Se lo puoi raccontare #2: fiabe a scuola

Scritto il 26 maggio 2016 nella sezione Blog

Premessa

Prima di parlarvi della mia esperienza come narratrice di fiabe, vorrei ringraziare dal profondo del cuore due persone che sono state per me di fondamentale importanza nell’avvicinarmi alla fiaba senza leggere da un testo scritto: Monica Morini del Teatro dell’Orsa e Nicoletta Giberti direttrice del Festival della fiaba. La strada come cantastorie si è poi disegnata nella mia vita a modo suo, cercando pensieri nuovi e nuovi propositi, allontanandosi, a volte anche di molto, dalla poetica delle mie maestre; ma ciò non cambia che a Monica e Nicoletta devo senz’altro il coraggio della mia voce. Spero che anche voi lettori possiate trovare la vostra voce e che le mie parole possano esservi in qualche modo d’aiuto.

Non accetto mai di narrare fiabe a scuola se non ho almeno tre incontri a disposizione. Questo perché come narratrice* ciò che più mi preme non è l’atto performativo, ma riuscire a costruire un canale affettivo con chi mi ascolta. Questa è ovviamente la mia poetica e non è necessariamente l’unica possibile. Conosco eccezionali narratori che provenendo dal mondo del teatro, uniscono nel loro raccontare storie o fiabe, l’aspetto più squisitamente drammatico a quello intimo del focolare, riuscendo a incantare anche un pubblico numeroso di bambini.

Illustrazione di Jimmy Liao

Illustrazione di Jimmy Liao

Ho assistito molte volte a narrazioni impeccabili e non di meno fatte con il cuore, ad opera di persone sensibili e preparate, ma per quanto riguarda il mio percorso personale di narratrice non ho mai trovato una vera consonanza tra questa modalità più teatrale e il repertorio fiabesco che sento l’urgenza di tramandare. Il focolare è l’unica dimensione a cui aspiro quando narro, spogliando la mia voce di ogni enfasi per dare suono e colore alle parole della fiaba restando me stessa. Un’operazione di semplificazione che richiede costante vigilanza e cura, una narrazione che impone alla memoria di non fissarsi, ma che, al tempo stesso, esige parole limpide e precise. Narrare nel focolare è per me fonte di piacere e di gioia, guardare negli occhi chi mi ascolta e sentire che il solco narrativo si disegna vivo e vibrante tra me e i bambini, mi permette di instaurare con loro una relazione affettiva profonda. E questo non avviene solo con i più piccoli, seppure spesso molto più disponibili all’incanto, ma anche con gli adulti, a cui le fiabe non devono essere mai negate.

Jimmy Liao 3

Illustrazione di Jimmy Liao

Questo canale affettivo ha bisogno di costanza per lasciare traccia di sé e, anche se tre incontri sono comunque pochi, mi consentono di dare ai bambini il tempo di rielaborare quanto ascoltato e di fare in modo che possano assaporare l’attesa per la fiaba successiva; tre o più appuntamenti mi concedendo il privilegio di ascoltare, dal secondo incontro in poi, le riflessioni dei bambini poiché, sempre, le fiabe provocano nell’ascoltatore attento formidabili incandescenze, fanno riaffiorare ricordi ed esperienze, nutrendo infinite associazioni interdisciplinari e moltissime domande interessanti. Tre incontri mi permettono poi di far toccare con mano alle maestre che mi ospitano nelle loro sezioni, quanto sorprendente sia il potere e il fascino che una narrazione esercita sui bambini, e quanto sia semplice proseguire il percorso iniziato adoperando unicamente la propria voce e il proprio immaginario.
Questo punto è fondamentale: quando narro a scuola quello a cui tengo più di ogni altra cosa è che la fiamma resti viva dopo che io me ne sarò andata, anche se questo purtroppo non capita quasi mai.
“Non c’è tempo” mi dicono o “Non sono capace”.
Ed è preoccupante sapere che spesso lo stesso tempo che non si trova per narrare non lo si trova nemmeno per leggere ad alta voce, e che quel “non

Illustrazione di Jimmy Liao

Illustrazione di Jimmy Liao

sono capace” nasconda a volte una scarsa cultura personale o un’incapacità di relazionarsi in modo nuovo non solo con i propri allievi, ma anche con le diverse materie, fallendo, tra le altre cose, quella interdisciplinarietà a cui tanto aspirano le nuove indicazioni nazionali per il curricolo.
E’ vero che narrare richiede allenamento: bisogna trovare le parole, articolare il pensiero, imparare a vedere prima di enunciare; ma queste capacità – che per alcuni sono innate – si possono senza dubbio coltivare, e risulteranno utili non solo nel raccontare una fiaba, ma in tutte le discipline, perché saper parlare significa incantare, guidare, spronare, incuriosire, tenere l’attenzione…e sappiamo bene quanto ci sia bisogno di incantamento a scuola!

Ecco che allora le storie sono davvero fondamentali, oggi più che mai, perché in pochissimi ormai narrano ai bambini e in pochissimi usano la parola per costruire saperi o ponti di meraviglia. Cosa ce ne facciamo di tutti questi libri concettuali, di tutti questi pseudo albi-manuali sull’amicizia, sulla diversità, sulla gentilezza, sulla interculturalità se poi abbiamo perso le storie? Le storie, le fiabe, i romanzi, i racconti ci parlano di tutto questo senza citare, ci aprono i mille sentieri nel bosco della vita e ci insegnano il valore della parole in tutte le loro sfumature.
Il Re de “L’uccell Belverde” di Italo Calvino non dice “ok” quando deve dare il vinaio in sposo alla sorella maggiore, dice: “Bene, ti sia concesso”. Anche questo insegnano le storie: a parlare, a usare un vocabolario ricco, a trovare sinonimi, a intraprendere strade diverse, a far entrare nelle orecchie buona musica. E insegnano a costruire il pensiero.

Illustrazione di Jimmy Liao

Illustrazione di Jimmy Liao

Una maestra che impara a narrare avrà i suoi studenti in pugno, aprirà per loro le porte del mondo intero, conducendo i suoi alunni verso il prossimo, perché le storie e le fiabe sono vere, come diceva Calvino, e perché educare all’ascolto vuol dire educare all’accoglienza del proprio vissuto e di quello degli altri.
Qualche settimana fa una maestra si è stupita di quanto i suoi allievi si siano aperti con me – e gli uni agli altri – dopo aver ascoltato una fiaba. Questi 25 bambini di quarta elementare ( che a quel che mi dicono sono bravissimi a scuola, ma pessimi nelle relazioni personali…l’avete già sentita questa storia?), prima della nuova fiaba (era la seconda volta che ci vedevamo) mi hanno chiesto di ricantargli la ninna nanna della fiaba precedente, hanno fatto ipotesi sulla lingua di quella melodia, mi hanno raccontato avventure della loro infanzia, spontaneamente e tranquillamente si sono confrontati tra loro e hanno citato film e libri. E tutto questo in dieci minuti, mentre aspettavamo alcuni bambini di ritorno da una gita.
Poter andare a scuola a raccontare fiabe è per me una grande possibilità, ma credo lo sia anche per chi si trova ad inciampare nelle fiabe assistendo a cosa le storie smuovono nei bambini.
E potrei anche raccontarvi cosa succede agli adulti quando decidono di aprirsi alle storie, ma non è questa la sede.

Andare a scuola a raccontare le fiabe mi fa anche stare molto male perché quando i bambini mi corrono incontro abbracciandomi con una foga che sa anche di disperazione, io non li vorrei lasciare mai. Quando io finisco di narrare il loro incantamento chi lo lo prende tra le mani? E non tutte le maestre sono pessime, anzi, ci sono maestre degne di questo nome fino al midollo, ma ne vedo anche troppe che non sanno cogliere la meraviglia dentro quegli occhietti luminosi, meraviglia che chiede solo di essere coltivata un poco ogni giorno. E vorrei ribadire il concetto che non è la mia bravura a produrre quegli abbracci, io sono solo una narratrice di cuore, niente di eccezionale credetemi; sono le fiabe, le storie condivise, quel tempo sospeso trascorso ai bordi della realtà, a creare relazione e affetto, a costruire un luogo in cui è possibile giocare con le parole, giocare con niente, curarsi solo ascoltandosi.

Pensate cosa potrebbe succedere in una classe se fosse la maestra a narrare per i suoi allievi tutti i giorni, o quasi.

Illustrazione di Jimmy Liao

Illustrazione di Jimmy Liao

La voce di una persona cara aggiunge moltissimo valore ad una narrazione e sappiamo bene quanto affetto si possa nutrire per la propria maestra o per il proprio maestro. Per questo motivo al nido non narro mai, nemmeno se ho cinque incontri a disposizione. I bambini molto piccoli devono, a mio avviso, avere una consuetudine con le fiabe mutuata dalla voce di chi conoscono e riconoscono. E’ importantissimo. Come dico sempre durante le mie formazioni non c’è rassicurazione maggiore di una voce, amata e conosciuta, che sta raccontando per noi anche la fiaba più nera.
Ogni parola avrà un altro sapore se la persona che narra per noi è quella che tutti i giorni ci prende tra le braccia, ci veste, ci cura, ci consola, ci rimprovera e gioca e parla con noi. La voce della mamma o della maestra è un porto sicuro, un luogo impalpabile in cui posso rifugiarmi, un filo che posso seguire anche quando mi conduce nel buio della casa della strega. Ma chi sarei io per potermi assicurare la fiducia di quel piccolo pubblico in un incontro di 30/40 minuti ciascuno a cadenza settimanale?
Certo, vengono a trovarmi anche bambini piccolissimi quando apro la “Casetta delle storie” (link) in libreria, ma sono loro a venire nelle mia casa per ascoltarmi tra le braccia della mamma. Tutta un’altra cosa, non credete? Poi la mia voce, in un anno di fiabe diventa consueta, tanto che quando mi è capitato di ospitare a Radice-Labirinto un’altra narratrice molti tra i bambini più piccoli hanno protestato apertamente. Ecco, in quel caso ho avuto la prova che il canale affettivo si è instaurato perfettamente e non importa più quanto io sia brava, importa quanto io sia vera, credibile e sincera. Quando questo ponte è costruito la fiaba può passare dalla mia voce alle loro orecchie più potente che mai.

Illustrazione di Jimmy Liao

Illustrazione di Jimmy Liao

Essere bravi ha poca importanza quando si tratta di narrare, bravi lo possiamo diventare tutti a forza di raccontare; quando si narra bisogna abitare la fiaba, aver voglia di donare una storia, accoccolarsi in un qualsiasi focolare e dare voce al proprio cuore vibrante e a quello altrettanto pulsante della storia.
Il focolare può essere un luogo qualsiasi, siete voi a stabilire i confini dell’incanto attraverso un rito: quando sono scuola è una coperta di panno pesante, in libreria è una fiamma disegnata sulla lavagna, nelle formazioni è il cerchio invisibile della mia intenzione.
Il rito è poi per ognuno diverso: il mio è una storia sempre uguale, di una vecchina che tiene sulle spalle un’altra vecchina che tiene sulle spalle un’altra vecchina ancora, giù giù fino alla fine del mondo, fino alla fine dei tempi; e la prima vecchina laggiù dice “C’era una volta e una volta non c’era” e la sua voce rotola come una palla dorata, su su, di bocca in bocca di cuore in cuore …fino a giungere qui nella mia bocca così che io possa restituirvela.

Potrebbe sembrarvi che questo articolo non abbia collegamento alcuno con quello precedente, ma non è così. Prima però di tirare la somme del mio ragionamento devo raccontarvi ancora alcune cose.
Ci vediamo nel prossimo articolo!

* Quando parlo di narrare non intendo la lettura ad alta voce di un libro o di un albo, ma il raccontare una fiaba o una storia senza avere un testo scritto davanti.

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