Vizi e pregiudizi #2 | L’importanza delle parole

Scritto il 11 febbraio 2016 nella sezione Blog

Questo post fa seguito a Vizi e pregiudizi #1.

Fiabe d'incantesimi Italo CalvinoUn altro forte deterrente nella scelta di un regalo per un bambino dai 6 agli 8 anni è il numero delle pagine. Dopo aver superato l’ostacolo della lettura autonoma e aver deciso che il libro può ancora essere letto insieme ad un adulto, si presenta l’ostacolo del “libro lungo”. Questo è un punto focale perché qui la lotta o si vince o si perde e non si fanno prigionieri.
Da buona lettrice so che ciò che fa la differenza non è il numero delle pagine, ma la vicenda narrata, come viene narrata, i contenuti che veicola e lo stile della scrittura.
Il problema del numero delle pagine, insieme a quello della mancanza di illustrazioni, si pone anche con i lettori al di sotto dei 6 anni (e qui la battaglia è ancora più dura); entrambi questi aspetti sono inestricabilmente legati tra loro e qui di seguito vorrei provare ad illustrarvi perché ritengo di fondamentale importanza riavvicinare i bambini alla bellezza delle parole.

Questione d’orecchio

Per quanto io sostenga la bellezza dell’albo illustrato e allestisca Radice-Labirinto con una ricca e curata selezione di albi anche stranieri, sono sempre più convinta che questo linguaggio iconico e testuale debba essere integrato, fin dai primi mesi di vita, con la lettura di libri composti da sole parole.
Si tende a dire che nella nostra contemporaneità il linguaggio visivo predomini sul linguaggio scritto, ma questo non è del tutto corretto: la scrittura è un segno che va interpretato correttamente per essere inteso. La scrittura, o meglio, i segni della scrittura rientrano a tutti gli effetti nella categoria iconica e sono indispensabili per prendere coscienza dei messaggi che un testo veicola.
Quello che oggi predomina è la stupefacente fusione tra segni e immagini e, in questo senso, l’albo illustrato è perfettamente in linea con il suo tempo. Siamo diventati abili, come esseri narranti, a prendere possesso delle immagini che ci vengono proposte, ma contrariamente a quanto avveniva in passato – e penso, per esempio, all’uso della simbologia iconica nei dipinti medievali e rinascimentali – non ne siamo quasi mai consapevoli; non sappiamo dire perché un’immagine risulti più efficace di un’altra o perché una ci attrae e un’altra ci respinge. In una società come la nostra risultiamo essere, più che degli analfabeti iconici, degli idiots savants, ovvero non sappiamo di sapere.

Tolstoy Racconti per bambiniUn esempio lampante di questa schizofrenia è data dalla diffidenza che molti adulti hanno verso i libri senza parole. Il motivo di questa riluttanza a leggere le figure senza l’aiuto di un testo scritto sta da un lato nell’incapacità di approcciarsi con consapevolezza alle immagini, e dall’altro dalla convinzione che l’oggetto libro, per definirsi tale, debba possedere parole, ovvero segni grafici che se correttamente interpretati, possano confermarci ciò che le immagini stanno raccontando. Senza le parole l’adulto si sente perduto; egli, contrariamente al bambino, ha bisogno di ancore di testo per non andare alla deriva nel grande mare delle figure, quello stesso mare in cui, ahimè, naufraga continuamente quando si tratta di schermi televisivi e messaggi pubblicitari.
Ma attenzione: molto spesso laddove crediamo di essere solo in balia delle immagini, stiamo in verità anche ascoltando una voce narrante o leggendo un testo scritto, che se pur breve – può essere formato da una sola parola – è fondamentale per orientare la comprensione di quanto stiamo vedendo.
Quest’ultimo punto è di estrema importanza perché quando si tratta di scegliere un libro per un bambino sotto i sei anni, le parole perdono quasi totalmente la loro centralità nonostante – e questo è il paradosso – l’adulto non possa farne a meno quando si tratta di comprendere la realtà, e nonostante i bambini siano immersi fin dai primi mesi in un mondo non solo di immagini, ma anche di suoni e parole.
Luigi Dal Cin Nel bosco della Baba JagaNegli ultimi quindici anni il libro per eccellenza adatto ai bambini in età prescolare è diventato quello con le illustrazioni, come se la storia che il testo veicola finisse in secondo piano o non dovesse aderire a canoni altrettanto precisi di comprensibilità, bellezza ed equilibrio narrativo.
L’albo illustrato è diventato il prodotto editoriale perfetto per la nostra contemporaneità perché nel suo equilibrio di immagini, parole e segno grafico (non dimentichiamocelo) rassicura l’adulto con testi semplici e a volte scarni, portando – e questo è un vero peccato – a prestare poca importanza ai meccanismi narratologici che se ben orchestrati fanno di una storia una bella storia.
Per meccanismi narratologici intendo non solo l’efficacia del quid narrativo e il senso della storia, ma anche la qualità della scrittura, cioè l’uso di vocaboli appropriati e una costruzione sintattica eccellente.

Più ci allontaniamo dalla parola, più perdiamo coscienza del nostro riconoscerci non solo come esseri narranti, ma, per usare le parole di Daniel Pennac, di esseri mitologici, ovvero creature bisognose di storie, di miti e di metafore.
Solo ridando valore alla parola, sia scritta che narrata, potremmo rieducare il nostro orecchio a riconoscere la bellezza e le radici profonde dei nostri sentimenti. Si tratta a mio avviso non di ricominciare tutto da capo, ma di sfatare questa dipendenza dalle immagini anche quando si tratta di bambini piccoli o molto piccoli.
Linda Newbery Un amico segreto in giardinoNon fraintendetemi: riconosco alle illustrazioni d’autore un grande valore sia narrativo che estetico, ma mi piacerebbe che anche alle parole fosse riconosciuta la stessa importanza. Ritengo che oggi educare l’orecchio sia fondamentale quanto educare l’occhio – anch’esso in grande difficoltà quando si tratta di uscire dalla stereotipia delle immagini “per bambini”; tuttavia, mentre negli ultimi anni per l’occhio ci si sta prodigando moltissimo, anche grazie al successo dell’albo illustrato, all’orecchio si presta pochissima attenzione.
Penso che educare l’orecchio in questi tempi di pericolose discriminazioni sia di fondamentale importanza: l’orecchio è molto meno giudicante dell’occhio, meno malleabile; l’orecchio, se ben allenato, ascolta e accoglie, e sa riconoscere la bellezza autentica di un cuore; l’orecchio conduce alla musica che è espressione profonda dell’anima, ma non dimentichiamo che la musica, insieme all’arte, è la cenerentola della scuola italiana.

Tre albi a confronto

Ora vorrei riportarvi la frase d’inizio di tre albi illustrati per cercare di dare una dimostrazione pratica di quello che intendo quando parlo di saper riconoscere la bellezza della parola.

L’ albo illustrato “Chi vuole un abbraccio” di Prezmyslaw Wechterowicz ed Emilia Dziubak, tradotto da Aneta Kobylanska ed edito dalla Sinnos inizia così:

E’ una bella giornata di primavera e il sole si sta ancora spazzolando i denti.

L’albo illustrato “Mentre tutti dormono” di Astrid Lindgren con le illustrazioni di Kitty Crowther, tradotto da Roberta Colonna Dahlman ed edito da Il gioco di leggere inizia così:

E’ notte. Tutti dormono nella vecchia fattoria in mezzo al bosco.

L’albo illustrato “Nel paese dei mostri selvaggi” di Maurice Sendak, tradotto da Antonio Porta ed edito da Babalibri inizia così:

Quella sera Max si mise il costume da lupo e ne combinò di tutti i colori.

Questi tre albi si aprono con una connotazione temporale: è una bella giornata di primavera, è notte, quella sera.
Ma il primo albo non si accontenta di segnalarci che è una bella giornata è che è primavera, ci dice pure che il sole si sta ancora spazzolando i denti. E io mi domando perché mai l’autrice sente questa esigenza di ampliare il suo testo con una frase che nulla avrà poi a che vedere con la storia raccontata nel libro?
Sarebbe stato molto più efficace dire: E’ una bella giornata di Primavera. Punto.
La concessione all’immagine del sole che si lava i denti toglie e sporca tutta l’efficacia alla parola, densa e profumata, Primavera.

Mentre tutti dormono Astrid LindgrenPrendete ora il testo di Astrid Lindgren:
E’ notte. Tutti dormono nelle vecchia fattoria in mezzo al bosco.
Il punto dopo la frase E’ notte dilata il tempo della visione, ci costringe a fare una pausa, a prendere un respiro prima di concentrarci sulla frase successiva. Il silenzio di quel punto introduce il Tutti dormono e la sensazione di quiete data dall’immagine della casa in mezzo al bosco.
Immaginate se Astrid Lindgren avesse scritto:
E’ notte e la luna si sta ancora mettendo il pigiama. Tutti dormono nella vecchia fattoria in mezzo al bosco.
Avvertite la stonatura e la caduta di tensione? Senza il punto dopo è notte e con la luna che si mette il pigiama vi si apre davanti un quadro completamente diverso rispetto al bosco silente e alla casa immersa nel sonno.
Quel sole che si spazzola i denti nel testo di Prezmyslaw Wechterowicz è un ammiccamento inopportuno e fastidioso ad una precisa visione del mondo che molti adulti credono di riconoscere nello sguardo del bambino.
Certo, un autore come Altan ha fatto dell’animismo la chiave di volta della sua poetica, ma, sia che lo si condivida o meno, l’animismo rimane in Altan un’interpretazione sincera e coerente dello sguardo bambino. Se stessimo sfogliando un libro della Pimpa non solo il sole, ma anche il frigorifero, la sveglia e il letto si laverebbero i denti in una bella giornata di primavera. In Altan questo è linguaggio voluto e ricercato, corrispondente ad un’idea precisa difesa con forza in ogni dettaglio, e, a mio avviso, per un bambino la coerenza del linguaggio è molto importante.
In “Chi vuole un abbraccio?” non c’è invece nessuna ragione per cedere a quel sole che si spazzola i denti, se non quella di attrarre, con un linguaggio bambinesco, il lettore adulto che, non più avvezzo a riconoscere la bellezza e la coerenza di un testo, si lascia abbindolare come un allocco da una visione sdolcinata e stereotipata d’infanzia. In verità tutta la strategia del libro di Prezmyslaw Wechterowicz ed Emilia Dziubak è giocata su un linguaggio stucchevole atto a veicolare un messaggio altrettanto smielato.
Le parole sono il mezzo con cui esprimiamo il nostro pensiero, ma se le parole saranno misere, inadeguate e incoerenti, e il testo eccessivamente striminzito, sarà come esporre i bambini ad una musica monotona e dissonante. Un libro scritto male rende il pensiero e il linguaggio del bambino povero e triste.

Purtroppo l’adulto che per primo non legge o legge solo libri dozzinali, non sa più riconoscere un buon libro per bambini da uno pessimo, come, del resto, non sa più ascoltare la musica classica, il jazz e l’opera. E’ tutta una questione d’orecchio.

Ascoltate ora la forza dell’inizio dell’albo di Sendak:
Quella sera Max si mise il costume da lupo…

Quella sera apre l’albo con un impeto straordinario; mi vengono subito in mente le prime note della Quinta sinfonia di Beethoven… Tatatadan, tatatadan, tatadan dan dan… Il lettore si ritrova immediatamente catapultato dentro la storia, la vicenda si apre in medias res, ovvero a fatti già avviati.
Il Riccardo III di William Shakespeare inizia così:

Ora l’inverno del nostro scontento
si è mutato in gloriosa estate grazie a questo sole di York

Nel paese dei mostri selvaggi Maurice SendakQuanta forza c’è in quell’Ora! E’ un incipit meraviglioso, di una potenza inebriante… Ora l’inverno del nostro scontento… è davvero elettrizzante, rimane subito impresso nella mente e la lingua vorrebbe ripetere e ripetere ancora quelle parole… Ora l’inverno del nostro scontento, si è mutato in gloriosa estate grazie a questo sole di York.
Forse vi sembrerò pazza a paragonare l’incipit di Sendak alla Quinta di Beethoven o a una delle tragedie più belle di Shakeaspeare, ma una storia riuscita – sia anch’essa la storia di un albo – ha radici profonde; e i meccanismi narrativi quando sono efficaci richiamano alla memoria antiche magie e restano impressi in noi per lungo tempo, come una melodia immortale o una poesia perfetta.
La musica delle parole è potente ed è per questo che come libraia soffro grandemente quando vedo un libro scritto o tradotto male, o quando osservo con crescente preoccupazione, come i bambini e gli adulti si allontanino ogni giorno di più e con sempre maggior timore, dalla bellezza delle parole.

Un testo articolato e ben scritto getta le fondamenta su cui verrà poi costruito il pensiero. I bambini sono immersi fin da subito nelle parole, perché mai dovrebbero temerle? Tuttavia queste parole s’impoveriscono costantemente, ripetendosi all’infinito sempre uguali a se stesse come su un disco rotto. La matrigna di Biancaneve è cristallizzata dentro l’aggettivo “cattiva”, le principesse sono tutte “belle”, e i conigli e gli orsacchiotti dei libri per bambini sono “dolci” o “teneri”. Invece la matrigna di Biancaneve è “crudele” perché l’aggettivo “crudele” ha la radice di “crudo” e la regina vuole vedere il cuore pulsante della fanciulla dentro ad un cofanetto di cristallo; mentre la matrigna di Vassillissa è “perfida” perché trama nell’ombra per liberarsi della figlioccia, e il suono delle lettere rf richiama il suono della lingua insidiosa del serpente. Quanta meraviglia racchiudono le parole! E come rimarrete stupiti nel vedere i vostri bambini affascinati da esse!

 

Un trucco

Tolstoy Racconti per bambiniAlcuni genitori mi dicono che non possono leggere un testo “difficile” ai loro bambini perché loro li interrompono spesso per chiedere il significato delle parole che non comprendono. Allora io suggerisco di stabilire delle regole prima di iniziare la lettura. Quando narro le fiabe in libreria o quando leggo la narrativa a mio figlio di cinque anni, chiedo ai bambini di tenere ben in mente le domande o le parole che non conoscono, e di pormi le loro domande a fiaba terminata; specifico inoltre che in questo modo potranno esser certi che solo le parole importanti resteranno nella loro memoria; le altre parole diventeranno musica, voce e bellezza.
Così alla fine di ogni fiaba mi vedo recapitare parole splendenti anche dai bambini più piccoli: fauci, terrore, rogo, esausto… Questo semplice accordo tra chi legge e chi ascolta vi permetterà di non interrompere continuamente la lettura e di aumentare la concentrazione dei bambini. Nei primi tentativi la curiosità verrà trattenuta a fatica, voi allora fate solo un cenno di silenzio, e tenete a mente per loro le parole o i concetti poco chiari e procedete senza indugio. Con il tempo l’abitudine a ricordare diventerà un magnifico gioco di memoria.

La magia delle riletture

C’è un altro vantaggio nel leggere ad un bambino un testo di narrativa prima dei sei anni: questo vantaggio, o meglio questa opportunità, io la chiamo “la magia delle riletture”.

Dahl Il GGGRileggere un libro ci fornisce la possibilità di avere un focus preciso su noi stessi, sul nostro percorso e sui nostri sentimenti.
Ricordo che a tredici anni, mio padre mi fece leggere Madame Bovary di Gustav Flaubert: a quel tempo non compresi le scelte di Madame Bovary e mi ribellai al suo destino detestando il romanzo di Flaubert per lungo tempo. Qualcosa però rimase vivo in me da quella lettura straordinaria, e a distanza di anni ho ripreso tra le mani quelle pagine che, evidentemente, mi avevano turbato (e il perturbante in letteratura è sempre un buon segnale). Riprendere la lettura del romanzo di Flaubert fu una rivelazione, non tanto perché riuscivo a comprendere più in profondità i sentimenti di Madame Bovary provando compassione per i suoi sogni infranti e per il suo destino, ma perché attraverso quella rilettura ho potuto rivedere me stessa, i miei tredici anni, quell’età piena di entusiasmo e incertezza, rivisitare le mie aspirazioni mentre immaginavo un’amore senza compromessi. Una tenerezza commovente mi ha attraversato rendendo quel romanzo ancora più splendente e significativo nella mia vita di lettrice.

Questo è capitato con Madame Bovary, ma potrei citarvi altri esempi; quello che mi preme e potervi dire che un libro “lungo” o “pieno di parole”, quel libro che ora abbandonate sullo scaffale prima di arrivare alla cassa perché il vostro bambino ha solo 5 anni e la libraia deve essere pazza ad avervelo consigliato, non solo affascinerà i vostri figli, ma resterà un’ancora nella loro memoria alla quale fare riferimento quando ci si vorrà immergere nel mare grande di chi siamo. Giulio, mio figlio, ha già letto molti libri di Roald Dahl: con il GGG si è divertito moltissimo, non credo ridesse per i meccanismi linguistici che il Gigante stravolge ogni volta che apre bocca, ma per la bellezza di certe parole (la parola cetrionzolo è di per sé esilarante), per riconoscere nella voce della mamma parole combinate tra loro in modo inconsueto (e questo la dice lunga su quanto i bambini siano recettivi rispetto alla struttura del linguaggio anche in età prescolare), e per la straordinaria efficacia della storia. Quando andrà alla scuola primaria e studierà le strutture grammaticali e rileggerà il GGG non solo metterà a fuoco cose che gli erano sfuggite, ma avrà a disposizione “un immaginario affettivo” dal quale partire per costruire nuovi scenari, per ridere pensando “guarda che cosa capivo quand’ero piccolo!”, per ricordare con tenerezza la lettura serale con mamma e papà.
Certo, bisogna partire dalla narrativa appropriata (anche se vi invitiamo a leggere l’articolo precedente a questo), da quegli autori talentuosi che come Roald Dahl sanno come conquistare un piccolo lettore.
I librai ci sono per questo, per consigliarvi e guidarvi.

Come libraia penso che allontanare un bambino in età prescolare dalle parole di un libro significhi non poter attraversare con lui la complessità di una storia, scarnificare il meraviglioso vocabolario della lingua italiana e perdere l’occasione di offrirgli un modo per costruire la propria identità in fieri e in retrospettiva poi.

 

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