Bambole giapponesi

Scritto il 14 settembre 2017 nella sezione Consigli di lettura

godden-bambole-giapponesi-radicelabirintoCi sono sempre diversi punti di vista nei romanzi di Rumer Godden: benché sia facile individuare il protagonista, non fluttuano mai come fantasmi i personaggi secondari delle sue trame, ma ciascuno di essi acquista, anche se con brevi pennellate, uno spessore interessante non solo ai fini della storia, ma nell’immaginario del lettore.
In Bambole Giapponesi in particolare, uno dei punti di vista è del tutto inaspettato perché è quello di due bambole di fine ceramica dai tratti orientali con kimono ricamati, Fiore e Felicità, che viaggiano dall’America all’Inghilterra desiderando diventare il balocco di una bambina rispettosa e gentile. Hanno una voce propria queste due bamboline giapponesi che, nel destino del loro desiderio, intrecciano il destino di Nona, una bambina da poco trasferitesi dall’India all’Inghilterra, che si sente sola e incompresa, che ha paura della città, dei nuovi rapporti familiari e di essere se stessa. Come negli altri splendidi racconti di Rumer Godden (1907 -1998) il nucleo luminoso della storia è il disvelarsi di una solitudine, anzi più di una, che si schiude al tepore dell’affetto e della dedizione.

Di Bambole Giapponesi non vi vorrei raccontare la trama, ma la delicatezza con cui l’autrice ci porta a percorrere un piccolo tratto della vita di Nona, un pezzo di cammino che inaspettatamente concorre a disegnare la strada futura di un’intera esistenza.

Ma non lasciatevi ingannare dall’apparente semplicità del racconto: lo sbocciare della bambine di Rumer Godden non è mai privo di dolore o di tristezza; tuttavia sotto la sua penna sapiente gli ostacoli della vita diventano così importanti da risultare necessari alla vita stessa. Come si può crescere infatti senza affrontare il cambiamento, senza accogliere le avversità, senza incontrare gli altri? E nei romanzi di Rumer Godden non è solo la protagonista, in questo caso Nona, a maturare, ma tutte le persone che la circondano: dalla famiglia che la adotta fino al libraio di quartiere, tutti sono investiti di responsabilità e travolti dalla bellezza di un’onda gentile che giorno dopo giorno porta doni dal mare profondo.

Questa scrittrice è capace di una lievità e di una dolcezza così potenti che le sue storie risultano davvero speciali, e se il lieto fine è assicurato e forse a volte perfino troppo perfetto, c’è una tale sensazione di tenerezza nelle sue trame da avvolgere il cuore in una sensazione di gioia e tranquillità. Nulla a che vedere con le storie melense o buoniste di certi romanzi di formazione posticci: in Rumer Godden la voce è autentica, mai banale, le situazioni che descrive non sono mai prive di controluce, di momenti difficili, di quella durezza che la vita degli emarginati o dei diversi porta quasi sempre con sé. Ma ogni sentimento, anche quello più oscuro, è affrontato con rispetto e tatto, come se l’autrice avesse pudore dei suoi stessi personaggi, indagati con discrezione, mantenendo sempre la giusta distanza tra l’eccessivo coinvolgimento che sempre arrischia il narratore onniscente, e la voce impersonale di un racconto di cronaca.

Perfino alle due Bambole Giapponesi l’autrice riserva lo stesso pudore dando al lettore la sensazione che poi tutte le cose e gli oggetti del romanzo meritino la stessa attenzione perché quasi dotati di vita propria. Ed è grazie a questa piccola, quasi millesimale, distanza tra la penna e l’animo dei suoi personaggi che Rumer Godden riesce a restituirceli autentici, profondi, vibranti perché è proprio laddove l’autore accoglie il mistero insito in ogni sua creatura che si compie l’incantesimo antichissimo del tramandare una storia con voce sincera. E se scopriamo che perfino gli oggetti inanimati come due minute bambole di ceramica hanno desideri e aspirazioni, che una casa giapponese di piccole dimensioni può diventare il tetto sotto cui far incontrare tre bambini inglesi con la vita segreta di una bambina venuta da molto lontano, allora si avrà la sensazione che ogni cosa, anche il dolore più profondo, possa essere tenuto in palmo di mano, così vicino da poterne sentire il minuscolo respiro. Ecco, le parole di questo romanzo sono come tanti uccellini, da tenere al caldo, da scaldare, da custodire. Le parole limpide di Rumer Godden sono anche i mattoni, i dettagli, gli ingranaggi piccini, che portano alla costruzione di una vera noka (casa di campagna giapponese), sotto gli occhi rapiti del lettore. E la casa stessa diventa il romanzo di Rumer Godden, una costruzione raffinatissima di sentimenti che acquistano via via un aspetto familiare.

Ecco, i romanzi di Rumer Godden sanno diventare familiari, così come erano familiari e vere le fiabe per Calvino: perché nella finzione letteraria più pura è la fonte, più le storie acquistano la capacità di restare a lungo nella memoria.

TwitterGoogle+LinkedInShare