Se lo puoi raccontare – un articolo in quattro parti

Scritto il 19 maggio 2016 nella sezione Blog

Premessa

Il seguente articolo, diviso in quattro parti, prende vita dall’intreccio di due riflessioni nate in ambiti diversi: la prima, ovvero la mancanza di storie nell’editoria per bambini, ha già trovato voce in diversi articoli, tra loro complementari, di questo diario; si può dire che tale riflessione sia diventata, giacché ho intrapreso il mestiere di libraia, un nodo fondamentale nel mio rapporto con i libri, nel mio essere formatrice, nel mio pormi in costante osservazione dell’infanzia. La seconda riflessione scaturisce invece dalla lunga frequentazione che quest’anno ho avuto non solo con le fiabe, ma con gli alunni di una scuola d’infanzia e primaria di Carpi, scuola impegnata da oltre 60 anni nell’accogliere, tra gli altri, anche bambini non udenti.

Parte prima: Dove sono le storie?

Quando un lettore entra in libreria e mi chiede di consigliargli un libro, mi accorgo subito se il testo che sto per mostrare possiede o meno una storia: se la sua trama è forte, accattivante e quindi ricordabile, inizio già a narrare il libro mentre mi dirigo verso lo scaffale.

“Alessandro e il topo meccanico narra la storia di un topolino di nome Alessandro che fa amicizia con un topolino giocattolo di nome Pippo. A Pippo vogliono tutti bene, mentre quando Alessandro compare volano piatti e bicchieri, urla e strilli…”

Francesca Dafne VignagaRaggiunto lo scaffale, estraggo l’albo e, non smettendo di raccontare, mostro al lettore le parti del libro per me più significative. Otto volte su dieci, l’albo che si può raccontare viene venduto con successo, mentre l’albo più rarefatto, poetico o sospeso è, per sua stessa natura, più faticoso da proporre perché, contrariamente all’albo narrativo, non lo si può narrare senza averlo sotto mano e anche in quel caso, è necessario leggere il testo o mostrare le figure per far capire di cosa si stia parlando.
Potrà sembrare una banalità, ma oggi sugli scaffali di una libreria sono pochi gli albi che si possono davvero raccontare. Potete fare una prova voi stessi.
E attenzione: deve essere una storia ben fatta! Mi spiego meglio. E’ evidente che di tutti i libri si può dire qualcosa enunciandone i contenuti ancora prima di aprirli.
Qualche settimana fa durante una formazione in un asilo nido nella provincia di Reggio Emilia, una mamma ha obbiettato a queste mie considerazioni portandomi come esempio il suo libro preferito del momento: “Aspetta” di Antoinette Portis, edito da Castoro.
Sono sempre felice quando si apre un confronto durante i miei incontri perché mai come nel dialogo si può dare modo al proprio pensiero di esprimersi, confermarsi o riordinarsi. Dunque a questa mamma ho chiesto di raccontarmi l’albo in questione. Lei ha iniziato dicendo: “C’è una mamma che ha fretta e un bambino che invece si sofferma a guardare le tante cose interessanti lungo il percorso, ma la mamma continua a incitarlo a non perdere tempo, finché davanti all’arcobaleno si fermano tutti e due meravigliati.”
Ho chiesto quindi alla mamma se questa le sembrava una storia e lei, dopo aver esitato, mi ha detto di “no”.
Ed è proprio così: non ci accorgiamo di quanto sia potente o meno una storia finché non la narriamo.

Illustrazione di Francesca Dafne Vignaga

Illustrazione di Francesca Dafne Vignaga

Se si provasse a raccontare “Aspetta” ad un bambino senza avere il libro davanti, credo, a meno di non essere abilissimi narratori-inventori, che il poverino si annoierebbe moltissimo. Diverso è invece mostrargli l’albo nel suo insieme, fargli vedere le illustrazioni, lasciare che la storia si dipani attraverso gli occhi più che attraverso le orecchie. “Aspetta” è senza alcun dubbio un albo illustrato, un prodotto editoriale cioè dove immagini, parole e segno grafico stanno in equilibrio tra loro.
Quello che tuttavia mi chiedo è se sia possibile che quasi tutti gli albi, negli ultimi anni, siano giocati su questa rarefazione escludendo o lasciando, di conseguenza, poco spazio alle storie.

Si potrebbe discutere ore e ore su cosa sia una storia, ma penso di aver delineato con semplicità di cosa io intenda parlare in questo articolo che, certamente, susciterà nei miei lettori reazioni contrastanti. E non fraintendetemi: amo molti gli albi di poesia, e tra i miei albi preferiti ce ne sono alcuni di stampo squisitamente concettuale come “Se vuoi vedere una balena” di Erin Stead e Joe Fogliano (Babalibri) o “A che pensi” di Laurent Moreau (Orecchio acerbo) e numerosi libri senza parole (a cui ho dedicato un ampia analisi qui).

 

Illustrazione di Francesca Dafne Vignaga

Illustrazione di Francesca Dafne Vignaga

Trovo che oggi, escludendo i libri per bambini dai sei anni in avanti, ci sia un grande bisogno di tornare al libro illustrato, ovvero a quel prodotto editoriale dove si possa seguire una storia senza l’ausilio delle figure che, seppur presenti e bellissime, non penalizzino necessariamente una struttura narrativa complessa ed efficace di per sé (penso anche ad albi narrativi riuscitissimi come il già citato “Alessandro e il topo meccanico” o Lindbergh di Torben Khulmann uscito nel 2014 per Orecchio acerbo).
L’albo illustrato, nella sua lievità e brevità, può sicuramente raccontare una storia, e “Il meraviglioso Cicciapelliccia” di Beatrice Alemagna edito da Topittori ne è un felice esempio; e credetemi, non è mai un caso se l’albo che puoi raccontare vende molto di più di un albo descrittivo o concettuale; sia Cicciapelliccia che Lindbergh sono due successi indiscussi di Radice-Labirinto.
Può essere l’albo illustrato un prodotto editoriale che riesca nuovamente a coniugare parole e immagini seguendo il solco di una storia? Oppure: si può auspicare ad un ritorno del libro illustrato?

Le storie piacciono perché si possono raccontare, sarà banale, ma è così.

Illustrazione di Francesca Dafne Vignaga

Illustrazione di Francesca Dafne Vignaga

Moltissimi albi concettuali si vendono oggi perché entrano nelle bibliografie delle maestre quando queste devono lavorare su temi specifici (e su questo nuovo uso pedagogico del libro per bambini abbiamo già discusso qui), oppure perché attraggono l’adulto innamorato delle illustrazioni a prescindere dalla storia o perché la maggior parte degli albi ammicca ad una determinata visione d’infanzia, fatta di tenerezze, messaggi edificanti e immagini piene di romanticismo. E anche qui specifico: è vero, l’albo illustrato non ha un pubblico di riferimento preciso, lo possono leggere sia gli adulti che i bambini indiscriminatamente – e per fortuna! – ma è indubbio che l’albo concettuale, rarefatto e “a tema”, attrae molto più il lettore adulto che quello bambino (vi basta trascorrere una settimana in libreria per verificare le mie parole), mentre il lettore bambino se potesse scegliere, sono quasi certa vorrebbe le storie; anzi, sono convinta che il bambino abbia proprio bisogno di storie.
E lo so che tutti sono stanchi di questo dibattito sterile volto ad identificare una fascia d’età per i libri o a decidere una volta per tutte se l’albo o il libro di un certo tipo sia per adulti o per bambini. E’ vero, siamo stanchi*, ma ritengo pure che dietro a molti degli interlocutori pronti a scagliarsi contro ad un simile dibattito si celi anche molta ipocrisia, l’ipocrisia di chi non sa più scrivere storie o non sa più cosa sia un bambino (o non se lo è mai chiesto). Il bambino è senza dubbio un complicato mistero, un essere mutevole ancorato alla sua contemporaneità quanto una tellina allo scoglio, che con il suo sguardo aperto ci disarma da ogni preconcetto, ma che pure conserva esigenze precise per poter costruire il suo mondo, prima fra tutte quella di avere delle storie.

Perché? Prima di rispondere a questa domanda vi vorrei raccontare la mia esperienza di narratrice a scuola.
Al prossimo articolo!

*Vorrei, se posso, ricordare che come libraia sono la prima a non credere alle fasce d’età (ne ho parlato qui), ma non posso nemmeno negare che esistono dei parametri di buon senso da tenere in considerazione quando si consiglia un libro ad un bambino. Certamente approfondirò l’argomento in un prossimo articolo perché il tema mi sta molto a cuore.

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