IL blog di Alessia - Pensare i libri

Leggere o usare?

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Ormai è nota la mia posizione sui libri e sugli albi “a tema” (per chi volesse approfondire segnalo i seguenti articoli: il Messaggio, libri subdoli, libro e realtà)
Oggi però vorrei concentrarmi sul significato di due verbi che sempre maggiormente sento pronunciare come sinonimi rispetto ai libri e in special modo rispetto all’albo illustrato: leggere e usare.
A dire il vero, dalla mia esperienza di libreria, il verbo usare supera decisamente il verbo leggere.

Illustrazione di: Jessie Willcox Smith
Illustrazione di: Jessie Willcox Smith

Cosa cambia?

Se le parole disegnano il nostro mondo e possono modificare il nostro pensiero, allora cambia moltissimo, perché i due verbi disegnano un approccio al libro e alla lettura sostanzialmente diverso tra loro: il verbo usare è più legato ad una strumentalizzazione, il verbo leggere al piacere (con le dovute precisazioni che più avanti faremo).

Certo non possiamo generalizzare né estremizzare la questione. Faccio un esempio: se io conduco una formazione sulla letteratura per bambini e ragazzi, porterò con me dei libri che userò per esporvi il mio pensiero.
Altro esempio: se a scuola sto conducendo una ricerca, probabilmente sia il libro di narrativa sia quello a carattere più squisitamente enciclopedico, verranno usati per condurre indagini su uno specifico argomento.
Inoltre ritengo che non sia inappropriato parlare del libro come “strumento”, perché di fatto il libro è anche un oggetto utile, sia ai fini di comprendere e apprendere lo scibile umano (almeno quello documentato attraverso una forma scritta) sia per interiorizzare, tramandare, e perfino leggere storie.

E non è neppure del tutto vero che il verbo leggere sia sempre legato al piacere: se sono alla scuola primaria e mi danno dei libri da leggere, ecco forse che quel piacere, per altro tanto promosso da genitori ed insegnanti, sarà secondario alla fatica. Oppure se devo leggere per lavoro testi poco interessanti o noiosi, di certo non si potrà parlare di godimento.
Lasciatemi però dire che noi librai di botteghe specializzate in libri per bambini e ragazzi, siamo molto fortunati, perché tra le nostre mura i libri potrebbero essere prevalentemente scelti per puro piacere… se non si insinuasse, veloce e rapido, il verbo usare.

Usare i temi dell’albo illustrato

L’uso dell’albo illustrato a scuola sta prendendo sempre più piede. E che dire? Una vera gioia se i libri, albi compresi, prendessero il posto dei brutti e noiosi sussidiari! Un’operazione questa, perfino legittimata dalle Indicazioni nazionali per il Curriculum che parlano di “adozione alternativa”, invitando maestri e insegnanti a costruire una biblioteca di classe bella e ben fornita. Quindi il punto non è quello di scoraggiare l’ingresso degli albi a scuola, ma di riportare l’attenzione sulle diverse sfumature che la sostituzione del verbo usare al verbo leggere comporta.

Illustrazione di: Jessie Willcox Smith
Illustrazione di: Jessie Willcox Smith

La prima cosa sulla quale ho riflettuto è che scegliere un libro per un bambino con l’intento semplicemente di leggerlo, arreca solitamente grande sollievo, come se il nostro respiro diventasse improvvisamente più ampio. Se noi diciamo: “Buongiorno, cercavo dei libri sulla natura perché quest’anno lavoriamo sul giardino.”; o “Buongiorno, cercavo delle storie da leggere sulla natura.”; o ancora “Buongiorno, desidero leggere ai miei bambini delle storie sulla natura.” le cose, a mio avviso, cambiano in modo sostanziale.

Possono sembrare inezie, ma la nostra lingua è incredibilmente malleabile ed è capace di comunicarci pensieri molto diversi tra loro.
Nelle tre frasi sopra citate (e non è un caso se ho deciso di restare nell’ambito del libro a tema) possiamo notare come l’ultimo enunciato suoni molto più accogliente, aperto, fresco e ci racconti, per esempio, di una maestra che in primo luogo desidera leggere un libro ai suoi bambini; mentre nel primo caso – ed è la frase più pronunciata in libreria declinata su diversi temi – anche se non mi sono avvalsa del verbo usare quest’ultimo è potentemente sottinteso.

Ora, forse a voi sembrerà che io stia cercando il pelo nell’uovo; il mio intento invece è quello di spostare l’attenzione dei lettori sui mondi che le parole disegnano.
E’ chiaro che in tutti e tre gli esempi è presente la richiesta di libri a tema e che la finalità ultima dell’insegnante è forse quella di trasmettere qualcosa che abbia a che fare con la natura. Quindi si potrebbe pensare che non cambi assolutamente nulla nell’intenzione che conduce delle maestre di scuola d’infanzia a recarsi in libreria per cercare libri su cui poter lavorare.

Come scegliere i libri

A mio avviso invece, l’intenzione iniziale cambia, così come probabilmente cambierà la sensazione che i bambini avranno quando la maestra leggerà loro i libri scelti. E per me è già un notevole passo avanti, perché spesso quello che noto è che i libri scelti per essere usati e non per essere letti diventano meri strumenti, impoverendo una progettazione didattica magari già di per sé un po’ asfittica (capita quando ci si trova a lavorare su un tema, magari commissionato dall’esterno), una progettazione che, al contrario, potrebbe trarre enormi benefici se l’intento fosse solo quello di leggere un libro, anche a tema.

Illustrazione di: Jessie Willcox Smith
Illustrazione di: Jessie Willcox Smith

Vi racconto quindi cosa succede a Scuola Radice, perché finalmente dopo anni di formazioni in cui ho sostenuto l’importanza del verbo leggere in sostituzione del verbo usare, posso dire di avere le prove che è davvero possibile far emergere la strumentalità di un libro (quello che dicevamo prima sul fatto che il libro è anche strumento) senza che i bambini e le maestre perdano il gusto e il piacere della lettura, ovvero lasciando che sia il libro semplicemente letto ad agire per le sue meravigliose e misteriose vie.

A Scuola Radice è stato da subito ridefinito e ripensato il vocabolario pedagogico e didattico. Abbiamo in buona sostanza ragionato su quali universi le parole “della scuola” si portassero dietro, quali pensieri disegnassero a forza di essere impiegate sempre allo stesso modo. Un’operazione difficile perché spesso siamo così abituati a quelle parole da non farci più caso, lasciando che il senso ultimo del nostro dire passi inosservato persino a noi stessi.
In questa ottica abbiamo apportato alcune sostituzioni:

– la parola attività è diventata esperienza.
– l’aggettivo bravo è diventato una perifrasi sempre nuova che va da “vedo che ti sei molto impegnato” a “trovo molto interessante quello che hai fatto” passando per infinite composizioni adatte alle diverse circostanze (un cambio di rotta importante se si pensa che i bambini sono ancora in formazione e per loro l’aggettivo bravo cesella di volta in volta un’abitudine a valutarsi del tutto stereotipata fino a perdere completamente di senso, come per l’adulto del resto che vi è già assuefatto)
– Usare i libri (specie con i bambini o in sede di progettazione) è diventato leggere i libri.

Cosa è successo solo leggendo i libri a Scuola Radice?

Ve lo racconterò domani nella seconda parte di questo articolo.

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