IL blog di Alessia - Pensare i libri

Un vuoto da tenere in considerazione

È ormai molto in voga che i bambini e i ragazzi incontrino non solo autori o illustratori, ma anche i librai. Il senso di queste occasioni dovrebbe essere, per farla molto breve, appassionare il giovane pubblico alla lettura.

Mi sembra che quando si cerchi di “appassionare i ragazzi alla lettura” ci si concentri di più sui libri piuttosto che sulle storie.

Questa distinzione potrà sembrare una sottigliezza o addirittura un sofisma perché siamo portati a pensare che per incontrare le storie sia necessario avere tra le mani un libro.

Tuttavia penso che esistano molti modi attraverso i quali i bambini e i ragazzi approdino alle storie, e se domandate loro – prestando attenzione alle parole con le quali formulate il quesito – se è davvero così, scoprirete che tutti, ma proprio tutti (perfino i ragazzi che non leggono) tengono le storie in altissima considerazione.

E come potrebbe essere altrimenti? Siamo esseri umani e narrare è l’unico modo che conosciamo per intessere relazioni. Partendo da questo presupposto forse potremmo ripensare a cosa intendiamo quando ci adoperiamo per appassionare un ragazzo alla lettura perché potrebbe essere che, guardato da un’altra angolazione, il terreno sul quale desideriamo coltivare l’amore per i libri sia più fertile di quanto non crediamo.

Spostando l’attenzione dal libro alle storie, si farebbe leva su qualcosa di sopito, ma di concreto.
John Frederik Peto

E’ chiaro che in un primo momento una simile prospettiva, metterebbe in secondo piano i libri, ma accenderebbe forse dialoghi interessanti che potrebbero condurre a riflessioni molto pertinenti sul perché, per esempio, si legge o non si legge.
Le storie ci porterebbero ad un dialogo maieutico sulla lettura, in uno scambio proficuo al cui centro non ci sono più i libri, ma i ragazzi e i bambini nel loro modo precipuo di essere o non essere lettori.

I libri poi si potrebbero intrecciare a questo dialogo in modo non convenzionale e in modo non specifico diventando così veri e propri trampolini di pensieri. Certo, si dovrebbe rinunciare a presentare quello specifico libro, quello specifico autore…e forse occorrerebbe perfino in prima battuta non presentare affatto un libro…

Ma se al libro da promuovere si rinuncia momentaneamente a quali storie dobbiamo fare riferimento?

Forse a quelle di molti libri contemporaneamente, o a quelle dei film, dei videogiochi, dei fumetti, dei compagni, della propria vita, eh sì, anche dei libri che, come insegnanti, librai o formatori, abbiamo portato con noi in quelle borse cariche e pesanti, perché in questo non sapere dove il dialogo ci condurrà, abbiamo voluto al nostro fianco qualche angelo custode ( e sarebbe interessante capire come avviene per ciascuno questa scelta a priori).

E dei libri non racconteremo le trame per arrivare poi ad una banalizzazione dei contenuti, dei libri leggeremo magari qualche stralcio, magari un brano che risuona in modo speciale con il dialogo che stiamo intessendo. E’ necessario quindi conoscerli bene i libri, averli amati in precedenza, averli lasciati sedimentare dentro di noi per fa sì che non sia solo la superficie a risuonare, ma anche la loro profondità. Il libro “per l’occasione” spesso non ha  questa possibilità.

Inoltre c’è da dire che non è mai semplice recensire un libro di narrativa; anche l’albo illustrato è un osso duro, ma, in virtù della sua brevità,  ha dato a molti l’impressione di possederlo con  sicurezza. Il rischio con la narrativa ( ma ahimè troppo spesso anche con l’albo) è quello di cadere in commenti sentimentali sul fatto che, per esempio, quel romanzo parli di amicizia, bullismo, diversità, accettazione dell’altro. Insomma come dicevamo prima una banalizzazione dei contenuti.

E quando c’è l’autore? Quando invitiamo lo scrittore o l’illustratore a scuola?

Allora forse potremmo puntare tutto sulla storia attraverso la quale il libro è nato (cosa che accade spesso nei festival). Però a volte l’autore non sa parlare in pubblico (del resto ad uno scrittore non è chiesto di essere anche un front-man) oppure non ha niente di davvero interessante da dire sul suo libro…la cosa più bella del suo libro è appunto la storia che contiene. Una storia che forse vale la pena leggere e basta.

E lo so che magari avete assistito a splendide presentazioni o che state ripensando a quella volta in cui  si è deciso di adottare lo stesso libro per tutti i ragazzi e che poi tutti lo hanno letto con entusiasmo. Non lo metto in dubbio, ma nonostante questo vorrei spostare la vostra attenzione su quel ragazzo in prima fila che è stato messo lì perché così forse per una volta, starà attento, o alle platee di ragazzi stravaccati sulle sedie all’ennesimo festival di letteratura a cui l’insegnante volenterosa li ha trascinati insieme a tutta la classe.

Jacek Yeerka
Quando parliamo di “appassionarsi alla lettura” a quale pubblico ci stiamo rivolgendo?

E’ un dato di fatto che molti ragazzi non amino leggere; ce ne sono anche che sanno appassionarsi alle storie nei libri, vero. Eppure sappiamo che una volta lasciata la scuola, dove magari hanno avuto la fortuna di incontrare insegnanti competenti, molti di quei ragazzi non leggeranno più. Chi era già appassionato forse continuerà, chi è stato trascinato, molto probabilmente no.

Nella settimana di “Io leggo perché” ho incontrato in libreria tre classi: una prima media e due classi quinte della scuola primaria. Non è una cosa che faccio spesso, ma essendo la prima volta che Radice-Labirinto partecipava a questa iniziativa, ho pensato di sperimentare alcune formule per capire come muovermi negli anni successivi.

Sono uscita da quei tre incontri con molte domande.

La prima cosa che mi ha colpita è stato constatare che venticinque bambini di quinta elementare non avessero ancora compreso la bellezza di ascoltarsi reciprocamente. Inoltre non solo non avevano parole (parlavano male o confondevano i termini), ma non rispondevano quasi mai in modo coerente alle domande. Non facevano fatica a stare attenti, ma il loro sguardo era sarcastico (a dieci anni!) o era perso e non brillava (e dire che erano in gita…). Molti di loro erano incredibilmente apatici come se avessero già deciso da tempo che andare a scuola non serve proprio a nulla.

E’ vero: ci sono classi sfortunate, quelle che verrebbe da dire sono state “assemblate male”. Ma quante ce ne sono? Ogni giorno come librai sentiamo dire: “Non leggono, non ascoltano, non fanno, non …”. Forse il più alto obiettivo dovrebbe essere quello di accedere un dialogo tra quei bambini che io definisco sperduti (dove sarà la loro Isola che non c’è ?)

Io non solo penso che la scuola abbia una grande responsabilità, ma penso anche che la scuola dovrebbe essere la scuola dei primi tanto quanto la scuola degli ultimi.
E poi mi dico che anche io ho una grande responsabilità quando vengo chiamata a parlare di libri per “appassionare i bambini o i ragazzi alla lettura”, non solo di fronte ai bambini, ma anche di fronte alle insegnanti.

Kenne Gregorie
Oggi questa responsabilità significa per me tenere in considerazione il vuoto con il quale potrei confrontarmi.

Il vuoto di cui parlo è un vuoto di pensieri, di parole, di strumenti, di dialogo.

Cosa succede quando gettiamo un libro in quel vuoto?

Il libro precipita in basso tonfando a terra senza essere riuscito ad agganciarsi a nulla per salvarsi la vita.
A volte di fronte a certe classi, nell’estemporaneità del momento, mi sento circondata da libri che restano muti.

Quindi ho avvertito, come educatrice, la necessità di un passo intermedio, il bisogno di costruire qualche appiglio. A quei bambini ho parlato di storie dialogando, a volte a fatica, con loro. A fatica perché non erano vitali e non sapevano ascoltarsi.

Come formatrice mi sto molto interrogando su questo vuoto che non è un vuoto solo dei ragazzi.

Oggi si tende a vedere solo bellezza, soprattutto quando si lavora con bambini. Ci si stupisce della qualità dei loro pensieri, dei ragionamenti, delle parole che vengono dette.
È vero, questa meraviglia esiste: in un gruppo di bambini e ragazzi che dialogano insieme si avverte un potenziale bello e intenso, ma accanto ad esso ecco spalancarsi vere e proprie voragini.
Un vuoto che racconta di solitudini, di pensieri mai sollecitati, di fragilità, di ossessioni, di non scelte che alla fine hanno determinato un esserci privo di volontà e di desideri.

Di questo vuoto occorre prenderne atto quando si vuole parlare di libri perché il ragazzo svogliato in prima fila, il bambino distratto che ingaggia una battaglia a colpi di righello con il vicino di banco , il ragazzo che fa spallucce, quello che è evidentemente scocciato dall’ennesimo incontro di cui capisce poco o nulla, il bambino straniero che ti guarda ma non comprende la lingua…questi bambini sono ancora lontanissimi dai libri, ma forse sono vicini alle storie.

Per approdare ai libri, occorre prima educare alle storie e allenare lo sguardo e il pensiero.
Kenne Gregoire

Non voglio fare di tutta un’erba un fascio.
Eppure anche nei contesti più positivi ci sono bambini fragili, quindi ancora una volta mi chiedo come condurre un incontro in libreria o a scuola quando l’appuntamento è uno solo e non conosco chi ho davanti.

Da un pò di tempo mi ripeto che sarò  un’ottima “educatrice alle storie” quando saprò parlare con semplicità al pubblico meno capace. Una semplicità che nasconde una complessità in grado di fare breccia senza sentire il bisogno di spiegarti nulla.

Sto cercando una strada che non parta dai libri, ma dalle storie. Ho iniziato a tracciare questa strada martedì 16 ottobre con quella classe di prima media e ho tutta l’intenzione di percorrerla fino in fondo perché ora si è acceso in me un desiderio che mi motiva fortissimamente.
Il primo incontro mi ha talmente appassionato che ho deciso di passare altri pomeriggi con questi ragazzi per vedere dove mi porterà questo nuovo modo di sperimentare le storie. Accanto a me ci sarà un’insegnante che stimo immensamente e che è davvero interessata a portare avanti il mio dialogo divergente intorno ai libri, perché anche a questo dovrebbero servire tali occasioni: a tessere, a “rendere trama” la storia di un incontro per slegarlo il più possibile da un semplice atto performativo.

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