IL blog di Alessia - Pensare i libri

Il libro e il futuro – i dilemmi di un libraio #6

Questo post segue I dilemmi di un libraio #1, I dilemmi di un libraio #2, I dilemmi di un libraio #3, I dilemmi di un libraio #4 e I dilemmi di un libraio #5.

Cari lettori,
in quest’alba di primavera mi sono ritrovata ancora una volta a riflettere sul mestiere di libraia. Fuori le gemme si aprono al sole di marzo e riempiono la sera di quell’aroma inconfondibile che si può avvertire già all’inizio di febbraio, subito dopo la Candelora. Ieri notte, di ritorno da una formazione, viaggiavo con il finestrino dell’auto abbassato per le strade basse della campagna, cercando di cogliere il profumo sottile e sfuggente delle cose e delle creature appena nate. E come sempre succede quando per qualche minuto, in completa solitudine, l’universo ti si rivela con maggiore intensità, anche la musica nello stereo si è sintonizzata, regalandomi un brano in perfetta sintonia con il mio sentire. Ed eccola lì, nuda e rivelata la fragile bellezza del mondo e dopo tante parole spese per maestre e genitori mi trovo a domandarmi se domani mio figlio viaggerà di notte, per la campagna e coglierà tutto questo commuovendosi come faccio io ora.
Penso a mio figlio e abbraccio nello stesso istante tutti i bambini che ho incontrato e incontrerò; e penso all’umanità che procede e retrocede, alle storie dentro i libri, al significato del mio mestiere.
Mi sono interrogata sul senso profondo di ciò che faccio e domandando ho avuto in cambio, da questo marzo pieno di germogli, solo altre domande.

Cosa può un libro?

Si potrebbe pensare che questa sia una domanda scontata per un libraio o che un tale quesito il libraio se lo ponga solo all’inizio della sua carriera, quando cioè decide di aprire una libreria.
Ebbene non è così, almeno non per me.
Nel primo dilemma ho specificato che vendere un libro non è come vendere una pentola. Il libro non è un oggetto inanimato: in quanto contenitore di storie il libro è capace di intrecciare una relazione con il lettore creando scenari da abitare e pensieri da condividere. Aprendo un libro, apriamo un dialogo con noi stessi e questo vale anche per un bambino. Dunque proporre una storia al lettore significa offrirgli un modo di guardare il mondo, metterlo davanti ad uno specchio dove poter vedere non solo il suo volto, ma anche quello di molti altri.
Un libro può molto in questo senso, ma dopo due anni di libreria mi domando che impatto possa avere davvero sulla vita di un bambino.

Lisbeth Zwerger

Mi pongo questa domanda dopo aver accennato nel quinto dilemma, ai tanti libri che molte mamme comprano online, dopo aver richiamato alla memoria le bibliografie, i consigli di lettura e il successo dell’editoria per bambini. Non ultime arrivano ad alimentare i miei dubbi, alcune recenti riflessioni sulla rilevanza o meno dei blog di letteratura per l’infanzia, sulle buone e cattive pratiche di promozione alla lettura e sulla prossima fiera del libro per ragazzi che si terrà a Bologna i primi di aprile.
I momenti di sconforto esistono, e per quanto lo scoramento ci possa apparire uno stato d’animo poco utile, può diventare la pietra miliare su cui costruire nuove consapevolezze. Confondersi, chiedere, domandarsi… sono processi sempre necessari al nostro cammino. Mi sono chiesta se non ci sia oggi un eccesso di attenzione intorno al libro per bambini e se questo processo non ci stia allontanando dalla giusta percezione dell’infanzia.

Può sembrare paradossale che nel momento di massimo sforzo e attenzione verso i bambini ci si trovi a constatare una distanza tra noi e loro.

Quello che è certo è che sono arrivata ad un punto di stanchezza verso il libro e credo che questo punto di rottura sia molto importante per una libraia; problematico certo, ma estremamente arricchente. Mantenere una certa distanza dal libro mi permette di sentire meglio i bambini e guardare al futuro con più lucidità. A volte ho l’impressione che il libro per l’infanzia diventi il fine e non il mezzo attraverso cui indagare la vita. Il fine non può coincidere con il fatto che il bambino si affezioni, cerchi e ami il libro. Il fine dovrebbe essere che il bambino possa diventare, un domani, un adulto consapevole di se stesso e del mondo che lo circonda. Il libro è solo uno dei tanti mezzi attraverso i quali fornire gli strumenti necessari.

Cosa può un libro?

Può aprire l’immaginazione, può allargare gli orizzonti, può darci una chiave di lettura e farci venire dei dubbi, utilissimi dubbi.
Se ripenso ai dubbi più belli che ho avuto a partire dai libri, mi affiorano alla mente storie ricche, complesse, piene di curve.

Là fuori il mondo è potente, molto più potente di un libro. Il libro per bambini oggi è quasi un miraggio di bellezza, ma dopo il miraggio la sete rimane e il deserto sembra ancora più arido.
Leggiamo e leggiamo, leggiamo ad alta voce, animiamo, teatralizziamo, ma spesso la nostra bocca si riempie di parole vuote e del tutto inconsistenti.

Isabelle Arsenault

Siamo più o meno consapevolmente legati all’idea che se un bambino legge è intelligente, mentre uno che non legge non lo è; molti genitori vanno in ansia per questo, anche se a volte non lo confessano. L’intelligenza a cui si fa riferimento quando si parla di libri, è legata alla capacità di attenzione e a quella di cogliere il significato generale; di conseguenza si pensa che un bambino debba sempre comprendere quello che legge e per questo il libro deve essere commisurato all’età. Mi chiedo dove si collochi in quest’ottica la bellezza delle parole, la musicalità della prosa, il fascino della voce. Non sono fattori altrettanto potenti per farci avvicinare ad una storia? E non sono forse le storie le vere protagoniste dei libri?

Forse il libro sta andando verso un periodo “barocco”, quando la meraviglia era il fine ultimo dell’opera d’arte. E molti albi illustrati sono davvero una magnifica opera d’arte. E’ giusta la meraviglia, ma vorrei poter dare in mano ai bambini anche storie in grado di seminare in loro l’amore per le parole che pur sempre ha a che vedere con lo stupore.
Si punta a suscitare stupore attraverso la vista più che offrire storie. Ma là fuori c’è il mondo e sarà sempre più forte del mondo dentro ai libri. Per essere intepretato il presente chiederà ai bambini di saper leggere le sue storie, siano esse fatte di voci o di segni. E non sto negando il Meraviglioso come genere letterario, come luogo della metafora e del sogno e nemmeo l’iillustrazione come linguaggio; sto pensando alla meraviglia vacua e fine a se stessa (che pure in un contesto altro potrebbe avere il suo perché).

Disquisiamo sui libri, sugli stili, parliamo di pedagogia, di percezione dell’immagine, ma a volte ci intrappoliamo da soli in reti splendenti.
L’albo illustrato è un prodotto magnifico, costruisce alfabeti visivi, dipinge scenari e articola storie;
non deve mancare nella libreria di un bambino; attraverso l’albo forse il bambino diventerà adulto sviluppando un senso critico sulla realtà che lo circonda, imparerà a leggere le immagini con puntualità e si farà interprete del suo tempo. Tuttavia non possiamo educare gli occhi a discapito delle orecchie perché noi siamo prima di tutto esseri narranti e in quanto tali abbiamo bisogno di storie per costruire il nostro futuro. Abbiamo bisogno di parole, di profondità, di allenare il muscolo dell’immaginazione, di iniziarci alla vita attraverso le fiabe.

Forse il lettore dovrebbe essere più esigente, forse gli editori dovrebbero puntare anche su libri con più testo e meno immagini, forse i librai dovrebbero stare all’erta in mezzo a tanta meraviglia, forse i blog di letteratura per l’infanzia dovrebbero iniziare a fare criticare davvero.
Abbiamo perso di vista il bambino nel qui e ora, e con lui abbiamo perso di vista il futuro che in fondo in una libreria per bambini è l’unica cosa che conta.

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Un pensiero su “Il libro e il futuro – i dilemmi di un libraio #6

  1. Da lettrice accanita, e amante dei libri lunghi, lunghissimi anzi, la cui storia speri non finisca mai per poterti perdere per sempre nelle sue sfumature, mi sono spesso fatta la tua stessa domanda per quanto riguarda la letteratura per l’infanzia, soprattutto da quando è nato mio figlio, che ormai ha tre anni.
    Mi sono stancata presto dei libri pieni di immagini. Non provo particolare piacere nel leggerli a mio figlio, pur riconoscendo che le illustrazioni sono a dir poco meravigliose. Mi sono spesso chiesta se questa stanchezza derivasse dal fatto che per rendere il libro più accattivante, e per non farlo finire subito, devi poi fermarti tu, genitore, a descrivere per bene le immagini, cosa che richiede non poco sforzo alla sera quando torni da lavoro, ma la realtà forse è un’altra: quelle storie annoiano me per prima. Non in tutte ovviamente, ma in molte, come scrivi tu, c’è poca storia, poca sostanza, nessun messaggio interessante, nè di vita quotidiana, nè più elevato.
    Non vedevo (e in parte attualmente ancora non vedo, data l’età di mio figlio non posso comunque ancora esagerare in lunghezza o in mancanza di illustrazioni) l’ora di potergli leggere storie più lunghe, storie che siano più…storie, appunto.
    Voglio che senta le parole, gli aggettivi, che immagini i dettagli, che si crei un’immagine personale del protagonista o dei personaggi, un’immagine che rimarrà per sempre impressa nella sua mente, che lo soddisfi come nessuna immagine disegnata da altri possa fare.
    Grazie per questo post, lo trovo molto onesto, dal momento che spesso una libraia si trova a dover vendere anche a persone che ovviamente non hanno particolare passione per il libro e la lettura, e che quindi spesso scelgono la via più breve per trovare il libro adatto.

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