Che bocca grande hai! #2

Scritto il 15 aprile 2013 nella sezione Blog

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benjamin lacombe  cappuccetto rosso

Illustrazione di Benjamin Lacombe

Nelle scuole steineriane la fiaba di Cappuccetto Rosso non viene raccontata prima dei cinque anni perché secondo i principi antroposofici il lupo incarna l’inganno, la menzogna e la falsità, concetti legati ad uno sviluppo psichico di un bambino in grado già di distinguere il bene dal male. Il lupo è quella figura archetipica che ci fa vedere le cose sotto una luce illusoria, in una prospettiva non reale e non vera diventando, in ultima analisi, custode del caos.
Secondo questa visione Cappuccetto Rosso così come La bella addormentata parlano, ad un livello più profondo, di una vittoria dell’io sulle pulsioni istintive di base, battaglia ancora in atto nei bambini dai 2 ai 4 anni. Occorre dunque, secondo la pedagogia steineriana, che l’adulto prima di rivolgersi al fanciullo comprenda il significato delle fiabe e sappia rapportarlo al momento evolutivo del bambino stesso. Solo dai cinque agli otto anni circa, il fanciullo può recepire fiabe che comprendano elementi di moralità conquistata, di giustizia, di lotte vere; elementi racchiusi, per esempio, in fiabe come Cappuccetto rossoPollicino o I tre capelli d’oro del diavolo, tutti racconti attinti dal vasto repertorio dei fratelli Grimm.

Per quanto possa essere d’accordo con questa teoria, ho potuto notare nel corso della mia esperienza di maestra e di ricercatrice, che il fattore età (intendendo l’età anagrafica come età evolutiva legata ad uno sviluppo affettivo e cognitivo specifico) non può essere la sola discriminante nella scelta della fiaba da raccontare. Non vi è dubbio che un bambino di tre anni non abbia ancora raggiunto quella maturità psichica che gli permette di poter assimilare con coscienza il concetto di verità e menzogna che il lupo di Cappuccetto Rosso esemplifica; tuttavia, io credo, che il lupo sia per il bambino molto di più di questo.

Illustrazione di Lisbeth Zwerger - Cappuccetto Rosso

Illustrazione di Lisbeth Zwerger

E’ evidente il fatto che quando si racconta Cappuccetto Rosso ad un bambino piccolo, egli non memorizzi in particolare la trama; non è l’azione scenica ad essere per lui attraente come lo è, ad esempio, nella fiaba di Rosaspina. Nello specifico, non sono i meccanismi teorizzati da Propp ad attrarre la sua fantasia, ma solo ed esclusivamente la figura del lupo. Tutta la fiaba ruota attorno alla belva feroce e i bambini aspettano il suo arrivo con trepidazione ed interesse. Questo da un certo punto di vista avvalora la tesi steineriana poiché il significato profondo può passare solo se la trama è compresa e interiorizzata nella sua totalità , ma ci dice anche qualche cosa di più. Che cosa ha di così attraente questo lupo e perché i bambini lo amano e lo temono con la stessa intensità?

Esistono, come per tutte le cose, diversi livelli di comprensione e questi convivono gli uni accanto agli altri compenetrandosi più di quanto noi, a volte, ne siamo consapevoli. La realtà è complessa non solo per l’adulto, ma anche per il bambino. La differenza con cui un adulto e un bambino percepiscono questa complessità non è a livello cognitivo, entrambi infatti sono in grado di comprenderla, ma risiede negli strumenti che essi usano per decodificarla e interiorizzarla. L’adulto categorizza, cioè racchiude situazioni, sentimenti, pulsioni in bacini di senso dove è la ragione a fungere da codice ordinatore; il bambino invece, fino a cinque/sei anni, utilizza la metafora come chiave di lettura, non solo del reale, ma anche di ciò che non è tangibile, racchiudendo situazioni, sentimenti, pulsioni in immagini più o meno complesse dove è l’emozione a determinare forme e contenuti.

I bambini non sono solo abilissimi costruttori di metafore, ma sono altresì in grado di riconoscere questo specifico linguaggio quando lo incontrano. Le fiabe, metafore per eccellenza della vita, sono un terreno di gioco perfetto per i bambini che vi si inoltrano con disinvoltura e coraggio; se poi capita loro di imbattersi in un’immagine potente, come quella del lupo, in un particolare momento della loro vita, in cui questa figura gli risulta estremamente funzionale per comprendere non solo la realtà ma loro stessi, se ne appropriano senza pensarci due volte.

In un contesto dove le immagini compongono un alfabeto che esige di essere interpretato se non si vuole finire soggiogati al suo ipnotico potere, le fiabe possono aiutare i nostri bambini a costruirsi un dizionario essenziale di semplice e rapida consultazione. Le fiabe aiutano i bambini a mettere a punto uno strumento critico perfettamente armonico con il loro sentire, un alfabeto visivo e interiore che si costruisce in uno spazio protetto e intimo, dove sono i genitori, i nonni e le maestre a guidarli. Uno spazio circondato dal silenzio, un luogo che si edifica giorno dopo giorno con la voce e le parole a garanzia di un autenticità tangibile e riconoscibile.

zio lupo italo calvino i quindici

Illustrazione da “Zio Lupo” da “I Quindici”

A fronte di un tempo saturo di immagini non sempre appropriate forse vale la pena anticipare il racconto di Cappuccetto Rosso e di far incontrare i bambini e il lupo, avendo fiducia che essi coglieranno di questa potente metafora solo ciò di cui hanno bisogno. Non bisogna poi dimenticare che nella nostra tradizione orale la fiaba di Cappuccetto Rosso non subisce nessun tipo di censura rispetto all’età in cui conviene raccontarla: le nostre nonne la conoscono e la tramandano senza troppi pensieri.
Dobbiamo dunque pensare di aver creato qualche turbamento? I bambini temono i lupi o ne vogliono sempre sentir parlare (sono due lati della stessa medaglia) perché in essi condensano ciò che non conoscono, le loro paure, ciò che li attrae e allo stesso tempo ciò che gli è proibito.
Il lupo, in certe situazioni, è addirittura essenziale perché permette ai bambini di focalizzare ciò che li turba o li spaventa e a cui, diversamente, non riescono a dare un nome.
Attribuendo invece una forma fisica alle paure, una forma condivisibile e riconoscibile, il bambino destina il lupo alla sua funzione catartica, purificatrice. Le paure possono essere così allontanate e la mamma e il papà sanno da cosa devono proteggere il loro bambino.

Inoltre il lupo è una metafora così potente da aver travalicato i secoli diventando una metafora collettiva: tutti sanno che il lupo delle fiabe fa paura e per questo deve essere ucciso. Questo fa sì che il bambino veda riconosciute le sue paure, non solo nell’ambito famigliare, ma anche in quello sociale: tutti, schierati dalla sua parte, combattono contro il lupo. Quali siano le paure o i sentimenti di rabbia che il bambino vive (più o meno esplicitamente) in un determinato momento della sua vita, il lupo è in grado di contenerli e renderli visibili. La fiaba poi ci insegna che il cacciatore arriverà o il pozzo lo trascinerà nel “mondo di sotto” dal quale non farà più ritorno e che quindi il lieto fine è sempre possibile.

Illustrazione da "Il lupo e i sette capretti"

Illustrazione da “Il lupo e i sette capretti”

La paura del lupo è una paura sana e vitale che non deve essere ostacolata, ma solo condivisa. Il lupo non deve essere ridicolizzato, né reso meno terribile: il bambino possiede tutti gli strumenti necessari per sconfiggerlo se la sua famiglia gli sarà accanto nella lotta, solidale, presente e affettuosa.
Questi meccanismi impliciti nelle fiabe devono rimanere inconsci: mai dobbiamo spiegare al bambino quali significati il lupo nasconde. La sua mente agisce per metafore e questo è l’unico linguaggio che sia per lui davvero funzionale.
Il bambino nel suo divenire sarà perciò rispettato dall’adulto, il quale non interverrà in tali processi fornendo a supporto, anche se in buona fede, le proprie dinamiche razionali.

In conclusione possiamo dire, usando il gioco di parole dal quale siamo partiti, che un lupus sine fabula (un lupo senza discorso/favola) è un lupo smarrito alla ricerca di un bambino che lo renda potente e magnifico, un lupo che desidera un bambino non tanto per divorarlo, ma per farlo crescere forte e coraggioso.

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