Sul giocattolo #2

Scritto il 6 maggio 2013 nella sezione Blog

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Come mai in Italia non è così facile reperire un giocattolo diverso da quello promosso dalla pubblicità?
Per rispondere a questa domanda dobbiamo legare al termine gioco quello di tradizione.
Non è un caso se in Italia i termini gioco e giocattolo siano vocaboli usati, erroneamente, per indicare la stessa cosa.

L’Italia, contrariamente ad altri stati europei, non vanta una lunga tradizione manifatturiera del giocattolo.
Le prime case produttrici che si occupavano di giocattolo con produzioni su larga scala, si avviarono sul nostro territorio solo negli anni venti del novecento ed ebbero il loro momento di maggior successo dopo la prima guerra mondiale quando le importazione dalla Germania furono proibite e la Francia cessò la propria produzione. Camion dei pompieri IngapAd avvantaggiare in quegli anni la nascita di piccole fabbriche italiane fu anche la possibilità di produrre giocattoli a partire da materiali diversi dal legno: l’alluminio era stato impiegato nell’industria del giocattolo a partire dalla fine del 1800. Case come la Ingap e la VIPA si specializzarono nella costruzione di piccoli veicoli, nel modellismo e nei telefoni giocattolo.
Tuttavia i loro destino fu breve, esse infatti chiusero i battenti subito dopo la seconda guerra mondiale o al più negli anni ottanta, quando l’avvento della plastica decretò il successo delle grandi case americane e asiatiche che, a tutt’oggi, invadono il mercato globale, e l’immaginario collettivo, con giocattoli in serie o legati a programmi televisivi.
Il giocattolo in legno nello specifico, in Italia, vanta una sua piccola tradizione nell’ambito del teatro di figura e in particolare nell’artigianato toscano con la produzione di burattini. Forse tutti abbiamo avuto, o ricordiamo, il pinocchio di legno con l’abitino smaltato di rosso, diventato, insieme ad altri oggetti e piatti tipici, uno stereotipo del nostro paese.
L’Italia, come l’Irlanda e la Spagna, non ha mai orientato il suo artigianato ad una produzione del giocattolo come oggetto manifatturiero di pregio o da esportazione.
Quando pensiamo al giocattolo non pensiamo a nulla di realmente legato alla nostra tradizione e la prima cosa che forse ci verrebbe da dire, se interrogati a tal proposito, è che i nostri nonni hanno sempre giocato con poco, con giocattoli di fortuna costruiti a partire da materiali poveri e di riuso. Ci vengono in mente cerchioni di bicicletta, fili di ferro e tappi di sughero, tutti oggetti sufficienti per inventare bambole, soldatini, animali e tanto altro ancora.
Giocattolo e gioco, in Italia, non condividono solo la stessa radice etimologica, ma anche un principio di fondo basato su un gioco fatto di “niente”, dove oggetto e funzione sono intercambiabili proprio perché spartiscono una mancanza colmata dalla logica dell’invenzione e condividono una sorta di leggerezza che è propria dell’immaginazione.

Oggi, in molte delle nostre scuole per l’infanzia, trovano posto progetti che hanno come scopo quello di riportare tra le mani dei bambini un giocattolo fatto con poco, iniziative che vedono nonni e bisnonni partecipare con entusiasmo e commozione.
Si può parlare quindi in questo senso di tradizione? I nostri bambini custodiranno questa competenza manuale avendo a disposizione gli stessi materiali? Ne sentiranno la necessità? Forse il giocattolo povero così come il gioco di strada sono prerogative insite in ogni società umana di qualunque tempo e cultura, ed è forse nel cuore dell’infanzia che è custodito il segreto di una tradizione comune a tutti i popoli.

La tradizione dei “giochi di strada” invece appartiene sicuramente al nostro paese. Purtroppo l’aumento del traffico cittadino, la presenza prepotente dell’intrattenimento televisivo e, non ultimo, un assillante principio di sicurezza che assedia l’infanzia e ne mina alla radice la libertà di espressione, hanno fatto sì che la memoria di molti di questi giochi venisse dimenticata. Il gioco di movimento è stato per lo più delegato alle varie discipline sportive, attività sicuramente più sicure, che riempiono l’agenda dei nostri bambini. Tuttavia il gioco di strada e quello selvatico dei campi e dei prati, si caratterizza per la sua spontaneità e libertà, mentre il movimento sportivo, per quanto salutare, è rigido e ingabbiato: non si può certo fare equitazione o giocare a calcio improvvisando movimenti fuori dalle regole! Il gioco all’aria aperta invece, in modo del tutto naturale, centra il bambino con il suo corpo, gli permette di sperimentare piccoli gesti sapienti che sono imprescindibili per un corretto sviluppo sia fisico che psicologico.

Tornando alla storia del giocattolo dobbiamo però dire che nelle stanze dei balocchi delle famiglie italiane più facoltose, non mancavano di certo cavalli a dondolo, bambole con vestitini preziosi e orsacchiotti di pezza. Questi giocattoli provenivano quasi tutti dal centro Europa e in particolare dall’alta Baviera, dove, fin dal 1500, si sono prodotti giocattoli di finissima fattura.

soldatiniE’ infatti la Germania la nazione che vanta, in Europa, una delle più lunghe e fiorenti tradizioni manifatturiere del giocattolo. Molte città della Baviera, regione ricca di foreste, e soprattutto Norimberga (che ancora oggi ospita la fiera del giocattolo più grande del mondo) hanno fatto del legno la materia prima con cui fabbricare i balocchi per intrattenere, dal medioevo in poi, tutti i bambini del bacino europeo. Per tutto il Rinascimento e fino al XVIII secolo furono le corporazioni della Germania a dominare il mercato dei giocattoli, con articoli spesso complessi e di ottima qualità. Sono di questi anni i primi cavalli a dondolo, le case per le bambole, i soldatini di metallo.
In seguito, agli anni di rigogliosa e innovativa produzione commerciale, arrivò il clima di austerità imposto dalla Controriforma la cui influenza si fece sentire anche nel settore del giocattolo, riducendo notevolmente il repertorio dei balocchi a disposizione dei bambini al fine di eliminare tutto ciò che potesse distrarre da una “sana” condotta morale. Tra i giocattoli delle colonie puritane in America, l’Arca di Noè, ad esempio, era uno dei privilegiati.
arca di noè
Nonostante tutto, all’inizio dell’Ottocento la produzione di giocattoli rappresentava ormai un’importante attività imprenditoriale in molti paesi. Da fabbriche di piccole e medie dimensioni uscivano oggetti molto ricercati, come case per bambole progettate da veri architetti, e articoli di valore più modesto, come i giochi venduti dagli ambulanti alle fiere di paese. Accanto al legno cominciarono a essere usati su larga scala anche latta e altri tipi di metallo.
La Germania rimase il principale centro di produzione, al quale si affiancarono via via Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti.

Agli inizi del ’900 con la fondazione della Società Antroposofica (1913), Rudolf Steiner (1861-1925) diede un nuovo impulso al mercato del giocattolo tedesco.
Come era già accaduto per il connazionale Frobel, anche per Steiner il gioco assumeva una funzione fondamentale nella vita di un bambino. A differenza del pensiero frobeliano, importante per aver inaugurato un nuovo approccio al pensiero infantile, ma che rimase relegato in ambiti specifici, l’antroposofia, ovvero la scienza dello spirito, ebbe durante tutto il novecento (e ancora oggi) una grande eco non solo in Germania, ma in tutta Europa.
Per Steiner

il gioco è una attività di apprendimento in cui si scopre la cooperazione, il rischio e la creatività come pure le leggi della fisica e della struttura del mondo. Promuove lo sviluppo cognitivo e cinetico e aumenta la nostra capacità di risolvere i problemi, la nostra sensibilità estetica e le nostre competenze linguistiche, ci insegna a canalizzare le nostre frustrazioni e gioie e rafforza la nostra volontà e determinazione, ci aiuta per conoscere la nostra personalità e senso di empatia per gli altri. Il gioco combina la mano, testa e cuore ed è fondamentale per tutti noi e, anche se il suo ruolo è destinato a cambiare con la maturazione, non abbandona mai completamente la nostra vita.
( Da “Jeux d’eveil pour votre enfant. Le savoir faire Steiner-Waldorf pour les enfants” di Christopher Clouder e di Janni Nicol. Le Courrier du Livre. 2009).

bamboline steinerIl giocattolo steineriano è un oggetto poco complesso, quasi destrutturato, in cui è l’immaginazione ad essere la vera protagonista. E’ ciò che manca, più di quello che c’è, ad essere fondamentale. Il bambino è così stimolato a sviluppare giochi in cui la sua capacità creativa sia sostenuta e stimolata. Le bambole steineriane, per esempio, non hanno tratti del volto definiti, in modo che il bambino possa proiettare su di esse l’umore del momento.
I materiali usati sono per lo più stoffa e legno e i colori impiegati sono quelli dell’iride declinati in tonalità pastello.
Molta importanza è data al gioco all’aria aperta e quindi ai giocattoli che possono renderlo interessante: secchielli, corde per arrampicarsi, ma anche piccoli strumenti di falegnameria, quali martello e chiodi, o per attività di giardinaggio.
All’interno, l’arredo degli ambienti dedicati al bambino, deve ricreare situazioni familiari in cui il gioco imitativo venga favorito e incoraggiato: piccole cucine con tegami veri, tende per creare rifugi segreti o banchi del mercato, piccoli telai su cui cucire, sono giocattoli sempre presenti in ogni buon catalogo steineriano che si rispetti.
Il gioco di fantasia è sostenuto anche da piccole statuine di legno che rappresentano i protagonisti delle fiabe più amate, animali domestici ed esotici, personaggi della vita agreste ed elementi paesaggistici non troppo strutturati quali ponti, fiumi di nastri colorati, e legnetti di varie forme e misure.
Il richiamo ai cicli della natura e, più generale ai cicli vitali, è fortemente legato all’idea che sta alla base del giocattolo steineriano, connotato anche da una spiritualità dolce e immanente che permea la vita di ogni essere vivente. Traendo spunto dall’antroposofia, il giocattolo di ispirazione steineriana occupa oggi molta parte del mercato tedesco, offrendo a tutti i bambini la possibilità di attingere ad un repertorio dove sono l’immaginazione, la poesia e la delicatezza ad accompagnare i loro giochi.

L’Italia si sta sempre più orientando verso giocattoli di questo tipo e sul suo territorio nascono piccole botteghe che vendono e promuovono uno sguardo diverso sull’infanzia proprio a partire dal giocattolo, incoraggiando anche maestre e genitori a riscoprire un modo nuovo per stare insieme ai propri bambini.
Anche se non potremmo aspettarci, almeno in tempi brevi, la nascita di una produzione industriale sul nostro territorio, siamo felici di gettare uno sguardo curioso e attento oltre le Alpi, per attingere come nei secoli scorsi, ad un bacino ricco di cultura e tradizione, in fatto di giocattoli, come quello tedesco e francese.

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