Se lo puoi raccontare #3: le fiabe e i bambini sordi

Scritto il 2 giugno 2016 nella sezione Blog

Questo post fa seguito a Se lo puoi raccontare #1 e #2.

Io non ho bisogno di denaro
ho bisogno di sentimenti
di parole, di parole scelte sapientemente,
di fiori detti pensieri,
di rose dette presenze,
di sogni che abitino gli alberi,
di canzoni che facciano danzare le statue.

Alda Merini

 

Illustrazione di Daniela Iride Murgia

Illustrazione di Daniela Iride Murgia

Uno dei maggiori problemi quando sei un bambino sordo in una scuola specializzata è quello di avere poche occasioni significative per poter condividere le materie curricolari con i bambini udenti.
Per evidenti problematiche legate all’uso della lingua scritta e per la difficoltà di leggere il labiale per un’intera ora di lezione, i bambini sordi hanno aule apposite dove studiare e apprendere sia la lingua dei segni (LIS) sia la lingua orale. Una scuola speciale, se da un lato garantisce tutte le ore di insegnamento specializzato e la comunicazione con i pari in LIS, dall’altro crea un gruppo referenziale che tende a chiudersi in sé stesso quando arriva il momento del confronto con i bambini udenti.
Certamente è molto importante che il bambino sordo abbia i suoi momenti di relazione distesa e informale con altri bambini non udenti e che possa comunicare e condividere la sua condizione di sordità vivendola così in maniera positiva. Al tempo stesso però è anche necessario che si confronti con il gruppo di bambini udenti, che riconosca i suoi limiti, ma anche le sue potenzialità. La scuola ha l’opportunità di offrire una reale occasione di crescita che si realizza quando il gruppo degli udenti vive il confronto con il gruppo di bambini sordi. Questo momento costituisce un’esperienza importantissima perché sono soprattutto gli udenti che devono mettere in atto strategie di integrazione. È importante che entrambi prendano consapevolezza dei limiti e delle possibilità dell’altro e di se stessi in vista di una promozione futura di ogni singolo individuo. Solo chi cresce a contatto stretto con la disabilità può capire quali possano essere i suoi limiti e quali le sue potenzialità.

Illustrazione di Daniela Iride Murgia

Illustrazione di Daniela Iride Murgia

Ho avuto la possibilità quest’anno di poter narrare fiabe in una scuola che da molti anni accoglie i bambini sordi. Mi sono subito documentata su cosa comportasse questo genere di disabilità, leggendo più di un testo specialistico e informandomi su quali fossero i risultati degli studi condotti negli ultimi anni. Ho scoperto, per esempio, che non esistono, a livello nazionale, indicazioni comuni e condivise riguardo alla lingua che deve essere usata con i bambini sordi. Ai sordi segnanti, che imparano la LIS precocemente e la sviluppano come lingua nativa, si contrappone un cospicuo gruppo di sordi oralisti, i quali prediligono l’esclusivo utilizzo della lingua orale.
Una possibilità offerta al bambino sordo è quella di far coesistere l’uso della lingua vocale, acquisita attraverso l’impianto cocleare* o la protesi acustica, con l’uso della lingua dei segni. La coesistenza delle due esperienze, benché molto dibattuta, non ostacola lo sviluppo della lingua orale, come gli oralisti spesso puntualizzano, ma favorisce invece lo sviluppo linguistico, comunicativo e cognitivo del bambino. Uno studio condotto su bambini con impianto cocleare, nel quale sono stati confrontati bambini che hanno ricevuto un’educazione esclusivamente oralista e bambini che hanno ricevuto un’educazione bilingue (orale e LIS), ha mostrato che nella fluenza verbale, il gruppo dei bambini bilingui ha ottenuto punteggi notevolmente migliori rispetto al gruppo di bambini oralizzati. L’uso della lingua dei segni, cioè, ha favorito l’accesso lessicale alla lingua orale.

Illustrazione di Daniela Iride Murgia

Illustrazione di Daniela Iride Murgia

Dopo i miei studi, non ho esitato a insistere con la direttrice della scuola affinché anche i bambini sordi potessero assistere alle fiabe.
Così da novembre a maggio, ho incontrato tre sezioni di scuola materna (cinque incontri per ogni sezione) e quattro classi della scuola primaria (alcune per tre incontri e altre per sei), e in tutti gli appuntamenti sono stati presenti dai due agli otto bambini non udenti.
Porterò questa esperienza nel cuore per tutta la vita e nutro la speranza di poterla ripetere negli anni a venire.
Per prima cosa devo dire che ho avuto il privilegio di lavorare, per la maggior parte del tempo, con un’interprete di lingua LIS davvero eccezionale: Francesca non è stata solo la maestra che trasponeva in gesti eloquenti – quasi magici – le mie parole ai bambini, ma una persona capace di immergersi con sensibilità e rispetto nel piccolo repertorio fiabesco da me presentato.
Vassilissa, L’ondina della pescaia, Il ginepro, L’uccello di Fischer, La fanciulla senza mani, Il pescatore e sua moglie, Lo gnomo, Le tre melarance sono solo alcune delle fiabe portate ai bambini della scuola.
Con Francesca al mio fianco mi sono sentita come di fronte a uno specchio magico, come se non fossi più una narratrice sola, ma doppia, come se accanto a me prendesse vita una fiaba diversa sebbene fosse sempre la stessa. E a volte i gesti di Francesca erano così potenti da influenzare parte della narrazione. Il rito iniziale con cui si accende la fiamma del focolare non è stato più solo una sequenza di parole incantate, ma un ripetersi di gesti precisi che davano a quelle parole un ritmo e una forza nuovi, gesti che tutti i bambini hanno presto imparato a ripetere spontaneamente.
Portare le fiabe nella loro oralità ai bambini sordi può sembrare un gesto azzardato, specie se si pensa che parte del messaggio che le fiabe racchiudono sta proprio nel suono delle parole (ne abbiamo parlato qui).

 

Illustrazione di Daniela Iride Murgia

Illustrazione di Daniela Iride Murgia

Cosa fare dunque? Dovete anche pensare che ai bambini sordi è preclusa per lo più la forma scritta di una fiaba: se la scrittura equivale infatti a un trasferimento di codice, nel caso dei bambini sordi, di quale codice linguistico si deve parlare? Sicuramente non si può parlare di lingua dei segni, in quanto non esiste, ad oggi, un codice ampiamente condiviso che equivalga ad una forma di scrittura della LIS. Si può perciò solo parlare di lingua italiana. Leggere un testo significa convertirlo in suono con l’immaginazione, sillaba dopo sillaba, in una lettura lenta o sommaria e frammentata se si parla della lettura veloce tipica delle culture a tecnologia avanzata. Certamente la scrittura non può mai fare a meno dell’oralità.
A questo punto la mia scelta è stata drastica, ovvero ho deciso di non cambiare una virgola rispetto a quando narro nel mio focolare in libreria. Nessuno sforzo in più, niente mimica aumentata (anche perché se si osservano i bambini sordi si noterà che loro non fanno smorfie eccessive né quando parlano tra loro né quando tentano di articolare i suoni con la voce), niente artifici. L’unica accortezza che mi sono imposta è stata quella di rallentare un po’ il ritmo della narrazione (cosa che per altro alle fiabe fa sempre bene), ma non di semplificare né la struttura narratologica, né le parole (nei Grimm come in Calvino le parole sono già di per sé luminose ed essenziali). Non ho nemmeno evitato di portare con me piccoli strumenti musicali da usare all’occorrenza (quasi tutti a percussione: kalimbe, tamburi, xilofoni). Mi sono ripromessa di essere il più vera possibile, di essere me stessa anche di fronte a una disabilità così importante come la sordità.

Illustrazione di Daniela Iride Murgia

Illustrazione di Daniela Iride Murgia

Il risultato di questa scelta è stato che nonostante io fossi semplicemente seduta di fronte ai bambini, udenti e non udenti insieme, i bambini sordi non sapevano se guardare me e o Francesca. Con occhi rapiti, specialmente i bambini della scuola dell’infanzia (i bambini più grandi erano molto più impegnati nel recepire il significato), mi scrutavano con attenzione. La tensione narrativa del gruppo in ascolto ha fatto il resto, tanto che molti bambini sordi durante la Vassilissa o L’uccello strano, si sono addirittura messi a piangere stringendosi ai compagni. Questa è la potenza di una fiaba e la forza che anima un narratore quando la fiaba lo possiede nella sua semplicità, uno spettro invisibile che carica di magia ogni singolo e impercettibile gesto di chi si accinge a raccontare. E questa magia si diffonde tra i presenti seduti intorno all’antica fiamma, capace di gettare meraviglia in ogni angolo, anche negli
anfratti bui e remoti delle orecchie che non possono sentire. Una specie di miracolo che mi ha commosso fino alle lacrime.
E terminata la fiaba, i bambini sordi – ma anche quelli udenti – mi si accalcavano vicini, mi abbracciavano e baciavano, e fissandomi con i loro occhi attenti e profondi mi ripetevano alcuni gesti della fiaba o mi chiedevano di provare gli strumenti usati durante la narrazione. E che gioia compariva sul loro volto (alcuni piangevano dall’emozione) quando sentivano vibrare i tasti delle kalimba! In quei momenti ho avuto l’impressione che tutti i suoni che non avevano potuto sentire durante la fiaba si condensassero in quel piccolo tremolio assorbito dalla mano, facendo sgorgare in loro una quantità tale di emozioni da portarli al pianto.

Illustrazione di Daniela Iride Murgia

Illustrazione di Daniela Iride Murgia

Non c’è mai stata irrequietezza durante le fiabe, mai una fuga. Per circa trenta minuti, tutti i bambini, sordi e no, hanno ascoltato rapiti. Sì, anche i bambini sordi ascoltavano, perché non esiste un altro verbo che possa meglio definire quello che succedeva in quel tempo denso e sospeso. L’ascolto non coinvolge solo la mente, l’ascolto è anche del cuore e me ne accorgo tutte le volte, anche durante le mie formazioni, quando senza preavviso, tra una parola e un’altra, inizio a raccontare una fiaba. Un altro silenzio cala nella sala, i corpi si fermano, si tendono, sono in ascolto. La mente partecipa certo, ma non c’è solo lei perché se così fosse, si continuerebbe a tossire, ad accavallare e scavallare le gambe, a muoversi sulla sedia… gesti piccoli, ma che dicono molto. Raccontano che quando assistiamo ad una conferenza è soprattutto la mente a essere impegnata: il cervello sta cercando di capire, di interiorizzare i concetti, di memorizzare ciò che si sta ascoltando. Il corpo di conseguenza si muove, compensa quella fatica liberando un po’ alla volta, e con discrezione, piccole scariche di energia tutta concentrata altrove. Ma quando io inizio a narrare tutti questi micro movimenti cessano, perché il corpo tutto partecipa alla tensione narrativa. E se questo vale per gli adulti, vale il doppio per i bambini e che siano udenti o meno, a quanto pare, ha poca importanza.

Quali sono dunque i vantaggi di un bambino quando ascolta una fiaba o legge una storia?

Tireremo le fila nel prossimo articolo.

*L’impianto cocleare è un dispositivo elettronico che migliora la percezione uditiva di individui affetti da sordità grave e profonda, trasmettendo il suono direttamente al nervo acustico attraverso la stimolazione elettrica della coclea, bypassando il sistema di cellule cigliate danneggiate. Si compone di una parte interna che viene impiantata chirurgicamente sottocute nella coclea, attivata da un dispositivo esterno posizionato dietro l’orecchio.
Diversi studi hanno messo in luce le qualità positive di questo dispositivo osservando come abbia migliorato notevolmente la qualità della vita e delle abilità linguistiche dei soggetti sordi.

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