Margini – La Recensione

Scritto il 25 ottobre 2017 nella sezione Blog

chris-van-allsburgApro qui una riflessione che mi ha tenuta molto occupata in questi mesi e che mi ha portato a una attenta autocritica: come deve essere una buona recensione di un libro, e nello specifico, di un libro per bambini? Questa domanda è direttamente collegata all’articolo precedente, perché ritengo che una recensione potrebbe spalancare nel lettore un nuovo orizzonte critico e aiutarlo a individuare un buon libro senza per questo sostituirsi al suo sguardo.

Ma come presentare una proposta di lettura che produca interesse nel lettore incoraggiando in lui uno sguardo critico?
La recensione che oggi mi piacerebbe scrivere e leggere dovrebbe:

  1. essere in primo luogo scritta bene;
  2. avere una forma compiuta in se stessa e allo stesso tempo lasciare al lettore l’idea di poter aggiungere o scoprire qualcosa una volta che avrà il libro tra le mani;
  3. allenare lo sguardo critico senza disvelare gli strumenti del mestiere, ovvero non diventare un manuale di percezione delle immagini o della costruzione testuale;
  4. non cedere al sentimentalismo, neanche quando sembra che il libro sia pieno di buone intenzioni, perché forse, in questo caso, o non si ha tra le mani un buon libro oppure il libro è talmente bello e complesso che parlare del suo lato pedagogico pare la via più semplice (cosa potremmo scrivere di Piccolo blu e piccolo giallo di Leo Lionni?);
  5. contenere un’intuizione, ovvero una traccia interessante a partire dalla quale sviluppare un pensiero, ponendo particolare attenzione a che la nostra intuizione non sia prevaricante nei confronti del testo e dell’autore; è bello dare voce all’invisibile, ma un fantasma sotto una luce al neon non è più così accattivante;
  6. rimanere il più possibile oggettiva, come se stessimo scrivendo per una testata giornalistica sportiva destinata dunque a un lettore che non sa nulla di bambini, di libri per bambini, di studi pedagogici, di scuola, di figli e maternage;
  7. avere il coraggio di parlare anche di un libro poco interessante o poco riuscito argomentando con intelligenza e garbo il perché, senza mai accanirsi o lasciar trapelare livori o questioni personali nei confronti di autori ed editori.

 

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Capita, specialmente nel web, che la forma sia tenuta meno in considerazione rispetto al contenuto. Molte recensioni amatoriali peccano a volte di un approccio alla scrittura ingenuo e un po’ superficiale, come se il contenuto fosse più importante della forma. La rincorsa alla novità può contribuire a infarcire il testo di parole banali o sciatte, ad approntare una prosa buttata lì, che, ahimè, restituisce anche un pensiero buttato lì, perché per fortuna o purtroppo, nella buona recensione forma e contenuto coincidono.

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Forse l’ingrediente per una buona recensione è anche questo: fornire al lettore una piccola opera compiuta e finita in se stessa che appoggiandosi su un’intuizione felice – e il più possibile oggettiva – possa restituire al lettore uno sguardo altro. Per questo sono arrivata alla conclusione che la recensione non può essere eccessivamente lunga, e so quanto una simile riflessione mi riguardi da vicino. Per ovviare al problema di recensioni che ci prendono la mano e ci portano in luoghi altri, ci si può aiutare con un numero minimo di battute (una cartella è di 1800 battute) dal quale ci imponiamo rigorosamente di non uscire. L’esercizio alla sintesi è molto complesso, ma ultimamente provo una grande soddisfazione a tagliare quanto scrivo. Non c’è bisogno di cestinare tutto: il sovrappiù può diventare nuovo materiale di scrittura, contenere il seme di un futuro articolo. La brevità di una recensione (brevità che non deve tuttavia tradire il proprio stile) permette al lettore di preservare la curiosità per il libro e la voglia di recarsi in libreria. Per i libri di narrativa ci si può concedere qualche battuta in più.

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Molte recensioni amatoriali, specie quelle dedicate agli albi illustrati, pensano che avvalersi di alcuni strumenti di lettura delle immagini renda la propria recensione più professionale. Quindi spesso, oltre a promuovere un libro, la recensione assume un aspetto didattico rilevante che però appesantisce la lettura e trasforma una recensione in un’analisi. Da quando, negli ultimi anni, si sono diffusi corsi su come capire l’albo illustrato o più nello specifico sul linguaggio delle immagini, molte recensioni finiscono per essere un piccolo manuale visivo: il personaggio che entra a destra, l’importanza del bianco, lo stile dell’illustratore, la simmetria o l’asimmetria della composizione… è tutto molto interessante, ma mi sono chiesta se andando a comprare un abito su misura il sarto ci mostri gli strumenti del proprio lavoro: le forbici, il ditale, la macchina da cucire. È più probabile invece che ci mostri il frutto del suo lavoro, ovvero il risultato di una ricerca e di un progetto. Può anche arricchire il proprio racconto di alcuni dettagli tecnici atti a rendere ancora più prezioso l’abito ai nostri occhi, ma gli accenni alla tecnica saranno leggeri e discreti al fine di preservare l’incanto, che non consiste nel disvelamento degli strumenti, ma nel restituirci qualcosa che ancora non avevamo veduto.
È il caso della mia ultima recensione “Un grande giorno di niente” che, come “Il compleanno”, doveva apparire tra gli articoli del blog e non tra i consigli di lettura. La recensione che diventa analisi, smette di essere una recensione a tutti gli effetti, vuoi solo per la lunghezza del testo.

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Proprio per non cadere nell’eterno dibattito del “mi è piaciuto/non mi è piaciuto”, penso che l’allenamento alla recensione non positiva sia molto importante. Parlare del perché un libro non sia ben riuscito (e non del fatto che non sia piaciuto), mette il recensore in una tensione positiva tra il suo sapere e il suo piacere, cosa che potrebbe non accadere quando parliamo di un libro rapiti dai sentimenti o guidati dalle nostre sensazioni.
Quando si recensisce un libro amato è molto probabile che non ci si preoccupi di mettere insieme un’interpretazione che eccede il testo o le immagini. E se questo dovesse succedere chi potrà mai dirci qualcosa se Una Tigre all’ora del tè diventa il pretesto per parlare di accoglienza e di diversità? Potremmo infatti anche aver sbagliato mira, ma è così onorevole il nostro travisamento da essere immediatamente perdonati dai lettori che anzi, probabilmente, si lasceranno sedurre dalla storia personale di Judith Kerr (l’autrice della Tigre all’ora del tè), sfuggita ai nazisti, e si convinceranno che sì, Una tigre all’ora del tè, non può non contenere un messaggio di uguaglianza tra i popoli.

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Quando parlo di intuizione, parlo di chiavi di lettura interessanti. E come la chiave di Barbablù apre una porta segreta, così una buona recensione dovrebbe lasciare al lettore la sensazione di aver avuto accesso a una parte del libro nascosta, di aver avuto un punto di vista inaspettato. Le intuizioni non arrivano però a comando, a volte ci vuole tempo, a volte bisogna lasciare che la storia si depositi in noi, che faccia risuonare pensieri che poi decideremo se meritano di essere condivisi. Le intuizioni devono sempre essere verificate, cioè devono avere una base solida di partenza per non rischiare di diventare dei voli pindarici che vanno molto al di là di quello che la storia o l’autore volevano comunicare. L’intuizione felice nasce dal cuore più nascosto del libro e rivela appena appena il suo battito senza amplificare eccessivamente il contenuto della storia.

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Ritengo che uno dei pericoli maggiori per chi voglia parlare di libri in modo amatoriale sia quello dell’eccessivo personalismo, e su questo, non ho paura ad ammetterlo, anche io sono caduta in pieno, specie nelle prime recensioni apparse sul sito di Radice-labirinto. È chiaro che non si potrà mai aspirare a un’oggettività completa quando si tratta di libri, ma è importantissimo – almeno per me lo è o lo è diventato – tendervi con ogni mezzo. Nessuna recensione potrà mai essere slegata dal suo autore, e lo scrittore deve restare vigile sul costante rischio di eccessiva immersione nel proprio vissuto, nel proprio immaginario e nel proprio retroterra culturale. La scrittura sarà già di per sé l’impronta da cui non si potrà prescindere e che farà la cifra stilistica di quella specifica pagina web. Se rileggo, per esempio, la mia recensione di “E poi primavera” o di “Chi trova un pinguino” ritrovo, almeno in parte, oltre a una scrittura immatura, anche un sentire troppo acceso, calato in parole eccessivamente romantiche e personali. Ecco, forse la recensione definita impropriamente poetica – ma che sarebbe meglio definire sentimentale – è la nemica numero uno di una buona recensione, perché porta qualsiasi argomentazione a uno scadere lento e inesorabile, conducendo l’autore in un melenso potpourri di immagini e situazioni che, caricando le parole di un peso eccessivo, finisce sempre per trascinare tutta l’analisi critica su un fondo melmoso.

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Penso che non si possa fare a meno di constatare che negli ultimi dieci anni la critica letteraria è decisamente ai minimi storici, ed è così scarsa l’abitudine del lettore a scontrarsi con pareri negativi che si tende sempre a specificare, quando si usa la parola “critica”, che quest’ultima è intesa in termini positivi, giusto per non incappare nel pericolo di essere tacciati di arroganza o di poco rispetto verso il libro, o peggio, verso l’autore o la casa editrice. Che questo sia un argomento assai spinoso, lo si deduce dalla risposta, ormai preconfezionata, che molte autrici di recensioni adottano per giustificare il numero esiguo di recensioni a sfavore; la risposta è “Non perdiamo tempo a recensire libri brutti o poco riusciti perché preferiamo concentrarci su quanto di buono l’editoria per ragazzi produce”, aggiungendo che, poiché questo lavoro è per lo più gratuito, non vedono il motivo per angustiarsi tanto a recensire libri che non siano di loro gradimento. L’insidia in questa risposta è doppia, non solo perché emerge che la recensione negativa pare non abbia la stessa dignità di quella positiva, ma anche perché parlare di piacere, e quindi di gusto, sposta le recensioni, positive o negative che siano, su un piano eccessivamente personale. La critica negativa invece allontana immediatamente la recensione dalle letture facili o eccessivamente strumentalizzate, e spinge a chiedersi: cosa rende questo libro un libro non pienamente riuscito? Perché non lo consiglierei? Per questo, al di là di pubblicare o meno una recensione negativa (nel caso si temessero ripercussioni), la critica negativa resta un ottimo esercizio per tutti coloro che si occupano e scrivono di libri. E non sto parlando di recensire i libri dei supermercati (anche se sarebbe interessante fare una panoramica critica sul libro per bambini esposto nelle “librerie” dei centri commerciali), ma di affinare lo sguardo anche sulla produzione delle piccole e medie case editrici che di solito risultano le più amate non solo dal pubblico che frequenta i blog di libri per ragazzi , ma anche da chi decide di aprire una piattaforma che parli di libri.

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