L’asinello d’argento

Scritto il 27 ottobre 2016 nella sezione Consigli di lettura

image1Un dono non è un regalo, il dono è qualcosa che ci viene consegnato in circostanze inaspettate o straordinarie, che possiede un grande valore affettivo e che, non di rado, è costituito da un oggetto già appartenuto a qualcuno. Il dono è spesso un oggetto che passa di mano in mano, come le storie. Nel romanzo di Sonya Hartnett, L’asinello d’argento, le storie sono dei doni, e ognuna di esse ha come protagonista un asino.
Quando si è bambini e si abita in un minuscolo villaggio della Normandia, non si vede l’ora di crescere perché il futuro pare più radioso di un presente fatto di piccole cose: andare a raccogliere i funghi per la scrofa, frequentare la scuola del paese, rassettare la casa. Poi, all’improvviso, ci si trova davanti ad un soldato, stanco, infreddolito e cieco.
Anche gli incontri possono essere un dono e per Marcelle e Terese quel soldato, sperduto e solo, è un tesoro nel procedere lento dei giorni, un segreto da preservare, da accudire. Il soldato porta con sé, in una tasca logora della sua camicia, un minuto asinello d’argento, finemente lavorato, che pare guardare le due bambine con occhi miti. Un piccolo oggetto meraviglioso di cui la piccola Terese subito si innamora.
Inizia così il romanzo di Sonya Hartnett, con un incontro straordinario. Marcelle e Terese, chiamata Coco, decidono di prendersi cura di quel Luogotenente inglese e disertore che tenta di attraversare la manica per raggiungere il fratellino ammalato. Lo accudiscono nel bosco, nascondendo la sua presenza ai genitori e inizialmente al fratello maggiore Pascal. Poco alla volta la premura delle due bambine lenisce il cuore ferito del soldato che per ricambiare tanto affetto racconta loro storie e leggende sugli asini.asinello Le storie germogliano in quel freddo bosco primaverile della Francia nord occidentale, lasciando traccia visibile del loro percorso, disegnando strade che portano al Luogotenente ciò di cui ha bisogno per concludere il suo viaggio, condotto, fino a quel momento, barcollando sui sentieri ai bordi della guerra: del cibo, una barca e la lealtà di Pascal, e di un giovane pescatore storpio, Fabrice.
Un personaggio quest’ultimo che nel romanzo di Sonya Hartnett si presenta come un prezioso cammeo denso di significati, un personaggio secondario capace di colmare la distanza tra l’infanzia e l’età adulta.
Non c’è artificio nella prosa pulita di Sonya Hartnett: le parole si inanellano una dietro l’altra disegnando un paesaggio che diventa un presepe, fatto di povere case e di uomini e donne che, nei riti di una quotidianità contadina, preservano il loro tratto di mondo dalla brutalità del grande conflitto bellico. Un paesaggio che diventa il disegno preciso di un universo interiore ancora acerbo, quello di Marcelle, Terese e Pascal che si trovano a tracciare dei confini incerti tra la propria infanzia e una vita adulta fatta di decisioni difficili e di grandi responsabilità.
Delicatezza e rigore si fondono insieme per restituirci uno dei più bei romanzi sulla guerra e sull’infanzia degli ultimi quindici anni. Un libro che è un dono, che mentre ci racconta la saggezza di uno degli animali più umili e intelligenti addomesticati dall’uomo, ci parla anche della forza e della tenacia dei bambini, capaci di sopportare dolori e fatiche senza mai cedere alla disperazione.

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