi, allora non conterà più il metodo, ma la persona.
Daniel Pennac chiama questi insegnanti Passeur, ovvero coloro che non hanno costruito un tempio sacro ed inviolabile con il proprio sapere, ma che quel sapere lo voglio trasmettere, passare appunto, ai loro allievi.
Studiamo ciò che ci piace e traiamo ispirazione dalle cose che sentiamo vibrare in noi, senza cristallizzarci; non è più questo il tempo della rigidità.
I bambini sono in perpetua trasformazione, sono molto stimolati e molto energici sia sul piano mentale che fisico. La maggior parte di loro arriva a scuola sapendo già leggere e scrivere, e al di là di questo, con una grande competenza sui simboli e sui significanti. Questa conoscenza forse non è organizzata e potrà apparire caotica, ma non possiamo ignorarla.
Non è più il tempo della dicotomia tra i diversi poli dell’insegnamento: lezione frontale contro lezione a piccoli gruppi, preponderanza del fare contro quella del leggere, apprendimento in natura contro l’aula scolastica. I metodi a mio avviso sono superati, oggi ci vuole la lungimiranza del cambiamento a piccoli passi, di saper stare in situazione giorno dopo giorno e ritornare a guardare negli occhi i bambini, uno per uno.

Illustrazione di Felicita Sala

Illustrazione di Felicita Sala

Ed è qui, su questo cambiamento a piccoli passi, che si inserisce l’utopia di Scuola Radice. Attraverso di essa noi speriamo di poter costruire un ponte per chi vorrà capire come, restando nella tradizione scolastica contemporanea, si possa insegnare nel rispetto di chi siamo; e non parlo solo del rispetto verso i bambini, ma anche del rispetto che una maestra deve a se stessa per fare al meglio e con piacere il proprio mestiere.
Certo non è facile costruire i ponti: bisogna essere in due, uno su una sponda e uno sull’altra, guardarsi negli occhi e decidere insieme che il ponte si può fare. In mezzo scorre il fiume, come diceva qualcuno, e il fiume è impetuoso, formato da tutto ciò che abbiamo imparato e amato, e dalle sicurezze che ci siamo costruiti. Scuola Radice vuole parlare alle persone, a quelle maestre che attraverso la nostra esperienza forse saranno incoraggiate a portare piccoli cambiamenti nel loro fare quotidiano con i bambini.

Non sarà immediato e non sarà scontato. La classe di Scuola Radice sarà formata da 15 bambini, e purtroppo, nei primi anni non prevediamo iscrizioni di alunni stranieri.
Nella scuola pubblica le classi sono di 25/28 bambini e molti di questi bambini provengono da etnie differenti, una ricchezza che spesso diventa un ostacolo se non si hanno validi sostegni. Come creare un ponte con situazioni di partenza tanto diverse? Attraverso le maestre.
Quando mi capita di fare formazione sui libri e la lettura, o quando la scuola aderisce a progetti più ampi che mi permettono di recarmi nelle singole classi per narrare fiabe, io noto, da una volta all’altra, un cambiamento, come se ascoltare parole coraggiose e vedere approcci diversi, provocasse un cortocircuito.
Non succede sempre: alcune maestre sono disinteressate ai processi, fanno altro mentre io accendo un focolare nella loro sezione. Per queste persone io non posso fare nulla e nessun metodo le salverà; ma laddove la fiamma viene riaccesa, dove il messaggio viene recepito qualcosa succede. Il messaggio che porto credo abbia a che fare con la felicità che scaturisce dal volto dei bambini affascinati dalla bellezza del sapere.
I bambini bevono le fiabe fino all’ultima goccia, chiedono il significato delle parole che non hanno compreso, esplorano, durante l’ora in mia compagnia, bibliografie ricche e variegate; imparano senza sforzo i nomi delle parti di un libro, si interrogano sul proprio sentire e ridono.
Italiano, geografia, storia e perfino la matematica si possono imparare attraverso una fiaba. Non è stupefacente? Uscire dal sentiero conosciuto di qualche passo e s’incontra la vita, piena, vibrante dove tutte le cose sono intrecciate tra loro.

Illustrazione di Felicita Sala

Illustrazione di Felicita Sala

Bisogna stravolgere il proprio metodo per affascinare? Non è necessario.
Molti metodi implicano l’uso di materiali costruiti ad hoc, riorganizzazione degli spazi e classi poco numerose. Nulla vieta che una maestra punti su un metodo che ritiene consono a se stessa, ma sarà sempre la sua preparazione e il suo entusiasmo a fare la differenza. Scuola Radice crede che i metodi siano solo strumenti, forme di pensiero più o meno forti ai quali fare riferimento, studi nati in periodi storici precisi che debbano sempre essere calati nella contemporaneità per essere efficaci. Tolta questa parte rimane la persona, rimane la maestra; e tutto quello che alla maestra occorre è la sua volontà e la sua ispirazione. Allora importerà meno se la classe sarà di quindici bambini, anche se questo fattore implicherà tempistiche differenti, importerà invece venire a contatto con esempi concreti di cambiamento che non prevedono enormi stravolgimenti per essere attuabili.

Scuola Radice sostiene la libertà con la disciplina, l’ispirazione con il metodo, la complessità con la semplicità, i buoni libri con il catalogo della natura, l’amore per il proprio mestiere con una ferrea preparazione. Sono binomi esportabili ovunque. La nostra porta sarà sempre aperta a chi vuole vedere cosa succede a mescolare le carte, a fare nuovi piccoli passi nel quotidiano scolastico.

Bisogna però avere la volontà di portare il cambiamento nella propria vita, lavorativa e non, bisogna prendersi del tempo non pagato per mettere energie in quello che riteniamo giusto, dedicare tempo al futuro.
Questa è l’utopia più forte dietro al progetto di Scuola Radice: credere che le maestre e i maestri abbiano ancora un desiderio di cambiamento da coltivare.

“Un’isola è un’isola solo se la si guarda dal mare” diceva Marco Polo al Kublai Kan ne “Le città invisibili”di Italo Calvino.

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