Un’intervista a Silvia Molinari

Scritto il 3 febbraio 2014 nella sezione Il giardino degli illustratori and In evidenza

Carissima Silvia,
siamo molto felici di inaugurare con te questa nuova sezione del nostro sito “Il giardino degli illustratori”.
Ci piace l’idea di tracciare il primo sentiero di questo giardino segreto con un’intervista ad una pittrice che non è ancora un’illustratrice.
Dove vorresti sederti per parlare per un po’ con noi? Qual è la parte del giardino che più preferisci?

Sceglierei una panchina di pietra con la seduta morbida di muschio, persa tra i bagolari, gambe al sole e testa all’ombra.
La parte prediletta di un giardino… in genere, gli spazi di prato libero, dove poter toccare con le piante dei piedi l’erba fresca e magari sdraiarsi un po’, con l’ombra di un albero a far compagnia e le spalle coperte da una bassa bordura.

bosco
Dicevamo che non sei ancora un’illustratrice, ma una pittrice affermata; quale pensi possa essere la differenza tra queste due professioni, se a tuo avviso ve ne sono? Ti piacerebbe essere un’illustratrice in futuro? Hai qualche progetto nel cassetto?

Hai ragione, di fatto sino ad ora ho lavorato molto poco come illustratrice, attraverso collaborazioni saltuarie anche se molto interessanti e stimolanti.
Da neofita, direi che la differenza sostanziale tra le due professioni riguarda lo scopo cui è finalizzata la ricerca creativa: l’illustrazione ha quasi sempre un pubblico -oltre ad un’idea- di riferimento ben definito ed il lavoro si sviluppa in continuo dialogo con questo. E’ spesso cioè un lavoro a quattro mani in cui le battute vuote dell’interlocutore hanno grande valore e muovono percorsi pittorici.
La pittura è invece più comunemente accostabile ad un monologo, un discorso personalissimo, intellettuale e tecnico, che l’artista porta avanti con se stesso per tutta la vita. Si potrebbe dire che, in genere, l’illustratore sceglie il proprio pubblico, mentre è il pubblico a scegliere l’artista.
Per quanto riguarda i progetti, sono effettivamente in via di realizzazione alcuni idee editoriali che mi vedono impegnata nel ruolo di illustratrice per l’infanzia. Per la prima volta, sto lavorando non solo su illustrazioni botaniche, ma anche su immagini vicine alla mia poetica visiva. E’ un impegno nuovo che sta rendendo il mio approccio pittorico meno rigido, più duttile e dialogante.
Come artista “pura”, spero invece di tornare presto ad esporre in America (alcune mie opere sono tuttora presenti in una splendida galleria nello Utah, la J GO Gallery di Park City). Inoltre, stiamo lavorando per una personale nel Sud Italia… vedremo!

Come ormai i nostri lettori sapranno c’è un legame profondo tra i tuoi acquerelli e Radice-Labirinto, un’affinità elettiva direi.
La tua poetica è così affine al nostro sentire che sarebbe difficile immaginare la nostra libreria senza le tue betulle, i tuoi ricami di foglie, i tuoi cesti di more e bacche.
Osservando i tuoi acquerelli ci si ritrova a pensare ad una passeggiata ai margini di un campo, al profumo selvatico dell’erba, alla meravigliosa semplicità dei fiori spontanei. Cosa ti spinge a dipingere la natura più umile?

Essendo nata e cresciuta in campagna, la distinzione tra erbe ha per me sempre riguardato solo la stagionalità, mentre le altre sono definizioni formali che ho acquisito nel tempo.
Mi sono accorta che alcune mie predilezioni estetiche, l’amore per certe tonalità, per petali di carta velina e fusti ondeggianti corrispondevano all’identità antica e potente delle piante in questione. La “natura più umile”, come tu l’hai definita, è spesso la più fragile e tenace ad un tempo, in tutte le sue forme: qualcosa di prezioso, insomma. Ed in fondo contiene tutto ciò che vorrei comunicare con i miei lavori: tenacia, pulizia, leggerezza, profondità, poesia.
Mi è naturale riprenderla a matita ed acquerello, interessantissimo è osservarla e studiarla.

soffione

Per qualche ragione ho sempre pensato che l’arte sia un seme portato dal vento in grado di germogliare laddove vi è cura e buona terra. E’ vero che esiste il talento, ma l’arte richiede molto di più: una visione e un’infanzia, non importa se felice o infelice.
Cosa vuol dire per te dipingere? C’è un’immagine con la quale descriveresti la tua infanzia?

Condivido in pieno la tua visione. Nel mio specifico caso, dipingere è un atto di ricerca, un’indagine in cui lo strumento (la matita, il pennello) è mezzo e fine ad un tempo. Non c’è catarsi, non mi abbandono alla pittura. Ho bisogno di sapere, almeno a grandi linee, dove sto andando e come ci sto arrivando. La scelta della carta, il suo studio, la sua risposta alla matita e poi al pennello, la composizione del colore e ancora prima della struttura dell’opera… è un mestiere che richiede disciplina e che mi dona stabilità, fatto di piccoli gesti e di lenti avanzamenti.
Un’immagine per la mia infanzia: io sul sellino posteriore della bicicletta di mia nonna, sento il crepitìo della carta di giornale che mi mette tra il maglione e la giacca per tenermi ancora più al caldo, mentre mi stringo alla sua schiena in un pomeriggio breve di gennaio.

Sappiamo che ti piace molto la fotografia e che per altro ti riesce particolarmente bene anche se la pratichi a livello dilettantesco – ma d’altra parte come dubitare che un occhio allenato alla composizione non sappia cogliere gli attimi più significativi di un paesaggio in movimento? Spesso ti piace documentare la vita del giardino intorno a casa tua, che tu definisci “confuso”. Cosa ti affascina di un giardino e quale tra i tanti tipi di giardino è quello che ti corrisponde di più?

Il giardino è la parte più intima di una casa. E’ un luogo dove le pesantezze di una giornata si sollevano, che induce al respiro regolare, al silenzio, alla fatica fisica; vi si può camminare, lavorare, giocare, mangiare, leggere, chiacchierare, dormire… quale altro luogo permette tutte queste attività? E’ lo spazio più libero che conosco.
Ed è un rivelatore eccezionale delle persone che lo vivono, di quanto sono in sintonia con il mondo vegetale e di quanto invece (la maggior parte, ahimé) lo considerano un luogo di rappresentanza quanto il proprio salotto, indifferenti alla poesia che un luogo vivo esprime, alla sua forza. Cespugli di begonie come cuscini di velluto, rose dallo stelo lungo come candelieri Baccarat, piante ridotte al solo ruolo estetico, forzate nelle potature, nella collocazione, nella scelta stessa delle specie, vittime di abitanti poco ricettivi alla poesia e al buon senso ma attentissimi alle mode. C’è stata quella del giardino roccioso, con muschi e fiori d’alpeggio nella bassa padana, in genere collocati su prati inclinati impossibili da vivere; poi quella del giardino nostalgico, che desiderava ricreare la magia del giardino all’italiana con sfere di bosso sparse ovunque, a caso; ultimamente c’è l’agghiacciante giardino provenzale, uno dei più pericolosi dove, nel segno della libertà stilistica, si mischia di tutto senza criterio, lasciando le piante a soffocarsi vicendevolmente. Ho visto lavande ai piedi di cedri del libano, ellebori affiancati a graminacee, buganvillee in corti emiliane, prati verdissimi nella calura della bassa padana che richiedono tonnellate d’acqua giornaliera per mantenersi tali.
Insomma, ho visto l’arroganza umana. Ma anche fiori di vetro sul davanzale di una casa senza giardino, e prati spelacchiati calpestati da bambini urlanti in corsa a chi fa prima ad un grande gelso; ho visto orti, pratoline e ed erbacce risparmiate al razionalismo di ritorno. Ho visto il potere di una semplice pianticina comprata al banco del mercato.

dicembre

Il giardino che mi corrisponde di più… è in sintonia con lo spazio circostante, con le caratteristiche morfologiche e climatiche in cui nasce. Un giardino in armonia con il suo tempo.
Quello che ho la fortuna di vivere ora è uno spazio che ho inventato dal nulla, in piena campagna. Piuttosto piccino, ma che circonda quasi tutta la casa con macchie basse di rose rifiorenti (ora deliziosamente punteggiate da cinorridi), graminacee miste a gruppi di verbene bonariensis, un biancospino, un melograno, un carpino nato spontaneamente due anni fa e già altissimo e ombroso, sempreverdi aromatiche, ma anche dei rustici iris, un fico addossato al muro di un vecchio pollaio e poi tante nigelle, fiordalisi, papaveri, cosmos, delphinium che ogni anno ricompaiono tra la ghiaia. Come tu stessa hai ricordato, è un giardino “confuso”, mosso e leggero, aperto sulla campagna che lo circonda, amato da uccelli ghiotti di bacche di biancospino e dai gatti che s’addormentano sotto le fronde morbide dei carex, composto da piante rustiche e duttili. E’ un giardino dove molto ho sbagliato, ma che il più delle volte ha perdonato i miei errori. L’acquerello è molto meno tollerante.

Per concludere. C’è un libro per l’infanzia che ti piace particolarmente?

“Disegnare un fiore” di Marielle Muheim, facente parte di una collana diretta da Bruno Munari per Zanichelli. Bellissimo. Me lo regalò mia madre quando avevo sei anni.
E poi, per il gusto dell’anarchia, ne nomino qualcun altro: “Favole al telefono”, di Gianni Rodari; “Betta sa andare in bicicletta”, di Astrid Lindgren e Ilon Wikland; “L’approdo”, di Shaun Tan; “Leo e Lia”, di Laura Orvieto e con illustrazioni di Vanna Vinci.
Molti di questi testi mi sono stati presentati proprio da voi, cari Radice-Labirinto.

Lasciamo Silvia Molinari appoggiata al tronco di un grande bagolaro, le gambe al sole e la testa all’ombra. La scorza liscia e al tempo stesso coriacea del bagolaro ci sembra assomigliare molto a questa giovane artista dal temperamento tenace, capace tuttavia di ristorarci nella fresca trasparenza dei suoi acquerelli.

Grazie per essere stata con noi in questo giardino.

Acquerelli di Silvia Molinari | www.silviamolinari.it
Foto di Ilaria Oppimitti

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