IL blog di Alessia - Pensare i libri

Gioco e libertà

Nell’ultimo articolo abbiamo parlato di lettura e di gioco.

Possono forse sembrare ambiti separati per chi si occupa di libri per bambini e ragazzi, eppure dal punto di vista della mia ricerca e dei miei studi li trovo intimamente legati perché entrambi rimandano un’idea d’infanzia molto puntuale, specialmente oggi che tanto si parla di lettura e di giocattoli di qualità.

Leggere e giocare sono due azioni che richiedono, per esprimersi al meglio, la massima libertà.

Libertà di leggere in modo estemporaneo, ma soprattutto libertà delle ( e nelle) storie;

libertà di ideare un gioco lontano dallo sguardo dei genitori;

libertà di giocare mettendo in atto azioni politicamente poco corrette e libertà di giocare dilatando tempi e spazi.

Illustrazione di Maria Giron

 

La libertà è un concetto molto complesso e tendiamo a considerarla in modo assoluto: o c’è o non c’è.

Nell’infanzia occidentale contemporanea si crede di concederne molta ai bambini ( alcuni dicono anche troppa), ma io ritengo che non sia affatto così e, paradossalmente, mi sembra sia più minacciata proprio in quei contesti che perseguono creatività e approcci educativi innovativi.

Usando un ossimoro la definirei una “libertà vincolata” e vorrei parlarne rispetto agli ambiti che mi riguardano, cioè i libri e il gioco.

La libertà  non può mai essere  intesa in senso assoluto, ma è bene considerarla come un concetto sfumato, dai confini mobili e permeabili che si ristringono e dilatano a seconda dei contesti culturali, delle esperienze vissute, degli ideali che si desidera perseguire.

Nell’ambito dei libri…

la libertà è sottratta quando si vogliono piegare le trame a fini educativi e moralistici, legando le storie ad un “qui e un’ora” capace di assolvere un compito o risolvere un problema.
Fanno parte di questa categoria anche tutti i libri che racchiudono uno sguardo adulto che, interrogandosi sulla diversità, l’amicizia, le emozioni…vuole trasmettere e informare i bambini, in forma semplificata ( e spesso semplicistica) ciò che è giusto o sbagliato; oppure quando i libri esprimono quello sguardo adulto che conduce i bambini verso questioni sociali per prevenire o arginare situazioni o atteggiamenti giudicati come anti educativi (si veda l’ultima moda editoriale che segue il filone di “bambine ribelli” o, per quanto riguarda i ragazzi, il tema caldo del bullismo).

Maria Giron
Sul fronte giocattoli…

assistiamo invece ad un fenomeno molto particolare che tuttavia – e va debitamente specificato – riguarda, così come la letteratura che si trova nelle librerie specializzate, solo un pubblico di nicchia, poiché la maggioranza dei bambini conosce solo il giocattolo pubblicizzato.

Negli ultimi anni con il diffondersi di una cultura diffusa riguardante la gravidanza, la puericultura e in generale l’educazione della fascia 0-6, il giocattolo così detto di qualità ha preso sempre più piede nell’immaginario delle madri ( e mi rendo conto che parliamo sempre al femminile, ma di fatto è un esercito di “mamme” che muove il commercio nella fascia 0-6 dai vestiti agli accessori, dai libri ai giocattoli, dall’igiene all’arredamento – questo fenomeno apre in molte riflessioni che magari affronteremo più avanti).

Dato che su “libri e libertà” ho già scritto molto (potete trovare sul blog numerosi articoli al riguardo), vorrei potervi parlare dei vincoli che, a mio avviso, si diramano come sottile ragnatela – quindi spesso in modo invisibile – intorno al giocattolo di qualità, limitando e a volte rendendo inefficaci le sue potenzialità ( quando le possiede ovviamente, perché nella vasta produzione di giocattoli di un certo livello esistono numerosissimi errori concettuali).

Per farlo occorre però partire non dal giocattolo, ma dal gioco.
Maria Giron

Gioco e giocatolo sono termini spesso sinonimici, ma delimitano aree diverse ( su questo argomento potete leggere due articoli sul nostro sito).

Per quanto riguarda il gioco c’e un espressione in particolare che mette in luce la “libertà vincolata” a cui accennavo prima:

”Gioco libero”.

È da quando sono maestra (anche se non esercito più la professione mi sento sempre molto vicina alla categoria) che mi interrogo sull’espressione “gioco libero”.

Cosa vuole dire esattamente?

Se c’è un gioco libero esiste anche un “gioco prigioniero”?

E se è così cosa intendiamo esattamente?

Io credo che il linguaggio porti con sè immagini e pensieri e che quei pensieri disegnino il mondo per come lo concepiamo. Nelle mie formazioni invito sempre le maestre a modificare prima di tutto il linguaggio quando si avverte l’esigenza di un cambiamento.

“Fare” per un bambino può essere un gioco; disegnare, costruire, leggere persino, può altresì esserlo e tutto ciò senza che l’aspetto ludico infici un possibile apprendimento.

Se si crea la dicotomia tra un “gioco libero” e un momento altro – che ovviamente non chiameremo “gioco prigioniero” e non tanto per il termine “prigioniero”, ma per il termine “gioco” – stiamo dimenticando, specie se si parla della fascia 0-6 anni che il bambino impara e interiorizza il mondo proprio giocando.

Molti genitori e maestre sono persuasi – e forse lo sono a livello inconsapevole – che il bambino quando disegna o è impegnato in un’esperienza creativa o logica, non stia di fatto mettendo in atto la stessa concentrazione, originalità e immaginazione che invece lo stesso bambino muove durante il processo ludico. Certo, sono giochi differenti – e il buon maestro lo sa senza per questo dimenticare il diverso potenziale ludico di ogni contesto – ; ma non mettono forse in campo competenze e apprendimenti diversi anche “strega comanda colore”, “facciamo finta che”, “costruiamo una casa”, “giro giro tondo”?

Maria Giron
Quanti sono i modi con cui il bambino gioca?

Quando diciamo “gioco libero” stiamo deliberatamente scindendo gli ambiti e comunichiamo ai bambini che i giochi in giardino, per esempio, hanno meno in portanza delle esperienze condotte ad un tavolo.

Ma poi mi chiedo: abbiamo così bisogno di specificare “gioco libero”? Non basta dire “giochiamo” o “facciamo”?

Il punto cruciale forse è che gli ambiti sono divisi nella mente adulta che a lungo è stata soggetta ed esposta ad un tipo di istruzione che ha quasi sempre tenuto a scindere il dovere dal piacere.

Tuttavia questa dicotomia non permette poi all’insegnante o al genitore di osservare con attenzione il gioco dei suoi bambini quando concede loro di potersi esprimere liberamente.

Un vero peccato perché spesso i bambini che appaiono più problematici rivelano molti talenti nel gioco ( e non sto dicendo che per questo diventano improvvisamente bambini diversi) mettendo in luce aspetti di sè molto interessanti e sui quali poi poter magari mettere a punto percorsi didattici puntuali e bellissimi.

Per quanto riguarda i bambini la differenziazione tra “gioco libero” e “attività”( altra parola che a mio avviso andrebbe discussa a lungo) provoca un deleterio scollamento sul fronte degli apprendimenti, lasciando intendere fin da subito ai bambini ( e mi riferisco alla scuola dell’infanzia) che esiste una notevole differenza tra il divertimento e l’apprendimento.

Un vero peccato e un’occasione sprecata se si considera poi che così facendo si va anche perpetuando una dicotomia – tutta italiana – vecchia di almeno un secolo.

Maria Giròn
Libertà è anche fiducia nel linguaggio

Il verbo giocare è per me, in moltissime situazioni, più che sufficiente perché disegna costellazioni di senso quasi infinite ( si pensi al termine inglese “play”).

Ora che abbiamo accennato cosa significhi per un bambino giocare proseguirono in un prossimo articolo la riflessione sul giocattolo così detto di qualità e perché a volte, proprio uno strumento che dovrebbe portare grandi soddisfazioni, deluda questa attesa.

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